Il Pd a guida Schlein e il posto dei popolari

Intervista a Stefano Lepri, eletto nella nuova direzione nazionale del Pd, sulle sfide del più grande partito d’opposizione nell’Italia guidata dal governo Meloni. I contenuti oltre le etichette. Le istanze di una visione personalista e comunitaria all’interno di una forza politica che contiene una varietà di tradizioni e culture
Assemblea Nazionale del Partito DemocraticoFoto Mauro Scrobogna /LaPresse

L’assemblea del Pd che si è riunita domenica 12 marzo a Roma ha offerto segnali di ricompattamento del partito. Si prevede comunque un cammino in salita che vedrà Stefano Bonaccini, il più votato tra gli iscritti, nel ruolo di presidente accanto alla segretaria Elly Schlein, vittoriosa nei gazebo delle primarie.

Forte il richiamo comune espresso da molti degli interventi alla “comunità dem” dove convivono varie tradizioni e culture politiche.

 

Stefano Lepri, già senatore e deputato nella scorse legislature, è stato eletto tra i componenti della direzione nazionale dove esprime quella area fondativa del Pd che ha le sue radici nel popolarismo cattolico democratico.

Nelle primarie Lepri ha sostenuto Bonaccini, come ha fatto anche Piero Fassino, un altro torinese che viene invece dalla storia del Pci, e che a botta calda, dopo l’elezione della Schlein, ha messo in guardia la nuova segreteria a non chiudersi in un arroccamento minoritario. Il Pd, seppur ridotto nella rappresentanza, rivendica, infatti, una vocazione maggioritaria.

 Cosa significano questi termini usati a proposito del partito? In cosa consiste il rischio di un “arroccamento minoritario”?
Vocazione maggioritaria significa trovare ogni volta una sintesi politica alta, in grado di parlare a molti, così da avere un largo consenso. Per farlo occorre evitare le scorciatoie del leaderismo, ripartire dall’originalità delle culture politiche e ricercare con metodo un’autentica volontà di confronto. Solo così si può costruire un partito plurale e renderlo all’altezza della sua ambizione.

Se invece prevale il radicalismo nella comunicazione, ancor prima che nei fatti, l’elettorato medio si spaventa e preferisce votare altri.

Può fare un esempio?
Chi invoca la sinistra e poi predica il massimalismo nei diritti sociali e l’individualismo nei diritti civili non fa un buon servizio al partito. Ciò che serve è invece più coraggio nelle proposte, ma anche un’inevitabile gradualità, il rispetto delle tradizioni (che non sono conservazione) e una solida reputazione nell’accompagnare i processi di cambiamento. La cultura del popolarismo – se sapremo rappresentarla anche nel metodo – può aiutare molto a definire una vocazione maggioritaria.

Come ha inciso, a suo parere, il popolarismo nella storia recente del nostro Paese?
È la cultura che ha contribuito in modo determinante, fin dalla fase costituente della Repubblica, a definire un giusto equilibrio tra i poteri; ha ispirato nel secondo dopoguerra la costruzione dell’Unione europea e riforme fondamentali come quella agraria, i piani nazionali di edilizia popolare, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale, la riforma della scuola media, lo Statuto dei lavoratori, la concertazione come prassi abituale, le leggi sul terzo settore, eccetera. Quelle e altre riforme furono possibili anche perché chi le ha fatte seppe rassicurare gli elettori sulla loro gradualità, sulla stabilità della collocazione internazionale, sulla prevalenza di una visione interclassista, sul rispetto delle tradizioni e della sussidiarietà.

Insomma, si deve essere visionari nelle idee di cambiamento, purché esse non si rivelino velleitarie o controproducenti, nel merito e nel metodo.

 Dopo l’uscita di Giuseppe Fioroni è evidente nel Pd un certo malumore tra gli ex popolari. Qualcuno dice che si sente stretto in un partito troppo di sinistra.
Definirci di sinistra o di centrosinistra cambia poco. Quello che importa sono le proposte, nonché la capacità di approvarle e applicarle. In moltissimi casi siamo d’accordo con i nostri compagni di partito.

Può fare degli esempi?
Ne posso fare molti. Serve più coraggio e visione sulla transizione ecologica, sul contrasto alle disuguaglianze, sul combattere la finanza speculativa e il capitalismo rampante, sull’accoglienza dei migranti, su una politica estera che costruisca un nuovo ordine mondiale fondato sulla cooperazione e non sulla prevaricazione, su politiche del lavoro inclusive e che contrastino lo sfruttamento, eccetera.

E dove emergono le differenze?
Ci sono talvolta alcune differenze sui temi che riguardano il ruolo dello Stato nel suo rapporto con la società e i cittadini. Nel condividere l’esigenza che lo Stato assicuri un ampio sistema di protezione sociale, la cultura del popolarismo insiste tuttavia per il protagonismo dei corpi intermedi, che vanno valorizzati e non mortificati.

