Il paradosso del prigioniero

Nella Fase2, per ridurre il danno dobbiamo essere in grado di seguire tutti la stessa logica, orientandoci al bene comune, coltivando la fiducia che l'altro, vicino o meno, abbia lo stesso orientamento. Mai come in questo momento tutto dipende dalla nostra capacità di essere comunità
Al lavoro con la mascherina. Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse

Non solo gli appassionati della teoria dei giochi, ma quasi tutti noi avremo sentito parlare almeno una volta del problema logico, solo in apparenza insolubile, che va sotto il nome di “dilemma del prigioniero”. Si tratta di una situazione paradossale, perfettamente crudele; una di quelle impasse che la cinematografia hollywoodiana ci ha abituato a veder risolta a colpi di arma da fuoco (o peggio).

Nella versione pubblicamente accessibile su wikipedia recita così: due criminali vengono accusati di aver commesso un reato. Gli investigatori li arrestano entrambi e li chiudono in due celle diverse, impedendo loro di comunicare. Ad ognuno di loro vengono date due scelte: collaborare, oppure non collaborare. Viene inoltre spiegato loro che: 1. se solo uno dei due collabora accusando l’altro, chi ha collaborato evita la pena; l’altro viene però condannato a 7 anni di carcere. 2. se entrambi accusano l’altro, vengono entrambi condannati a 6 anni. 3. se nessuno dei due collabora, entrambi vengono condannati a 1 anno, perché comunque già colpevoli di porto abusivo di armi.

Apparentemente nel paradosso può sembrare che un comportamento opportunistico sia il più vantaggioso, a patto che l’altro si comporti da “buono”. Invece la cosa interessante (dimostrabile con un po’ di matematica che ci risparmiamo) è che la soluzione per ridurre al minimo il danno, cambia a seconda del fatto che sia possibile o no sapere cosa farà l’altro, prevedendo in modo sicuro il suo ragionamento.

Questo è interessante e attuale. Nelle situazioni complesse, che tirano in ballo comportamenti a razionalità limitata (o comunque non certa) la scelta meno dannosa non dipende sempre dall’etica, dall’altruismo, dalla logica “buono o cattivo”, ma dalla prevedibilità delle scelte del prossimo.

 

A me il paradosso del prigioniero è sembrato calzante per la fase 2. Anzitutto conviene riflettere sul fatto che siamo ancora prigionieri: e se gradualmente possiamo uscire dalle nostre case e riprendere alcune attività, l’illusione che con il Covid sia finita qui è sbagliata e pericolosa. Un semplice sguardo alle “solite” curve dei pazienti attualmente ricoverati e attualmente positivi ci fa vedere che siamo ben lontani dall’aver completato la discesa; e per quanto riguarda i casi, sembra che questa non sia ancora nemmeno veramente iniziata (fig. 1).

 

Fig1: attuali casi e ricoveri in Italia
Fig1: attuali casi e ricoveri in Italia

Inoltre, la situazione è profondamente diversa fra una Regione e l’altra: la prevalenza di malati sulla popolazione generale, ossia la misura concreta del “pericolo che sta là fuori”, varia enormemente fra le regioni del Sud e quelle del Nord, con differenze di 10 volte fra i 33 casi ogni 100.000 abitanti dell’Umbria e i 356 della Lombardia (fig. 2).

 

Fig.2: prevalenza malati sulla popolazione generale
Fig.2: prevalenza malati sulla popolazione generale

 

Ci comporteremmo nello stesso modo, dovendo uscire di casa senza ombrello sotto una pioggerellina primaverile o sotto un uragano? La scelta delle istituzioni è stata di adottare regole uguali per tutti, nel rispetto di un principio di pari tutela della salute e degli altri diritti fondamentali della persona. Ma non bisogna dimenticare che è necessario modulare le riaperture in base al rischio, dettato dall’andamento dell’epidemiologia locale, se necessario città per città.

Ebbene, anche per questo fenomeno può essere fatto un parallelo con il paradosso del prigioniero, perché è palese che la sicurezza di ognuno di noi dipende dalle scelte degli altri: mantenere la sicurezza con una progressiva riduzione delle restrizioni richiederà un sempre maggiore affidamento sul comportamento del singolo, sui comportamenti che terremo quando ci spostiamo e sulla nostra propensione a rischiare.

Ciascuno di noi, in questi prossimi giorni, sarà chiamato a mettere in atto una serie di comportamenti che, è inutile girarci intorno, saranno in massima parte legati alla nostra volontà, buon senso e correttezza verso gli altri. Ed è altrettanto inutile nascondere il fatto che esisteranno molte opzioni per “fregare” l’altro, che fanno intravedere un vantaggio, magari economico o “liberatorio” dopo tanti sacrifici.

Il gioco del prigioniero ci dovrebbe aiutare a capire che, per ridurre il danno, dobbiamo essere in grado di seguire tutti la stessa logica: se possibile quella di orientarci al bene comune, coltivando la fiducia che l’altro, vicino o meno, abbia lo stesso orientamento. Mai come in questo momento tutto dipende dalla nostra capacità di essere comunità, di comprendere la realtà dell’interdipendenza che ci lega in tutte le prossime scelte; un sottile tessuto fatto di fiducia, etica, compassione e, perché no, amore reciproco. In una parola la fraternità, quello che alcuni sociologici hanno chiamato, con riferimento alla Rivoluzione Francese, “il principio dimenticato”.

È forse questa la lezione più profonda dell’epidemia: che alla fine, quando l’ombra si addensa e le effimere sicurezze del nostro benessere vacillano, ci ritroviamo tutti parte dello stesso sistema interconnesso. Tutti sulla stessa barca: inutile pensare come diventare più bravi a fregare il prossimo.

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