“Pesci piccoli” su Prime Video

Recensione della nuova serie del collettivo The Jackal, disponibile su Prime Video nei suoi sei episodi, sul mondo delle piccole agenzie di comunicazione
Ciro Priello The Jackal
Ciro Priello dei The Jackal, protagonista con gli altri della serie "Pesci piccoli" disponibile su Prime Video

Che cos’è Pesci piccoli, la nuova serie dei The Jackal disponibile da qualche giorno su Prime Video? Un elogio del non essere eccellenza? Della vitale e rilassante imperfezione umana? Un inno al fare insieme prima (e piuttosto) che fare il massimo? Il canto di un liberatorio e sano infantilismo? Un “no” (più o meno) velato all’individualismo e al rampantismo?

Una fotografia del groviglio di nomi, figure e strumenti che compongono la complessa comunicazione d’oggi? Può darsi. Anche. Forse. Ma le continue digressioni surreali, la deviazione puntuale verso la comicità pura – le gag, gli assoli e i dialoghi ai lati della trama – nascondono i puntini da collegare per definire la forma esatta, l’identità netta, di una serie da camera, anzi da ufficio, con il modello a mente della mockumentary americana The Office: abbondantemente dichiarato nel quarto dei sei episodi totali di mezz’ora scarsa l’uno.

Sono tutti ambientati in una Campania semi astratta, in una Napoli appena percettibile, di anonima periferia, col Vesuvio lontano sullo sfondo. Qui si svolgono quasi del tutto gli episodi: in un ufficio con affaccio su strada qualunque, succursale povera di un’agenzia di comunicazione con sede principale al Nord, dove si organizzano riunioni serrate e concise, zeppe di termini tecnici e di collegamenti web con colleghi stranieri, dove tra i testimonial si può contare sul volto forte di Achille Lauro. Qui, invece, in questo spazio di lavoro a Sud, disordinato e un tantino claustrofobico, dai colori però caldi e poco asettici, abitato da fauna umana a dir poco stravagante, c’è un acquario senza pesci, il divano amato da Marione e un contenitore dove chi vuole può portare merendine.

Ci sono un manipolo di colleghi, tra cui i vari Ciro Priello, Fabio Balsamo, Gianluca Fru e Aurora Leone, non solo strampalati e non geniali, ma come parzialmente, sottilmente disinteressati al loro lavoro, al successo. Come sordamente non desiderosi di partecipare alla follia di questo tempo. Preferiscono la loro: abitare su un pianeta a parte, nascosto in quello collettivo, nella loro luna calma sulla quale atterra, decisamente controvoglia, un personaggio di confine, anello di congiunzione tra pianeti, tra il Nord e il Sud (più mentali che geografici) dell’agenzia. Si chiama Greta (ottimamente interpretata da Martina Tinnirello), espulsa dai piani alti dell’agenzia per aver schiaffeggiato istintivamente, istericamente, durante una riunione, proprio Achille Lauro.

Mobbizzata, impacchettata con su scritto “promozione”, è stata spedita in questa terra di semi folli malinconici, dove uno, Ciro, ride per i suoni delle parole e ordina da sempre la stessa piadina non mangiandola, solo perchè ha paura che chi la cucina (Giovanni Muciaccia, perchè lui?) ci rimanga male. Dove un altro, Fru, organizza il pesce di marzo per fare team building e prende il microfono per narrare ad alta voce quello che sta accadendo ai suoi colleghi. Dove tutti, a un certo punto, iniziano a cantare canzoni come l’Appuntamento di Ornella Vanoni o Figli delle stelle di Alan Sorrenti.

Greta si sgretola a contatto con loro, vacilla il suo professionismo (e pure il suo cinismo) rimanendo per tutti gli episodi in una magnetica terra di mezzo: entomologa della nuova realtà, sempre più lontana dalle sue origini, eppure incapace di abbandonarsi del tutto ai pazzi isolani incontrati. Via via sempre più coinvolta, sospesa tra sorrisi e viso tirato, fino al karaoke finale, in quel nuovo piccolo mondo in cui spuntano sentimenti che non decollano, in cui le amicizie sono intrise di malinconia e piccolezze umane, in cui il romanticismo affiora ma poi viene falciato dalla disillusione. Ma in cui alla fine si ribadisce con chiarezza che stare insieme, nonostante i limiti di tutti, sia meglio che stare da soli, e sia la scelta giusta da fare, perchè la più sincera.

Si ride in Pesci Piccoli? A volte (non moltissime) fragorosamente, più spesso si sorride andando avanti in cerca di qualcosa che non si afferra mai del tutto. Si percepisce Boris, si respira Call my agent, così come l’aria di una sitcom glocal tanto permeata da riferimenti diversi quanto libera di essere sé stessa e di cercare la sua strada. Si parla di video virali, di influencer (gustoso il cameo di Herbert Ballerina scivolatore sul parquet), di algoritmi, di tiktokers e di haters. Si ascoltano, oltre quelle senza senso, frasi sul presente visibile, avendo la sensazione però che si cerchi di acchiappare, di descrivere anche quello più sotterraneo e interiore, emotivo.

Si percepisce anche l’idea, però, di una narrazione intrisa di situazioni atte semplicemente a catturare divertendo. Ne nasce un allegro ma non troppo, un godibile ma non irresistibile di questa nuova avventura seriale del collettivo The Jackal, che dopo l’interessante 56k (Netflix), ancora diretto da Francesco Ebbasta, scende in campo senza snaturarsi, giocando le sue carte con sperimentale disinvoltura, portando a casa punti e sussurrando, probabilmente, che i pesci piccoli hanno più possibilità di essere felici rispetto ai grandi predatori del mare affannati e solitari.

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