Pesante uguale leggera?

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato per prima l’allarme. Un importante uomo politico italiano ha recepito il messaggio: non esiste più la differenza tra droghe “leggere” e “pesanti”. Il Consiglio Superiore di Sanità (Css), richiesto di un parere, si è associato alla nuova impostazione di questa dolorosa problematica dichiarando che “la cannabis è gravata da pesanti effetti collaterali, quali dipendenza, possibile progressione all’uso d’altre droghe (cocaina, oppioidi), riduzione delle capacità cognitive, di memoria e psico- motorie, disturbi psichiatrici come schizofrenia, depressione, ansia, possibili malattie polmonari (bronchite, enfisema)”. La cannabis, o canapa indiana, è dotata d’infiorescenze che hanno proprietà tranquillanti e antidolorifiche. L’essiccamento di queste foglie produce la marijuana; la resina della pianta femmina, l’hashish. Il principio attivo è il tetraidrocannabinolo, che, inalato o ingerito, determina rilassamento mentale, senso di calore, sudorazione, arrossamento degli occhi, tachicardia, riduzione della sensibilità dolorifica, euforia, senso di benessere, facilità dei rapporti interpersonali, modificazioni della percezione corporea, illusioni piacevoli, allucinazioni. I fenomeni psichiatrici possibili descritti dalla relazione del Css possono scomparire dopo alcuni giorni, sempre che la droga non li abbia fatti emergere perché già presenti. La marijuana dà dipendenza psichica nei consumatori cronici, come il fumo di tabacco, l’ingestione d’alcol, il caffè. Che cosa spinge il governo italiano a far riemerge un problema mai risolto e sempre foriero di scontri tra “proibizionisti” ed “antiproibizionisti”? Come mai lo “spinello” è tornato alla ribalta, dopo che addirittura era stato considerato lecito il suo uso nei malati terminali di cancro? Secondo il governo mentre 15 anni fa la sostanza attiva, il tetraidrocannabinolo, era presente nella cannabis in percentuale dell’1,5 per cento, ora quella prodotta in alcuni paesi (Albania) raggiunge il 15 per cento. Quante morti del sabato sera sono da attribuire all’uso della cannabis e di altre tipo ecstasy? Indagini recenti inoltre, mettono in evidenza che quattro ragazzi su dieci hanno iniziato a scuola. E non si tratta più della fumata nei gabinetti durante la ricreazione. Si comincia magari così e poi si continua fuori, aggiungendovi alcolici forti. Una miscela che può diventare veramente pericolosa. Questa la situazione, nell’attesa dei provvedimenti che il governo vorrà prendere. Una prima misura è stata recentemente resa nota dal ministro della Pubblica istruzione. In futuro saranno stabiliti percorsi individuali per quegli studenti meno orientati, in modo che la loro motivazione non venga meno. Misura eccellente, quella della Moratti, se avrà una concreta realizzazione. Non a caso lei segue la comunità di San Patrignano da molto tempo e con indubbia capacità. Altre iniziative governative non sono ancora state rese note. Si parla d’ammende iniziali “morbide” per chi si limita allo “spinello”, ma di più, al momento, non è dato sapere. Come interpretare la problematica senza assumere atteggiamenti pregiudiziali? Innanzitutto la dichiarazione del Css, di per sé giusta, è necessariamente generica. Non bisogna quindi considerarla valida per ogni caso. Ho visto giovani che sono passati alla morfina e ne vedo tuttora di quelli che fumano saltuariamente cannabis senza conseguenze pesanti. Si afferma che Clinton ne abbia fatto uso da giovane: come presidente degli Stati Uniti ha governato decorosamente, a parte qualche sbavatura personale. È noto che molti politici e manager ne fanno un uso che suppongo saltuario, perché altrimenti non potrebbero svolgere bene i loro compiti. Che cosa concludere allora? Che bisogna fumare tranquillamente marijuana? Certamente no. Ma non è uguale il caso di colpevolizzare il giovane che, per curiosità, per quella ribellione che è tipica dell’età, per errata concezione del gruppo, ha fumato o fuma tuttora, ma saltuariamente. Insomma, se si passa alla realtà dei singoli casi, bisogna capire cosa c’è alla base dell’assunzione di droghe, pesanti o leggere che siano. È una moda, una curiosità o vi è un disturbo psichiatrico di fondo, non ancora esploso come la depressione, la schizofrenia, l’ansia? È un disagio esistenziale e/o sociale che si tenta erroneamente di risolvere con una sostanza chimica, in una società che non prospetta valori ed ideali per i quali vale la pena di lottare? In tal caso è tutta la società ad essere coinvolta anche nell’impegno contro il mercato drogaarmi che ne favorisce la diffusione. Come si deduce facilmente ogni caso va valutato singolarmente, magari con l’aiuto iniziale di un medico che dovrà vedere se al comportamento drogastico si giunge per una malattia psichiatrica ancora non esplosa. Una volta esclusa questa possibilità, è necessario che la famiglia, quando è in grado, si ponga in ascolto e cerchi il contatto profondo per capire le cause che spingono a questo stile di vita. La società nel suo complesso infine, dovrebbe ritrovare quei valori forti che il consumismo sopprime. Certo è che fino ad ora, se si esclude la valida azione di alcune comunità terapeutiche, spesso gestite da religiosi, tutte le altre iniziative hanno fallito. Scarsi risultati hanno ottenuto il permissivismo dei regimi democratici o il pugno di ferro di quelli autoritari. Speriamo perciò che le misure preannunciate dal nostro governo siano prese dopo approfondita riflessione, in modo che non siano inutili, se non addirittura dannose. Un argomento così delicato e controverso meriterebbe una classe politica meno rissosa e più sensibile agli interessi reali del singolo e della collettività. Ecstasy e cannabis: sempre più frequente l’uso che ne fanno i giovani.

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