Papa Luciani, un magistero ancora attuale

Intervista a Stefania Falasca, vice postulatrice della causa di beatificazione di Giovanni Paolo I. Albino Luciani «aveva una cultura vastissima a livello letterario, storico, teologico che sapeva sapientemente declinare nei suoi scritti e nei suoi interventi, in modo che tutti potessero comprendere, secondo la scelta di parlare semplice affinchè il messaggio evangelico possa arrivare a tutti, altrimenti ne va della verità stessa»
Papa Luciani @Girella/Lapresse

Nei giorni scorsi papa Francesco ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il decreto che riconosce il miracolo attribuito all’intercessione di Giovanni Paolo I, che presto sarà proclamato Beato. La sua biografia restituisce l’immagine di un uomo colto e umile, che ha saputo parlare di Dio con semplicità evangelica. Ce ne parla Stefania Falasca, vice postulatrice della causa di beatificazione.

Qual è stata la virtù che Papa Luciani ha esercitato maggiormente?
Tutta la vita di Albino Luciani è stata impegnata a ricercare la sostanza del vangelo come unica ed eterna verità al di là di ogni contingenza storica o di moda». Questo ha detto di lui il prof. Vittore Branca, evidenziando una sua caratteristica inalienabile: la semplicità evangelica, che è la caratteristica del suo atteggiamento pastorale. Non possiamo che partire da questa. La semplicità è la virtù dell’umiltà e lui la incarna nel servizio pastorale, fedele anche a Francesco di Sales, di cui fin da piccolo aveva letto la Filotea e Il trattato dell’amore di Dio. Ha esercitato questa virtù in modo eccezionale, è stato un modo nuovo di porsi con la contemporaneità.

In che modo declina la virtù dell’umiltà nel suo servizio pastorale?
Albino Luciani ha svolto un intenso servizio pastorale che ha dato tanti frutti all’insegna del motto episcopale humilitas, preso in prestito da S. Carlo Borromeo e da S. Agostino, che non consiste nel negare i doni che si hanno, ma nel riconoscere che sono doni ricevuti. L’umiltà è la prima delle quattro chiavi del pontificato, di un Magistero che ha anche anticipato i tempi, perchè la chiesa che lui vede è quella che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa, che non è proprietà degli uomini. Nei suoi appunti scrive, infatti: «servi, non padroni della verità». I tratti salienti del suo Magistero sono quelli improntati alle virtù teologali che sono state messe a tema nelle udienze generali precedute da quelle sull’umiltà.

Albino Luciani nasce a Canale D’Agordo, un piccolo centro, tuttavia era un uomo molto colto...
Luciani viene da un paese che può dirsi periferico ma non marginale in quanto quella marginalità, stando sui confini, è foriera di arricchimento culturale; viene da una Pieve che ha dato ben tre Padri conciliari e che aveva una biblioteca fornitissima che lui ha inventariato. Era un enfant prodige. Parlava diverse lingue tra le quali il russo, il francese, l’inglese, il tedesco, imparate da adolescente. Ha insegnato per 28 anni teologia dogmatica e a 25 anni è diventato vice-rettore del Seminario Gregoriano di Belluno. Aveva una cultura vastissima a livello letterario, storico, teologico che sapeva sapientemente declinare nei suoi scritti e nei suoi interventi, in modo che tutti potessero comprendere, secondo la scelta teologica di quel sermo humilis canonizzato da S. Agostino per il quale bisogna parlare semplice affinchè il messaggio evangelico possa arrivare a tutti, altrimenti ne va della verità stessa.

Che Chiesa sognava papa Giovanni Paolo I?
L’immagine è quella di una chiesa del discorso delle Beatitudini, dei poveri di Spirito, più vicina al dolore delle genti, vicina all’insegnamento dei grandi Padri. Il suo pontificato è stato e rimane un punto di riferimento nella storia della chiesa. In quei 34 giorni ha portato avanti quelle che sono le dorsali del Concilio: una rinnovata missionarietà, la volontà di dialogare con il mondo, la ricerca della pace, la ricerca dell’unità dei cristiani, la collegialità e la povertà nella chiesa.

Come intende la scelta della povertà?
Aveva sposato la povertà, ne aveva fatto la dote più importante. L’adesione sul piano teologico e pastorale alle linee del magistero montiniano in materia sociale, espresse nella Populorum progressio, è totale e diventa per Giovanni Paolo I l’orientamento della Chiesa nello sguardo sul mondo. A questo richiama anche nell’ultima udienza generale riprendendo l’affermazione che «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto» e «che i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza». Il suo magistero è intessuto del motivo della Chiesa povera al servizio degli ultimi.

La sua attenzione verso gli ultimi è evidente anche quando parla della solidarietà…
Per Giovanni Paolo I la solidarietà doveva fare parte dei tradizionali precetti generali della Chiesa, doveva diventare obbligatoria per i fedeli ed essere esercitata in concreto, essendo elemento essenziale della fede e della vita cristiana. Per lui la solidarietà doveva affiancarsi all’obbligo per i fedeli di partecipare alla messa domenicale, di santificare le feste e agli altri dei cinque precetti che sono contenuti nel Codice di diritto canonico e nel Catechismo della chiesa cattolioca. Ne propose una revisione al fine di inserirne uno dedicato alla solidarietà con il Terzo mondo. Quando era patriarca di Venezia, il 21 ottobre del 1971, avanzò la proposta davanti all’assemblea del Sinodo dei vescovi sul tema «Sacerdozio ministeriale e la giustizia nel mondo» con queste parole: «Da secoli al popolo cristiano viene messo innanzi il piccolo codice dei ‘cinque precetti della Chiesa’. Esso viene appreso dai fanciulli insieme al decalogo del Signore. Non si potrebbe rivedere un po’ questo mini-codice, mettendo in grande evidenza il precetto di esercitare in concreto, sia con le preghiere che con le opere, la solidarietà in particolare verso il Terzo mondo?». E continuava: «Anche i confessori, goccia a goccia, potrebbero dare una mano a questa coscientizzazione, assegnando come soddisfazione sacramentale buone opere da fare a favore del Terzo mondo».

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