Perfetto nell’amore

Un estratto dall'articolo pubblicato su “Città Nuova” 9/1980, numero speciale per la morte di colui che nei Focolari è noto sotto il nome di “Foco”.
Igino Giordani
Per quanto noi possiamo giudicare, Giordani è stato perfetto nell’amore. E lo è stato in maniera così squisita da far pensare a chi lo ha avvicinato d’averne un dono particolare.

Ha impersonato quindi il nome di battaglia col quale era chiamato nel movimento: “Foco”, fuoco e cioè quell’amore verso Dio e il prossimo soprannaturale e naturale, che sta alla base ed al vertice della vita cristiana.

E non solo. Il giorno dei funerali è stato letto il Vangelo delle beatitudini. Quelli che hanno conosciuto a fondo Igino Giordani erano concordi nel costatare e nell’affermare che egli le aveva vissute tutte.

Era stato “puro di cuore” in maniera eccezionale. Per questo ha aperto a persone coniugate di ambo i sessi, di varie parti del mondo, la possibilità d’una originale consacrazione a Dio, pur nello stato matrimoniale, mediante una verginità spirituale, effetto della più ardente carità.

È stato “povero in spirito” con un distacco completo non solo da tutto ciò che possedeva, ma soprattutto da tutto ciò che era.

Era carico di misericordia. Vicino a lui anche il più misero peccatore si sentiva perdonato ed il più povero si sentiva re.

Una delle caratteristiche più spiccate, come documenta anche la sua storia di uomo politico, è stata quella di “operatore di pace”.

Ed era arrivato a possedere tale mitezza da far capire come il Vangelo dica che chi ha questa virtù possiede la terra: egli con la più nobile gentilezza, con quel modo di trattare, con quelle parole tutte sue che aveva per ognuno, conquistava tutti quelli che avvicinava. Chiunque si sentiva a suo agio, considerato con dignità, anche i giovani riuscivano a stabilire con lui un rapporto da pari a pari.

Aveva “fame e sete della giustizia” per la quale ha combattuto tutta la vita.

Ed ha subìto persecuzioni per il nome di Dio, per cui oggi lo crediamo in possesso del suo Regno.

Ma molte altre parole del Vangelo fanno ricordare la sua figura. Da lui si comprende cosa significhi quella conversione che Gesù chiede, per cui occorre farsi bambini.

Cristiano di prim’ordine, dotto, apologeta, apostolo, quando gli è parso d’incontrare una polla d’acqua genuina, che sgorgava dalla Chiesa, a nuova testimonianza che lo Spirito Santo è sempre vivo e attivo in essa, ha saputo "vendere tutto" per seguire Gesù che lo chiamava a dissetarsi di quell’acqua.

Vien da chiederci qui come sia riuscito ad arrivare tanto in alto, come abbia fatto a raggiungere quel traguardo che gli ha permesso di rimanere giovane sino alla sua età, senza invecchiare mai, appunto perché chi ama è eternamente giovane e solo chi non ama invecchia e chi odia è già morto, come egli spesso affermava.

Per chi lo ha conosciuto bene la questione non è un mistero: la sua vita è stata un volo in Dio che è amore, certamente, ma non ha trascurato nemmeno quei mezzi che la Chiesa nella sua esperienza secolare raccomanda a coloro che meglio vogliono avvicinarsi a lui: i consigli evangelici.

In questi tempi nei quali certe pratiche sono scartate, sottovalutate o considerate ingombranti, egli, perché intelligentissimo e particolarmente esperto, per la sua lunga consuetudine con molti santi di cui aveva scritto la vita, ha scelto proprio quei mezzi come puntelli alla sua ascesa e li ha amati appassionatamente.

Per questo sin dal 1948, quando è venuto in contatto col movimento, ha manifestato il desiderio di trovare un modo di consacrarsi a Dio anche con voti o promesse, pur nel suo stato di coniugato.

Avendo molto sofferto per quell’emarginazione spirituale, in cui gli sembrava di scorgere ai suoi tempi il laicato, quasicché la santità fosse solo retaggio dei conventi o dei seminari, ambiva con tutto il suo grande cuore ad aprire porte, ad abbattere pareti divisorie fra persone che stavano nello stato di perfezione ed altri – aggiungeva scherzando – in quello di imperfezione.

In pratica, egli era sensibilissimo ai segni dei tempi, anzi era lui stesso, si può dire, un segno dei tempi, di questi tempi in cui lo Spirito Santo attraverso il Concilio, e in molte altre maniere, chiama tutto il popolo di Dio alla santità.

Quando Igino Giordani aveva incontrato il movimento, i focolari femminili e quello maschile, che viveva il suo inizio, erano formati soltanto da persone vergini.

È stato lui a spalancarlo ai coniugati, che al suo seguito hanno avvertito la fame di santità e di consacrazione, mandando ad effetto quel progetto, prima soltanto intravisto, d’una convivenza di vergini e coniugati, per quanto è a questi consentito, sull’immagine della famiglia di Nazareth. E nel 1974, quando è rimasto vedovo, è entrato come i focolarini vergini in focolare, vivendovi – come amava dire – 24 ore su 24.

E il focolare lo ha plasmato. La sua realtà, che è quella di render sempre presente Cristo fra due o più riuniti nel suo nome, lo ha lavorato come fra due fuochi: la voce di Cristo nel suo intimo e la luce di Cristo fra i fratelli.

E la natura che aveva sortito di uomo indipendente (era uscito da piccolo dal seminario per non obbedire) e l’aveva portato a divenire apologeta aggressivo, si è arresa definitivamente, gioiosamente, percorrendo l’ultimo tratto di quella strada che lo portava a Dio attraverso il fratello, come il movimento insegna.

Giordani è stato uno dei più grandi doni che il cielo abbia fatto al Movimento dei focolari.

Egli ha prodigato gran parte della sua esistenza a questa nuova realtà della Chiesa che ha anche un altro nome: Opera di Maria. E a noi pare che Maria lo abbia premiato, lo abbia eletto.

Igino Giordani scrive nel suo diario del 1957: «Se non sono l’ultimo cialtrone, devo farmi santo: essere in armonia con questa realtà».

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