Il Piano “Mattei” per l’energia

Un nuovo rapporto con le nazioni africane in campo energetico può partire dalla fedeltà all’esempio di Enrico Mattei da riscoprire nella sua visione integrale. Il nodo delle risorse a livello europeo
Enrico Mattei ©lapresse archivio storico

È più che evidente sotto il profilo sociale, economico e geopolitico, che un intervento europeo orientato ad agevolare uno sviluppo sostenibile nelle nazioni africane sia utile sia ad esse che all’Europa.

Che l’Italia se ne faccia protagonista almeno per il settore dell’energia è molto positivo, sempre che gli intenti con cui questo piano viene proposto siano congruenti con quelli che hanno animato con successo la vita e l’azione di Enrico Mattei, uno dei principali protagonisti del miracolo economico italiano degli anni Sessanta.

Imprenditore di una piccola industria chimica, Enrico Mattei si era impegnato nella Resistenza quale membro “bianco” del Comitato di Liberazione Nazionale: amico di Giorgio La Pira, alla fine della guerra invece di darsi alla politica come gli altri membri del CLN, aveva scelto di dedicarsi alla industrializzazione dell’Italia.

Nominato dal governo commissario liquidatore dell’AGIP, puntando sul fatto che si era trovato il gas naturale in Valle Padana, invece di liquidarla la aveva resa nel 1956 struttura portante dell’ENI: l’Ente Nazionale Idrocarburi in Italia si era dedicato alla costruzione di gasdotti, alla distribuzione di bombole gas liquido, alla creazione di stazioni di servizio accoglienti.

Aveva costruito raffinerie, portando il prezzo della benzina al livello più basso in Europa, aveva creato a San Donato Milanese centri studi e di ricerca ed aziende tecnologiche come Snam Progetti e Saipem, salvato aziende di produzione di attrezzature per il settore energetico, come gli strumenti, le pompe ed i compressori della Nuovo Pignone di Firenze.

In pochi anni grazie ad una rete di gasdotti, il gas naturale veniva reso disponibile ad ogni azienda, piccola o grande, col vantaggio per le nuove nate di essere alimentate con gas naturale, invece che con carbone come le vecchie aziende del Nord Europa.

Il gas naturale veniva trovato anche nell’Adriatico, nello Ionio ed al largo della Sicilia: assieme al petrolio acquistato da Mattei a prezzo stracciato dall’URSS e dalla Libia, esso alimentava le nuove industrie petrolchimiche; tutti elementi del miracolo economico, con le autostrade che unificavano lo stivale e che Mattei costellava di Motel AGIP.

La vera innovazione di Enrico Mattei era però nel rapporto con i Paesi produttori: allora le “Sette Sorelle”, multinazionali del petrolio, lasciavano ad essi solo le briciole dei profitti dell’estrazione di gas e petrolio: Mattei invece negoziava con paesi del Medio Oriente rapporti alla pari, concessioni petrolifere per lo sviluppo congiunto dei pozzi assegnando ai Paesi produttori il 75% del petrolio estratto.

Trattare alla pari significava anche costruire raffinerie a casa loro assieme ai loro governi, per trasformare il loro petrolio grezzo nel gas liquido, nella benzina e nel gasolio che fino ad allora dovevano importare a prezzi esorbitanti.

Non solo in Nord Africa, ma anche in nazioni dell’Africa subsahariana, in cui i tecnici Eni ideavano impianti adatti proprio a produrre quanto richiesto dai consumi locali: non c’è quindi da stupirsi se ad oltre mezzo secolo di distanza in questi Paesi l’Italia la sua industria ed i suoi tecnici sono considerati amici.

L’Algeria, ha intitolato ad Enrico Mattei il gasdotto che dopo averla percorsa tutta dal profondo del deserto, attraverso la Tunisia ed il canale di Sicilia giunge fino a noi: è quindi logico che il governo algerino, sia stato pronto a collaborare con l’ENI per potenziare la sua fornitura di gas all’Italia, tanto più che possiede ed opera una raffineria in Sicilia.

Ben venga quindi un nuovo piano Mattei per l’Africa, sempre se impostato con la filosofia di Enrico Mattei: un rapporto quindi di collaborazione alla pari, che invero non sembra conciliarsi molto col motto governativo di “prima gli italiani” e neppure con l’annuncio di voler fare dell’Italia l’hub dell’energia Europea: forse sarebbe più consono annunciare che si vuol fare dell’Italia il crocevia degli scambi energetici e tecnologici tra Europa ed Africa.

A quanto si coglie dagli annunci, il “Piano Enrico Mattei” in concreto consisterebbe in investimenti per il potenziamento delle strutture di trasporto con Paesi africani di energia elettrica e di gas naturale; quest’ultimo produce una energia con un impatto ambientale, ma questi investimenti in futuro potranno servire  per trasportare idrogeno, ottenuto da energie rinnovabili o ancora da gas naturale trasformato in loco, iniettando poi nei suoi pozzi esausti l’anidride carbonica prodotta nella trasformazione.

Per passare dagli annunci ai progetti occorrono però risorse: oggi difficilmente le nazioni africane possano rinunciare alle loro entrate del gas e dal petrolio per investimenti utili in futuro a rifornire l’Europa di idrogeno: sembra che il governo italiano chieda all’Europa di poter dirottare in questa direzione parte dei suoi vari fondi destinati all’Italia che  teme di non essere in grado di utilizzare in tempo per i fini attualmente previsti: questo per l’inadeguatezza soprattutto dei piccoli comuni al gestire  pratiche burocratiche, ideate da una amministrazione statale costituita da troppi avvocati e ragionieri e pochi ingegneri e soprattutto geometri.

Ben vengano quindi i potenziamenti affidati a grandi aziende di strutture logistiche per l’energia, sempre che non siano realizzate sottraendo le risorse destinate a scuole, ospedali ed asili, necessari ai territori ma difficili da progettare in tempo grazie ai troppi vincoli burocratici.

Il discorso della cooperazione tra Europa e Africa sarebbe però molto più vasto: sarebbe urgente che la Comunità europea deliberasse la emissione di un debito comune (Eurobond) per una collaborazione pluriannuale con i Paesi africani in vari settori, dall’istruzione di base a quella professionale ed universitaria, ai centri di ricerca, alla sanità, alle infrastrutture delle grandi città.

Il tutto per fare in modo che le centinaia di milioni di giovani che in quel continente nasceranno nei prossimi decenni possano ricevere a casa loro salute e istruzione per portare avanti uno sviluppo sostenibile ed una vita soddisfacente nei loro Paesi, ed anche per venire ad aiutarci a casa nostra, visto che ne avremo certamente bisogno.

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