Pensare dislessico

Per una scuola capace di tener conto dei diversi stili cognitivi e di apprendimento dei bambini

«Essere dislessica, non vi mentirò, è un problema. Non tanto per me, ma per come ti fanno sentire gli altri. Dopo che ti senti ripetere che sei stupida, che ogni cosa che fai viene sminuita, cominci a pensare che forse sei davvero tu il problema, e questo ti porta a una rassegnazione ingiusta. La dislessia per me è uno stato, non un disturbo o una malattia, ma una maniera diversa di pensare. Ogni persona dislessica è diversa: c’è quella a cui ballano le lettere, quella che come me legge talmente in fretta che dice solo la prima parola della frase e poi passa subito all’ultima. Il problema è che nella società i muri continuano a esserci. Certo, quando li demolisci hai soddisfazioni enormi, ad esempio superare l’esame di maturità con il voto che volevi, con i complimenti dei professori e soprattutto con la soddisfazione più grande, vedere tua madre commossa e orgogliosa di te» (Elisa, 19 anni, studentessa universitaria).

Dsa: questa sigla, che sta per Disturbo specifico dell’apprendimento, indica quel disturbo del neuro-sviluppo che si manifesta con significative difficoltà a scuola. Spesso non si capisce come mai un bambino sveglio e intelligente non riesca, tanti si sentono dire: «Sei pigro» o «non ti applichi abbastanza», con conseguente frustrazione e bassa autostima. Ma la complessità del Dsa sta proprio nella sua “specificità”, in quanto vi è discrepanza tra l’intelligenza generale del bambino e le difficoltà nell’apprendimento. Per questo tanti genitori non si capacitano di come i propri figli non riescano a svolgere compiti semplici, come leggere e comprendere un testo, scrivere correttamente, avere una bella grafia, ricopiare dalla lavagna, memorizzare le tabelline, stare al ritmo di un dettato, organizzarsi lo zaino e il diario.

L’origine di queste difficoltà è neurobiologica e dipende da fattori genetici, epigenetici e ambientali. Si parla di dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia, disturbi che possono essere isolati o combinati tra loro e insorgere con diversi livelli di gravità.

DislessiaI primi segnali di un possibile Dsa sono visibili già negli ultimi anni della materna, tuttavia per la diagnosi (multidisciplinare) bisogna aspettare il primo biennio della scuola primaria. La certificazione viene rilasciata dai servizi territoriali, ma purtroppo è difficile averla in tempi brevi: le liste di attesa sono infinite e lunghi i processi burocratici. A causa dell’ingente numero di diagnosi (3-5% degli studenti della primaria e della secondaria di primo grado) si sono dovute aggiornare le normative: nel 2010 è stata approvata la legge 170 che definisce i Dsa e tutela gli alunni con questa diagnosi, favorendone il diritto allo studio e il successo scolastico tramite la fruizione di «misure dispensative e di strumenti compensativi» calibrati per ciascuno. Tali misure non sono facilitazioni, ma mezzi necessari per superare le barriere causate dal disturbo stesso.

La 170 va verso l’uguaglianza sostanziale sancita dalla Costituzione, ma spesso non viene pienamente applicata. Eppure, per dirla con don Milani, non tener conto dei bisogni educativi specifici di un bambino significa «fare parti eguali tra diseguali».

Bisogna allora ripensare la scuola tenendo conto dei diversi stili cognitivi e di apprendimento: ogni bambino apprende secondo modalità diverse, prediligendo strategie che rispecchiano il proprio modo di acquisire ed elaborare le informazioni. Se adottiamo questa chiave di lettura, possiamo ribaltare il modo di intendere il Dsa, considerando le aree di forza di ogni studente piuttosto che i suoi deficit.

Molto si sta facendo per ottenere una scuola inclusiva, ma nella pratica clinica ancora incontriamo bambini che si sentono “stupidi” perché non messi in condizione di esprimere il proprio potenziale. Spesso, se non c’è una famiglia combattiva alle spalle, non vi è una reale tutela degli alunni, le diagnosi arrivano tardive, con impatti devastanti sullo sviluppo del bambino, con emersione precoce di ansia, depressione, e rischio di abbandono scolastico.

Il percorso è ancora lungo. Bisogna favorire una sinergia tra insegnanti, professionisti, famiglie, servizi volta a costruire una società davvero a misura di tutti, inclusiva e generativa, che valorizzi strategie divergenti e metta ciascuno nella condizione di esprimersi al pieno delle proprie potenzialità.

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Frase in evidenza: «Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà l’intera vita a credersi stupido» (Albert Einstein).

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