Operatore tra le genti

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La parola apostolato ha acquistato il senso piuttosto generico di diffusione del regno di Dio con la parola, con le opere o con la preghiera. Ha preso un significato così generico che si parla di apostolato del mare, apostolato dello spettacolo, ecc. Sarà necessario, perciò, andare alle fonti della Rivelazione per cercare di capire il significato che il Nuovo Testamento ha dato alla parola apostolato. La parola apostolato, apostolé in greco, si trova quattro volte nel Nuovo Testamento, e precisamente in At 1,25: a prendere il posto di questo ministero e apostolato che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto da lui scelto. Gettarono quindi le sorti su di loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli; in Rm 1, 5: Per mezzo di lui abbiamo ottenuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti a gloria del suo nome; nell’epistola 1 Cor 9, 2: Anche se per altri non sono apostolo, per voi almeno lo sono; voi siete il sigillo del mio apostolato nel Signore; e infine nella lettera ai Gai 2, 8: poiché colui che aveva agito in Pietro per l’apostolato della circoncisione, aveva agito anche in me per i pagani. Come si vede, la parola apostolato, prima ancora di avere un suo contenuto, indica un rapporto con la parola apostolo. L’apostolato è il contenuto dell’azione dell’apostolo. Più che avere un senso attivo ha ancora un senso passivo, è ancora un derivato della parola apostolo. Il termine apostolo nel Nuovo Testamento Per capire esattamente il significato dì apostolo, occorre un’analisi attenta del termine greco apòstolos. Esso ricorre 79 volte nel Nuovo Testamento, di cui 34 in Luca (6 nel vangelo e 28 negli Atti), 34 negli scritti paolini, una volta nella lettera agli Ebrei, 3 nella lettera di Pietro, una volta nella lettera di Giuda, 3 nell’Apocalisse e infine una volta in Matteo, in Marco e Giovanni. Se si considera l’uso di una parola così importante per il Nuovo Testamento nel greco classico, si nota che apòstolos ha il significato di nave da carico inviata; soltanto in Erodoto, in due passi, indica l’inviato. Generalmente i greci, per dire inviato, usavano le parole àngelos e kérux. Si può quindi dire che i primi cristiani abbiano coniato il significato della parola ex novo, dandole un contenuto che non aveva, per indicare un altissimo compito. Ma quale significato ha la parola apòstolos nel Nuovo Testamento? Come abbiamo visto, due sono gli autori che l’adoperano spesso: Luca e Paolo. Per Luca, il concetto di apòstolos si identifica con i dodici discepoli. Se si eccettua infatti Le 11, 49 e At 14, 14, la parola apòstolos è sempre riferita ai Dodici. Essi hanno accompagnato Gesù dal battesimo di Giovanni fino alla risurrezione, ed egli è apparso loro risorto. Essi sanno esattamente quello che Gesù ha detto, quello che Gesù ha fatto, come ha vissuto. Hanno ricevuto la promessa dello Spirito Santo, che poi è stato conferito loro nella Pentecoste; sono gli attuatori del comando missionario di Gesù: ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra (At 1, 8). Stando a Luca, insieme ai Dodici non c’è altra autorità. Essi hanno il compito di prendere le decisioni più importanti (cf. At 15); ordinano i sette diaconi: Li presentarono quindi agli apostoli i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani (At 6, 6); regolano i doveri della comunità. Per Luca apòstoloi diviene espressione fissa per designare il gruppo dei Dodici. Eccetto che in At 14, 14, nemmeno Paolo, benché nominato spesso, viene mai chiamato apòstolos. Egli, infatti, non soddisfa al requisito di essere stato con Gesù fin dal tempo del battesimo di Giovanni. Se passiamo a vedere le citazioni degli altri evangelisti, troviamo che in Gv 13, 16 (In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato) si parla dell’ufficio in senso generale di messaggero. Perciò, se si escludono il passo di Mt 10, 24 (I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo di Alfeo e Taddeo; Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì), e quello di Mc 6, 30 (Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato), il termine apòstolos come designazione dei Dodici è estraneo ai vangeli, non considerando quello di Luca. Negli scritti paolini Le lettere paoline sono molto più importanti per studiare il termine apòstolos, poiché sono tra i primi scritti del Nuovo Testamento, antecedenti agli Atti, e costituiscono quindi una fonte genuina per il concetto di apòstolos. Ecco le linee fondamentali dell’ufficio apostolico: a) la grazia della chiamata e dell’investitura di apòstolos derivano non da opera dell’uomo, ma da Gesù Cristo e Dio: Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti (Gal 1,1); Per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome (Rm 1,5). È Dio che dona all’apòstolos il contenuto del suo messaggio, di modo che egli diviene rappresentante di