Patagonia, dove finisce il mondo

Animali
In fondo al mondo. Per saggiare la finitudine umana, quella che spinge a prendere in considerazione la fragilità di ogni forma di vita, viaggio fino a Ushuaia, un nome evocativo di fine del mondo, vento e forze della natura. Un nome che mi tuffa nelle regioni più ancestrali della mente umana, quella dell’inizio e della fine. Anche geografici.

Viaggiare in Patagonia vuol dire immergersi in una catarsi in andata e ritorno, un volo senza altro scopo oltre a quello di volare, al punto che si smarrisce il senso del dimorare. Ma sia il verbo abitare che viaggiare sonno appannaggio di Dio.

 

Ushuaia

 

Ushuaia s’è voluta accomodare su una striscia di terra, quasi una lingua rasposa ma immobile, tra i monti che le proteggono le spalle – i Martial – e il Canale di Beagle, che la separa dalla costa cilena dell’isola Navarino. Luogo ospitale, in fondo, nell’inospitale Terra del fuoco, qualche balza accomodante, atta a ospitare delle baracche di legno, una cappella col suo minuscolo campanile che suscita tenerezza votiva, qualche tettoia per riparare i poveri natanti dei pescatori. Così era Ushuaia agli inizi, all’epoca dei primi missionari anglicani, col rev. Stirling in testa.

Acque calme e turbinose nello stesso tempo. Dicono che a Ushuaia siano rare le giornate in cui non si sperimentano le quattro stagioni, in ordine sparso. A volte se ne possono sperimentare due o tre nel contempo: a Ushuaia è vietato accomodarsi sulle certezze meteorologiche, e forse anche esistenziali, oltre che estetiche. Se, ad esempio, la città pare un brillio di incantevoli e coloratissime casette di legno, ammirate da lontano, da vicino svela un pressappochismo urbanistico imbarazzante. Ma non c’è da preoccuparsi: qui sul Canale di Beagle si cerca solo di farsi baciare dalla natura.

Parto verso Oriente, su una strada sterrata. Piove a dirotto e tira un vento impetuoso. Che ci vado a fare? Il mio amico Pablo mi tranquillizza: mai dire mai a Ushuaia. Ci avviamo verso la falesia. Un raggio di sole d’improvviso ci bacia la fronte, accende il muschio e i licheni, trasforma la cinerea superficie marina in un festival di azzurri e di verdi.

M’avvio poi per il sentiero in costa che conduce a una piccola estancia, una fattoria vicina alla città, protetta da una baia miracolosa di calma paterna (dicono che la natura sia materna, ma qui in Patagonia è invece paterna) e di forza evocativa di luoghi d’altrove: Scozia e Siberia e Tasmania. M’immergo nei boschi di lenga e di ñire che, battuti dal vento 365 giorni all’anno, si sono conformati al rilievo. D’improvviso la superficie aghiforme si apre in uno squarcio che inquadra Ushuaia, che pare una dama esile e fragile, postmoderna, in attesa di essere risvegliata da una carezza.

Ceno dai miei giovani ospiti, di poche parole e di buone intenzioni, una dozzina di persone. Mi raccontano i drammi della gente del luogo, quasi tutti immigrati per lavoro, che patiscono di solitudine e malinconia. Le famiglie fanno fatica a resistere, anche qui.

 

Beagle

 

Il catamarano sfila veloce. Già la navigazione è una benedizione, per la meravigliosa pigmentazione delle acque, delle montagne sullo sfondo, delle sottili strisce di terra che sono gli isolotti. E dell’anima che osserva i cambiamenti luminosi trovando ogni volta il senso della meraviglia, della novità, della gratuità, della reciprocità. Ecco colonie di cormorani che paiono pinguini, leggeri in volo e goffi su terra, bicolori ed eleganti finché non vengono baciati dal sole, divenendo allora un esercito scomposto ma ordinatissimo di piccoli arlecchini. Ecco i lupi e i leoni di mare. Grugniscono e non si sa se lottino per difendere le loro femmine, se inneggino al dio pluvio, se spalanchino le fauci per inghiottire la nebbia…

Poi di nuovo le acque nere separate dalla prua dello scafo a cercare di tracciare il segno dell’uomo sulla forza delle divinità marine. Sforzo che raggiunge il suo scopo nel solo istante in cui si compie. Metafora dell’impossibile umanità.