Siamo invece sovente su posizioni distinte su temi cosiddetti sensibili, su cui occorrerà uno sforzo di sintesi e di ascolto reciproco.

Non sarà affatto facile. Quale è la vostra posizione in questo caso?
Noi pensiamo che non tutti i desideri possano diventare diritti e che occorra sempre comporre il quadro dei diritti e dei doveri reciproci. Va detto invero che la torsione individualistica sembra prevalere tra i militanti e i dirigenti più giovani, meno tra i più esperti.

 In cosa, soprattutto, si distinguono i popolari che militano nel Pd?
Pensiamo, anche ispirati dal magistero del pontefice e delle dottrina sociale della Chiesa, che serva valorizzare quel sentimento di fraternità che si matura solo nel viverlo entro le comunità, da quelle più intime a quelle più numerose. Sono questi vissuti che possono infatti renderci più forti nell’affrontare le difficoltà e farci diventare compassionevoli, aperti al perdono, consapevoli dell’umana fragilità, desiderosi di adoperarci per il bene comune.

Sono concetti che vanno oltre gli schemi abituali di riformisti, liberali o laburisti…
Infatti. Il riformismo in politica non può più essere riconducibile al solo classico schema liberal-laburista. Serve anche una visione che metta al centro soluzioni su base comunitaria. Questa tesi non è nuova e conta su moltissime buone pratiche. Tuttavia essa va riattualizzata, resa concreta e diffusa anche grazie alla politica, se solo vogliamo ricostruire un nuovo umanesimo.

Non è una prospettiva troppo esigente da vivere in un partito?
Al contrario. Occorre avere le idee chiare. I riformisti devono guardare alla dimensione comunitaria inspirata alla fraternità con uno sguardo nuovo. O risintonizziamo le strategie politiche – non solo quindi lotta alle disuguaglianze, regolazione del mercato, contrasto al capitalismo rapace e tutela dell’ambiente – oppure rischiamo di consegnare il potere per decenni alle destre.

Cosa ne pensa delle forzature che avverranno nel Pd sul disegno di legge Zan?
Il contrasto all’omotransfobia è sacrosanto e va meglio definito, con pene e sanzioni giuste. Il disegno di legge tuttavia prevedeva alcune questioni controverse come il concetto di genere, contestate anche da buona parte del mondo femminista, che potevano essere rimosse dal testo consentendone l’approvazione. Si è invece preferito farne una battaglia frontale, quando con pochi correttivi potevano essere ottenuti avanzamenti. La conduzione dell’iter di quella proposta di legge è un esempio di cosa significhi fare battaglie giuste ma condotte in modo esasperato, diventando così velleitari.

 E sulla questione dell’utero in affitto?
Quanto alla maternità surrogata, ritengo sia una pratica che sfrutta il corpo di donne povere e che sottrae a quei bambini – anch’essi oggetti di mercificazione – il diritto ad un’identità biologica. La scelta di privarsi di un figlio dopo la sua gestazione è così innaturale da escludere che vi siano donne che lo facciano per puro dono; ma anche se vi fossero, c’è motivo di ritenere che si tratti di una scelta discutibile e sofferta. Insomma, il comprensibile desiderio di genitorialità dubito possa diventare pretesa, se a discapito dei più fragili. Si tratta peraltro di una posizione ampiamente presente nell’area vasta della sinistra, dei socialisti e dei democratici in Europa.

Come si può costruire tra i partiti di minoranza l’alternativa comune al governo Meloni?
Come ben detto da Bonaccini e Schlein, prima occorre dedicarci al partito facendolo tornare perno di una coalizione. Fin da subito, tuttavia, possiamo fare battaglie comuni, come sul salario minimo o sulla difesa della sanità pubblica, messa a rischio da una destra che favorisce in modo strisciante quella privata.

 Esiste una massa di elettori che non va più a votare. Come pensate di recuperare questa marea di astenuti?
Si tratta anche di far tornare i partiti luoghi aperti alla partecipazione: una sfida tutt’altro che facile in un tempo di ripiegamento su se stessi, ma fattibile con modalità innovative. Bisogna individuare “temi generatori” in grado, per il loro impatto immediato e il loro valore evocativo, di risintonizzarci con il popolo. Occorre offrire risposte concrete e tempestive.

Ad esempio?
L’Assegno unico che abbiamo promosso ha dato certezze a milioni di famiglie e fatto capire che lo Stato sostiene con continuità i genitori con figli a carico, senza distinzione per stato civile o condizione lavorativa.

Ma ora su cosa puntare?
Penso all’esigenza di abbattere le liste d’attesa in sanità, aprire le scuole al pomeriggio, aiutare le famiglie nel seguire i loro parenti anziani non autosufficienti, realizzare un programma di efficientamento energetico per gli immobili a basso pregio.

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