Piccola città

Quel giovedì d’ottobre del 1989, nel suo ufficio in Piazza di Pietra Carlo aspettava praticamente inattivo la fine del lavoro. Era il penultimo giorno che passava lì e tutte le consegne, ormai, le aveva date. Già da qualche mese, infatti, aveva annunciato le sue dimissioni, con grande meraviglia del direttore generale, che non riusciva a capire come quel giovane di belle speranze potesse dare un calcio ad una carriera invidiabile… e per cosa poi? Per un’improbabile avventura in una specie di comune cristiana. Eppure certe idealità il direttore le capiva, lui che aveva militato per anni nelle fila del comunismo prima di approdare, deluso dal partito, al capitalismo più spinto in qualità di alto dirigente di un’associazione di industriali. Carlo ricordava bene il colloquio avuto con lui a luglio. Non aveva saputo cosa rispondere al suo capo, ma una volta fuori dell’ufficio aveva sentito il bisogno di sostare in preghiera nella vicina chiesa di Santa Maria in Via Lata. E lì un’idea: E se anch’io un giorno rimanessi deluso, abbandonato proprio da coloro con cui condivido gli ideali più belli, per i quali sto ora rinunciando ai miei affetti, ad un lavoro che mi gratifica? Ebbene, Gesù, giacché ti ho scelto non glorioso ma abbandonato in croce, ti avrò sempre come compagno della mia vita. Questo pensiero gli aveva ridato forza e pace. Un mese dopo – era l’11 agosto, ricorrenza di santa Chiara – mentre stava preparando un dolce per far festa con alcuni amici, avvertì come non mai l’incanto di una vita semplice tutta donata agli altri. Amare senza apparire, attraverso le piccole cose, come supponeva avesse fatto Maria: ecco la carriera verso cui si sentiva ormai invincibilmente attratto. Fu quel che ci voleva per fugare i dubbi da cui spesso era assalito davanti ad un’incognita che aveva già messo in subbuglio, prima ancora che l’ambiente di lavoro, il suo piccolo mondo familiare. Ma torniamo a quel famoso giovedì d’ottobre, due giorni prima di una partenza che per Carlo avrebbe significato un taglio definitivo col passato e l’inizio di una nuova vita. Il giovane stava sfogliando un giornale, quando alla pagina degli spettacoli fu attratto da una notizia: al Teatro delle Arti, cinquant’anni dopo la prima rappresentazione in Italia avvenuta in quella stessa sala, ridavano Piccola città di Thornton Wilder per la regia di Ermanno Olmi. Un’onda di ricordi lo assalì. Guardando l’orologio, si accorse che faceva ancora in tempo. Senza pensarci oltre, chiamò un taxi e lasciò quell’ufficio che aveva significato per lui una sicurezza dopo la morte improvvisa del padre. Nel buio della sala spiccava una scena del tutto vuota, tranne un paio di tavoli e alcune sedie. Di lato, seduto su uno sgabello, colui che in gergo teatrale viene chiamato responsabile di fase, con pipa e cappello, introduceva il pubblico nella storia che stava per iniziare. Era l’alba del 7 maggio 1901 a Grover’s Corners, nel New Hampshire, e mentre il fondale veniva rischiarato da una delicatissima luce azzurrina, lontano si sentì dapprima il fischio di un treno, poi un chicchirichì, poi altri rumori familiari… . Via via che l’azione procedeva (l’uomo continuava il suo monologo, descrivendo la piccola città e il risvegliarsi dei suoi abitanti che cominciavano a fare la loro comparsa uscendo dalle quinte…), Carlo si appassionava sempre più a quel classico americano, che peraltro conosceva in lingua originale, essendo in grado perfino di anticipare qualche battuta: in terza liceo glielo aveva fatto studiare la sua professoressa d’inglese (che però era tedesca), e quella storia lo aveva letteralmente incantato. Nel primo tempo l’autore presenta l’umile realtà quotidiana di alcuni personaggi, tra cui George ed Emily. Nel secondo tempo fa innamorare i due ragazzi e, con un salto di tre anni, li accompagna fino al giorno delle nozze. Ancora un salto di tempo: siamo nel 1913, Emily è morta di parto, ma le viene concesso di tornare dal mondo dei morti in quello dei vivi, dove, rivedendo con tutt’altra consapevolezza le stesse scene vissute nella sua giovinezza, esclama: Come se ne va in fretta la vita!