Circumnavighiamo il piccolo faro che segna l’ingresso del canale e la frontiera tra Argentina e Cile, fratelli litigiosi. Una piccola stele eretta al cielo, alle nuvole, alla tempesta, un semplice segno, un simbolo che l’uomo ha voluto porre su un limitato spuntone roccioso in mezzo ai flutti, per dire che l’Onnipotente ha voluto lasciargli un fiotto di libertà, una supposizione d’innocenza.

 

Glaciares

 

Qualche centinaio di chilometri più a Settentrione. Nell’approssimarsi a Puerto Bandera, luogo di partenza dei catamarani, la terra più che madre (o padre, come a Ushuaia) qui appare matrigna, ricoperta di cespugli e arbusti che paiono setole, aculei d’un terreno assetato. Poi, avvicinandosi alle Ande e ai suoi impressionanti rilievi montagnosi, s’assiste al miracolo verde della vegetazione che s’intenerisce e s’ispessisce.

Il Lago Argentino e il suo colore. Impareggiabile. Irraggiungibile. Azzurro ghiaccio, bianco neve, celeste cielo. Tutto in un colore che pare dominare il piccolo-grande mondo della zona. E poi gli iceberg che se ne vanno a spasso per il lago senza vigili e senza meta.

Il fronte del ghiacciaio Upsala s’è staccato tutt’assieme, e ostruisce il passaggio. Poco male, lo spettacolo non manca, perché gli iceberg sono di una bellezza straordinaria. Il pilota non se la sente di imbarcarsi in uno stressante slalom per arrivare a quello che è il ghiacciaio più lungo d’Argentina: 60 chilometri di lunghezza e 640 chilometri quadrati di superficie. E così ci delizia facendo il birichino tra i ghiacci, cercando le caverne più originali, i colori più intensi, l’azzurro-blu-celeste-cobalto che impressioni i fotografi e impaurisca gli spiriti deboli. Pochi stanno pensando alla “vecchiaia” di questi pezzi di ghiaccio e al viaggio che ogni goccia ha dovuto intraprendere per arrivare sin qui. Una progressione lentissima, direi a ritmi biblici, che potrebbe insegnare non poco a quest’epoca di frenesia e pressappochismo, che provoca in fondo solo gelo, una “glaciazione culturale”.

Ma non c’è tempo per pensare a causa di un certo Spegazzini Carlo, un italiano. Lavorò a lungo in queste montagne, in particolare sul ghiacciaio che porta il suo nome, il più affascinante. Stiamo indugiando ai piedi dei suoi 138 metri d’altezza, impressiona, ed è dire poco. Non mi stanco di scattare istantanee che non hanno altro scopo se non quello di fissare un’opera d’arte che domani non esisterà più, e non vedrà mai più la luce. Panta rei, direbbe il filosofo.

Corrono i catamarani per arrivare all’ultimo dei ghiacciai, il Perito Moreno, cioè la natura nei suoi picchi di significato, quando il buono incontra il vero e il bello. E allora l’alchimia dell’essere al mondo diventa meraviglia. Il Perito Moreno, il più perfetto: due chilometri di lunghezza del fronte per cinquanta metri d’altezza. Avanza ogni anno allo stesso modo, né troppo né troppo poco. Perfetto, certo, ma meno bello dello Spegazzini, più composito, più incombente. Ma è solo una questione di gusti, qui tutto aspira alla bellezza. Stupore allo stato puro.

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