Cristo nel diffondere il suo vangelo; b) con la chiamata all’apostolato cristiano, a differenza della missione giudaica, si connette l’incarico di operare tra le genti: Pertanto, ecco che cosa dico a voi, gentili: come apostolo dei gentili, io faccio onore al mio ministero (Rm 11, 13); compito primario sarà la predicazione, non il battesimo: Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo (1 Cor 1, 17); e) inscindibile dal ministero apostolico è la sofferenza: Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, perché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi (1 Cor 4, 913); d) insieme ai profeti, l’apostolo possiede una speciale conoscenza del mistero di Cristo: Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio (1 Cor 4,1); e) non esiste, tuttavia, in Paolo l’idea che l’apostolo sia posto al di sopra della comunità e privilegiato rispetto agli altri carismi: È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri (Ef 4, 11); l’autorità di cui dispone non sta in una qualità a luì propria: Non però che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio (2 Cor 3, 5), ma nel vangelo stesso, nella forza di persuasione e nella verità del suo messaggio; al contrario, rifiutando le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzie né falsificando la parola dì Dio, ma annunziando apertamente la verità, ci presentiamo davanti a ogni coscienza, al cospetto di Dio (2 Cor 4, 2); f) non si sa con certezza chi, per Paolo, siano gli apostoli. A questa categoria appartiene lui stesso, Pietro, Andronico, Barnaba e forse anche Giacomo, il fratello del Signore, forse Silvano; in ogni caso non pare che Paolo applichi mai il titolo di apostoli ai Dodici, intesi nel senso di gruppo chiuso. Testi come 2 Cor 8, 23 (Quanto a Tito, egli è mio compagno e collaboratore presso di voi; quanto ai nostri fratelli, essi sono delegati apòstoloi delle chiese e gloria di Cristo) e Fil 2,25, in cui Tito e Epafrodito vengono espressamente chiamati apostoli della comunità e vostri apostoli, dicono chiaramente che la parola non era ancora divenuta, a quell’epoca, un termine tecnico per indicare i depositati dell’apostolato cristiano. È interessante notare, per quanto riguarda i Dodici, che essi vengono chiamati apostoli negli altri scritti del Nuovo Testamento una sola volta, in Ap 21, 14: Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. Conclusione È evidente che troviamo due concezioni di apòstolos nel Nuovo Testamento, una più giuridica in Luca, una più carismatica in Paolo. Le teorie avanzate per spiegare questa diversità sono numerose. A me sembra più verosimile quella esposta da H. Rengstorf, riassunta molto bene da D. Müller (che mi è stato molto utile in tutto), anche se essa stessa lascia qualche interrogativo: Sarebbe stato Gesù in persona che, dopo un periodo di ascolto e di apprendimento, avrebbe costituito i suoi discepoli (con ciò non si intende soltanto i Dodici) nel rango di apostoli e immessi in una collaborazione attiva con l’invio in missione (Mt 10, 2ss.; Mc 6, 7ss.; Lc 9, 10) (1). Perciò l’apostolato non può essere inteso originariamente come ufficio, bensì come incarico nel senso di un’autorizzazione limitata nello spazio e nel tempo, legata a condizioni oggettive e non personali, così com’è data nel concetto giudaico di shaliakh (2). Questo incarico viene poi rinnovato dal Risorto, ma nello stesso tempo da lui modificato chiamando gli apostoli; a) come testimoni della risurrezione, ripieni dello Spirito; b) per un periodo che abbraccia tutta la loro vita; e) in una posizione di autorità e con un incarico missionario. È così che l’apostolato acquista il suo carattere di ufficio, per quanto non sia possibile determinare l’ampiezza del gruppo degli apostoli; in ogni caso, comunque, ne facevano parte in maniera privilegiata i Dodici. Paolo, che non rientrava né nella cerchia dei Dodici, né tra i primi cristiani, viene a occupare una posizione del tutto speciale. Dal momento però che era stata messa in dubbio l’uguaglianza di rango tra lui e i Dodici, Paolo si vide costretto a fondare il suo apostolato in una maniera tale che, se da un lato lo liberava dal giudizio di essere apostolo di second’ordine, dall’altro veniva ad acquistare un peso determinante per la concezione e le pretese dell’apostolato protocristiano (3). Facendo questo, Paolo ha la ferma e consapevole intenzione di collocarsi nella tradizione protocristiana che da Gesù proviene (cf. 1 Cor 11, 23ss.; 15, 1ss. e altrove) e che lo unisce in un vincolo di unione, malgrado tanti conflitti, con gli apostoli della comunità primitiva (cf. At 15, 12; Gal 2, 9 e soprattutto 1 Cor 15, 11) (4). Paolo, facendo risalire (probabilmente per primo) l’apostolato all’incontro con il Signore risorto, e connettendolo con la coscienza missionaria dei profeti dell’Antico Testamento, gli conferisce la sua caratterizzazione classica.

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