… Non c’è quasi il tempo per guardarci negli occhi davvero: per conoscerci a fondo… Quanti momenti importanti ci sono stati nei nostri giorni, senza che ce ne siamo accorti. A questa, che è la battuta-chiave dell’intera commedia, Carlo non trattenne le lacrime. Come quando, studente liceale, aveva per la prima volta vibrato a questa poetica parabola dell’esistenza umana. Ma perché un tale effetto in un ragazzo sedicenne che fino allora era stato sensibile più che altro ai capi d’abbigliamento firmati, non diversamente da tanti suoi coetanei? In realtà per lui, che da poco s’era aperto ad un ideale immenso come quello dell’unità, ogni particolare dell’esistenza stava trovando il suo posto all’interno di un disegno affascinante. Era come se avesse ricevuto occhiali nuovi per vedere le solite cose di ogni giorno sotto una luce diversa, per cui davvero non c’era più tempo di annoiarsi. Carlo aveva iniziato questa nuova avventura non da solo, ma a casa con la sorella, a scuola e nel suo stesso paese con altri ragazzi e ragazze; si manteneva in contatto con altri di questi amici a Napoli e partecipava a quanto accadeva nell’ambito di una più vasta famiglia a livello mondiale, mai sazio di sentire notizie che gli allargavano gli orizzonti. Anni dopo, avendo trovato lavoro a Roma, si era pienamente inserito nella comunità esistente nella capitale. Era dunque la stessa vita evangelica che circolava fra tanti a rendere tutto interessante, pieno di significato. Sì, concordava perfettamente con la Emily della commedia, senza però il suo tono di rimpianto. Grazie a Dio, lui era vivo e con una vita davanti a sé da spendere bene. Cos’hanno in comune Grover’s Corners e Sparanise, quel centro del Casertano di oltre settemila abitanti dove Carlo era nato? Ben poco, sembrerebbe, a parte l’aria un po’ sonnacchiosa comune ai piccoli centri di tutto il mondo, dove sembra che non accada nulla di speciale, ma dove in compenso si dà ancora valore ai rapporti umani e a tante piccole cose che fanno la qualità della vita. Nonostante la presenza della camorra da cui la sua stessa famiglia aveva subìto angherie, Carlo amava quella cittadina dove ci si chiamava per nome, con quel corso dove la domenica sera si riversava gran parte della popolazione e tutti passavano per gli eventi che più contano nella vita: un battesimo, un matrimonio, un funerale… Ma a parte un sommario confronto con la piccola città immortalata da Thornton Wilder, non era andato oltre…. Sarebbe stato Adolfo, un fraterno amico di suo padre, col quale aveva condiviso l’impegno politico sia pure su un fronte diverso, a mettergli in rilievo il valore di una scelta di vita che avrebbe dato adito alle più varie e contraddittorie interpretazioni. Sempre prodigo di iniziative a favore della sua cittadina, questo personaggio era l’anima di un circolo culturale locale e di una pubblicazione periodica per la quale curava una rubrica a firma Icaro A questa persona colta e sensibile, emblema d’idealità, il giorno prima della sua partenza definitiva da Sparanise Carlo pensò di regalare il testo di Piccola città acquistato quella sera alla rappresentazione. Con una dedica: A Icaro che si ostina a tentare di volare anche in questa nostra piccola città. Poi però non ci aveva pensato più di tanto, tutto preso dalla nuova esperienza iniziata in Toscana. Solo qualche mese dopo, allorché gli arrivò per posta un numero di La Piazza e andò a leggere la rubrica Gli itinerari di Icaro, comprese fino a che punto Adolfo fosse rimasto scosso da quella lettura, evidentemente messa in relazione con la scelta di lui. Il pezzo, scritto col cuore, iniziava così: Un nostro concittadino, giovane brillante professionista, ha lasciato il suo lavoro e una luminosa carriera, entrando nella comunità dei focolarini…. E continuava additando nel suo gesto una soluzione diversa, e più appagante, al dilemma angosciante dell’esistenza: la vita può essere vissuta anche in modo che non sia né borghesia obbligata, né rabbia senza limiti…. Adolfo concludeva citando dall’epilogo di Piccola città (Forse è un messaggio, un viatico, non so) le parole di Emily: Quanti momenti importanti ci sono stati nei nostri giorni senza che ce ne siamo accorti… E quante piccole cose abbiamo trascurato! Solo ora possiamo rendercene conto, ora che le possiamo vedere da qui, da questa collina… Era tutto così bello! Come vi voglio bene, ancora più bene!.

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