Paghe da fame e super stipendi. C’è molto da cambiare

Le irragionevoli retribuzioni dei manager sono la conseguenza di un sistema finanziario che non è stato messo in discussione dalla crisi. Seconda parte dell’intervista a Giulio Romani, presidente di Fiba Cisl, che sta raccogliendo le firme per una proposta di legge popolare per porre un tetto alle retribuzioni dei vertici delle aziende private
Un banchetto per la raccolta di firme

Cosa c’è che non funziona nel sistema? Continuiamo la pubblicazione dell’intervista al rappresentante del sindacato dei bancari della Cisl che sta raccogliendo le firme per una proposta di legge popolare finalizzata a porre un tetto alle retribuzioni dei vertici delle aziende private.

Per andare all’origine delle attuali anomalie, cosa impedisce di separare l’attività delle banche d’affari da quelle di investimento come la legge Glass Steagall dell’era Roosevelt? Non sarebbe una battaglia da condurre assieme a quella dei redditi immorali e inutili?
«Conduciamo da anni la battaglia per una riforma dei mercati finanziari. Le nostre proposte, già presenti nel manifesto promosso dalla Fiba: "Riformiamo la finanza per un'economia civile e solidale", presentato a Terra Futura nel 2009 che fu sostenuto da Acli, Altromercato, Arci, Azione Cattolica, Banca Etica, Gruppo Cooperativo Cgm, Cisl, Goel, Legambiente, Libera, Manitese, Masci, Valori, Zoes, Cvx, Lega Missionaria Studenti, sono ancora valide. La matrice strutturale che ha scatenato la crisi non è stata scalfita. La finanza anarchica e globale, è stata salvata, ma non regolata».

Cosa è accaduto davvero?
«Nonostante il suo ossessionato rifiuto della presenza dello Stato nell’economia, il neo liberismo è stato salvato proprio dallo Stato, che si è accollato l’enorme fardello del salvataggio del sistema bancario. Ma l’errore colossale è stato quello di salvare le banche senza aver imposto loro delle regole che impedissero il ripetersi dei comportamenti che avevano determinato la crisi. Il salvataggio è stato fatto gratis et amore Dei. Bisognava invece cambiare la governance. Stabilire nuove e ferree regole del gioco. E tra queste innanzitutto ristabilire la netta separazione fra le attività speculative delle banche e la loro funzione tradizionale di deposito dei risparmi e di erogazione di credito all'economia reale. Riteniamo che fu pernicioso, negli anni ’90, cancellare il “Glass-Steagall Act”, che negli Usa teneva separate, dai tempi della grande depressione, le banche d'affari da quelle commerciali. Quello che chiediamo inoltre è di favorire fiscalmente il finanziamento all’attività economica a sfavore della finanza speculativa. Senza aver imposto loro regole stringenti, le banche salvate hanno, subito dopo, continuato a comportarsi come e peggio di prima. Sono società per azioni ed i loro azionisti hanno come obbiettivo solo alti assi di profitto che si raggiungono più facilmente con la finanza speculativa anziché con un tradizionale e più articolato finanziamento dell’economia reale. Una morale è da trarre: abbiamo trovato una soluzione all’emergenza, ma il paradigma è rimasto intatto».

Come pensate di favorire la partecipazione dei lavoratori nelle aziende? Vedete opportuno il modello duale tedesco con il consiglio di sorveglianza? Non dovrebbero entrare nel comitato retribuzioni delle grandi aziende?
«In un contesto di crisi irrisolta, il presidio di lungo periodo dell'occupazione, del reddito e delle attese professionali delle lavoratrici e dei lavoratori richiede il superamento del modello di governance oligarchica ed il suo allargamento alla partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori. Riteniamo, infatti, che sia ora di superare la secolare divisione classista che vorrebbe, nel nostro Paese, rigidamente separato il capitale dal lavoro. E nel settore bancario e assicurativo questa esigenza è ancora più sentita, anche perché, forse, maggiormente realizzabile. In particolare è necessario favorire la diffusione della partecipazione al capitale delle imprese attraverso l’attribuzione, in forme stabili, di quote azionarie ai lavoratori, come parte della retribuzione di secondo livello e con il riconoscimento delle associazioni dei dipendenti soci portatrici della sommatoria delle quote di capitale in possesso ai dipendenti stessi; agli utili societari, come riconoscimento del contributo diretto prestato dai lavoratori per il raggiungimento degli obiettivi primari dell’impresa; alla governance, attraverso l’inclusione dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione, gestione e sorveglianza, ovvero nei Collegi sindacali».

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