Palestina dopo Arafat, la storia, le attese

La morte del vecchio leader di Al Fatah, Yasser Arafat, suggerisce un’analisi su due piani diversi. Il primo riguarda il percorso umano e politico di una personalità che, oltre ad essere amata dalla stragrande maggioranza del popolo palestinese, ha ricevuto riconoscimenti internazionali come l’assegnazione del premio Nobel per la Pace. Nel momento in cui l’uomo-Arafat lascia la scena di questo mondo, non staremo qui a insistere più di tanto sulle mille e note ambiguità ed omissioni di Arafat rispetto al terrorismo ed alla lotta violenta per dare finalmente una patria al popolo palestinese. Si è trattato, certo, di un aspetto della militanza di Arafat per la causa palestinese che ha prodotto guasti e che non può che essere considerato un grave errore politico, oltre che etico. Diremo piuttosto che il leader-Arafat è stato senza ombra di dubbio una figura storica che, più nella sua veste politica che in quella militare, ha avuto talvolta il coraggio di intraprendere nuove strade. Ma, come nel caso degli accordi di Oslo, è stato anche un leader che quelle strade di pace non ha saputo o voluto percorrere fino in fondo, lasciando il lavoro incompiuto e consentendo che altre forze ed altre dinamiche, molto meno pacifiche, prendessero il sopravvento. Inoltre Arafat aveva recentemente fatto mostra di un esasperato accentramento del potere e di eccessiva indulgenza verso la dilagante corruzione nell’autorità palestinese. Una seconda lettura della vicenda politica di Arafat, sulla scena del dramma mediorientale, deve tuttavia chiamare in causa diversi altri autori. La traiettoria del leader di Al Fatah non può essere infatti disgiunta dal quadro più ampio, e cioè (ovviamente) dalla questione israelo-palestinese, da un lato, e dalla valenza geo-politica dell’area mediorientale. Entrambe queste prospettive passano, per così dire, per Washington. Molti alleati degli Stati Uniti (tra cui Tony Blair) non hanno mancato di lamentare lo scarso impegno con cui la prima amministrazione Bush ha seguito l’aggravarsi della crisi, limitandosi a fare da arbitro o anche solo da notaio. Inoltre anche Israele ha perso molte volte il treno della storia. Le speranze suscitate dalle scelte di altissimo valore politico di un Rabin (di cui ricorre il decennale del barbaro assassinio ad opera di un fanatico) si sono liquefatte come neve al sole mediorientale. Le incursioni militari dell’esercito israeliano nei Territori, la questione dei coloni, la rete di protezione contro gli attacchi dei kamikaze che ha però diviso intere comunità, gli assassini politici mirati (quale che fosse la loro giustificazione) non hanno certo aiutato Arafat a contenere la lotta a tutto campo di formazioni come Hamas e degli hezbollah. Su un altro versante, gli altri attori, più vicini alla causa palestinese, che non sono stati affatto funzionali ad una svolta autentica sono stati gli iraniani (con un attivismo non sempre benintenzionato), l’Iraq di Saddam Hussein, la sorniona Siria, sempre pronta a sfruttare a proprio vantaggio l’evoluzione dei rapporti di forza. Gli scenari che si aprono adesso coinvolgono entrambe queste prospettive: sia, cioè, la ricerca di un nuovo leader, credibile ed affidabile, che il mutamento del quadro internazionale. Sul primo punto, non v’è dubbio che, nonostante i tentativi di delegittimazione, Arafat è rimasto fino all’ultimo leader indiscusso dell’Autorità palestinese e la sua successione non sarà né facile né indolore, anche se i primi segnali raccolti (con la formazione di un triumvirato che tuttavia vede assumere rilievo la figura di Abu Mazen) lasciano ben sperare. Il nuovo leader avrà in ogni caso dinanzi a sé le grandi sfide della ricostruzione e della gestione più efficiente dell’amministrazione palestinese. Quanto al contesto internazionale, sarà interessante osservare come si muoverà l’amministrazione americana, ora che Bush ha ricevuto un secondo mandato. Questo elemento, molto aleatorio al punto in cui siamo, dipenderà molto dalle pressioni esercitate all’interno del cosiddetto Quartetto (Nazioni Unite, Unione europea, Russia, e gli stessi Stati Uniti) per cogliere le nuove opportunità che si aprono in Palestina in un momento di transizione. In secondo luogo, il governo israeliano, che ha sempre considerato Arafat (eletto dal popolo palestinese) un ostacolo alla pace, dovrebbe ora dar prova di maggiore determinazione ad esempio nel portare a compimento, ma non in modo unilaterale e condizionato, il piano Sharon di ritiro dalla striscia di Gaza delle forze israeliane. Ma saranno necessari forse anche gesti concreti e simbolici di riconciliazione, dopo decenni di conflitti. Pensiamo ad esempio, da parte israeliana ad un congelamento della costruzione del muro e, da parte dell’autorità palestinese, ad una solenne condanna politica, non ambigua (senza se e senza ma), di ogni forma di terrorismo contro Israele. Consentire, un giorno, la sepoltura di Arafat a Gerusalemme, città santa per le tre religioni del Libro, sembrerebbe, tra questi gesti, forse il più significativo.

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