Pakistan, alle radici della violenza anti-blasfemia

Il 16 agosto a Jaranwala, nel Punjab pakistano, si è scatenato l’ennesimo episodio di violenza anti-cristiana, nel nome delle leggi anti-blasfemia: le leggi che hanno perseguitato Asia Bibi solo qualche anno fa. Uno sguardo ad una situazione difficile e complicata, che non riguarda però solo i cristiani. E qualche segno di speranza
Pakistan (AP Photo/Fareed Khan)

L’ennesimo episodio di intolleranza islamista in Pakistan si è verificato a Jaranwala, nel Punjab, il 16 agosto scorso. Un episodio meno grave si è verificato nella stessa regione una decina di giorni dopo.

A Jaranwala sono state vandalizzate e bruciate 26 chiese (7 dell’Esercito della Salvezza, 3 cattoliche, 3 presbiteriane e altre 13 cappelle e sale di ritrovo di denominazioni cristiane indipendenti) e circa 200 abitazioni di cristiani: mobili, letti, tavoli, sedie, elettrodomestici sono stati trascinati davanti ad alcune chiese e dati alle fiamme da un migliaio di persone inferocite, convinte di vendicare così un presunto atto di blasfemia contro il Corano.

La notizia era circolata per strada: qualcuno avrebbe trovato a terra due pagine del Corano, strappate e imbrattate con scritte blasfeme; qualcun altro avrebbe addirittura visto due cristiani compiere il sacrilegio. Secondo alcune fonti governative citate dall’Agenzia Reuters, gli organizzatori dell’attacco vandalico, che hanno riunito e aizzato la piccola folla, sarebbero stati soprattutto attivisti ed esponenti del partito di destra islamista Tehreek-e-Labbaik Pakistan (Tlp), non nuovo a queste iniziative.

I dirigenti del partito hanno poi negato e perfino condannato le violenze. Come quasi sempre in casi simili, la reazione della polizia sarebbe stata quella di stare a guardare, almeno all’inizio, salvo poi arrestare un centinaio di esagitati. E per fortuna questa volta non ci sono state vittime e feriti: quando la violenza era già nell’aria ma non ancora iniziata, molti cristiani sono fuggiti rifugiandosi in altri quartieri o in campagna.

Il problema è endemico in Pakistan, un Paese da sempre instabile e dove il 96% degli abitanti sono di fede islamica (75% i sunniti). Certo la maggioranza non è islamista ma dal 1986 esiste una legge anti-blasfemia, anzi più di una. E anche recentemente il Parlamento ne ha approvata un’altra.

Per l’articolo 295c del Codice Penale, articolo introdotto nel 1986 da Muhammad Zia-ul-Haq, uno dei presidenti-dittatori più dispotici e corrotti della storia pakistana, la bestemmia contro il Corano prevede la pena di morte nei casi più estremi, ma anche l’ergastolo o altre pene.

Di fatto, però, la prima condanna a morte per blafemia in base a questo articolo è stata quella inflitta ad Asia Bibi nel 2010. La donna, com’è noto, riuscì ad evitare la pena capitale, venne anzi assolta e riparò in Canada, nel 2018, con l’aiuto di organizzazioni internazionali e dello stesso governo pakistano. Questo non toglie che molti innocenti accusati di blasfemia siano stati assassinati da estremisti islamici dopo il rilascio dal carcere; anche difensori dei diritti sono stati uccisi, come il musulmano Salmaan Taseer (Governatore del Punjab) e il cattolico Shahbaz Bhatti (Ministro per le minoranze religiose), entrambi assassinati nel 2011.

Fu Bhatti che ebbe il coraggio di affermare pubblicamente una realtà di fatto: «La legge sulla blasfemia è spesso utilizzata come uno strumento per risolvere questioni personali; l’85% dei casi sono falsi. Molti innocenti sono stati vittima di casi di blasfemia. I tribunali emettono verdetti, ma poi i crimini non vengono provati dalle Alte Corti».

Di recente, a gennaio 2023, l’Assemblea nazionale, ha approvato una nuova legge, confermata dal Senato il 7 agosto, che punta soprattutto a reprimere la blasfemia su internet e sui social media. Ma la nuova legge non è relativa al Corano (che è già tutelato dal Codice Penale e da altre norme), ma si concentra sulle offese contro le mogli o i compagni del Profeta dell’Islam.

Perchè c’era bisogno di questa precisazione? Perchè certi gruppi islamisti, evidentemente influenti, puntano a colpire non solo non musulmani (cristiani e indù), ma anche gruppi minoritari islamici, e particolarmente gli sciiti (15% della popolazione) e gli ahmadi (3% della popolazione: un gruppo islamico fondato nel XIX secolo nel Punjab). I musulmani non sunniti accettano infatti il Corano ma non la successione di Abu Bakr, oppure contestano altre figure dell’Islam delle origini.

Dal 1987, dopo l’entrata in vigore del articolo 295c, fino all’inizio del 2021 sarebbero state più di 1.800 le persone accusate di blasfemia. Attualmente pare che circa 40 persone stiano scontando l’ergastolo o si trovino nel braccio della morte per condanne di blasfemia. Ma quello che paradossalmente potrebbe essere ancora più grave è il fatto che negli ultimi 30 anni circa 90 persone sono state uccise per blasfemia in situazioni extragiudiziali, prima del processo o dopo una sentenza di innocenza.

Un gesto di speranza e solidarietà di questi giorni viene segnalato (29 agosto) dall’Agenzia Fides: un «incontro di preghiere tenutosi nella chiesa cattolica [una di quelle attaccate il 16 agosto] del quartiere cristiano di Essa Nagri a Jaranwala, già ripulita, ritinteggiata, arredata e resa agibile al culto, grazie alla tempestiva opere di ricostruzione disposta e finanziata dal governo del Punjab».

L’arcivescovo del luogo, mons. Shaw – riferisce l’Agenzia Fides –, si è recato diverse volte nei giorni scorsi a Jaranwala, anche in compagnia di varie delegazioni di capi musulmani che hanno mostrato solidarietà. Il governo provinciale avrebbe disposto anche un aiuto finanziario per ciascuna famiglia colpita dalla violenza del 16 agosto.

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