«Ognuno ha trovato in lui un’ospitale dimora»

Era il 2 agosto del 2017 quando, durante una gita in montagna con altri sacerdoti, è venuto a mancare per un malore don Francesco Soccol di Belluno. Parroco, amico, tessitore di rapporti e uomo del dialogo. Ne ha parlato il vescovo, mons. Renato Marangoni, nell’omelia del funerale che qui riportiamo. Una testimonianza che ha reso note a tutti la forza e la tempra che hanno animato don Francesco. Fare casa, sostenere, aiutare, incoraggiare, come pure la discrezione, la leggerezza con cui egli stava accanto alle persone, rivelano un sacerdozio vissuto per gli altri, con gli altri, essendo, come Maria, trasparenza di Gesù.

Negli ultimi giorni don Francesco nutriva un incontenibile desiderio di salire in montagna. Avrebbe voluto fare la salita al monte Agner, poi unirsi al gruppo che sarebbe salito, ieri, al Pelmo. Voleva “salire”!

Don Francesco ci ha sorpresi così: per davvero è salito, lì dove – come racconta di Mosè la prima lettura che abbiamo ascoltato – «la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con il Signore».

Noi tutti – ciascuno in modo originale – portiamo i riflessi del volto luminoso di don Francesco. Egli, senza esitazione alcuna, si è tolto ogni velo. Non era solito prendere “distanze di sicurezza” e, disarmato, incontrava le persone pelle a pelle. Ognuno di noi ha potuto trovare un’ospitale dimora in lui. Sì, don Francesco si faceva abitare. Andavi da lui e ti sembrava di tornare a casa, di attingere quell’affetto che ti fa sentire amato, atteso da qualcuno, protetto nelle proprie fragilità. Non c’erano appartenenze particolari – né etniche né culturali né religiose – che potessero impedirgli di farsi amico e fratello.

Comunicava
il suo stesso
conversare con Dio

Il racconto dell’Esodo che abbiamo ascoltato corrisponde alla parola di Dio del giorno in cui don Francesco ha compiuto la salita più impegnativa, mercoledì scorso. Questa Parola ci dice che Mosè, a volto scoperto, conversava con Dio e proprio per questo egli poteva offrire una parola di vita al suo popolo, con cui si era definitivamente legato. Oggi don Francesco ci svela che egli non aveva altra parola con cui comunicare con noi che il suo stesso conversare con Dio. Egli portava nel suo cuore questa parola di vita che il profeta Osea mette in bocca a Dio: «Ti amerò nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2, 22). È per questo che don Francesco ha reso Dio vicino alle nostre parole, alle nostre mani, ai nostri pensieri, ai nostri sentimenti, al nostro cuore.

Grazie, don Francesco: hai fatto sì che Dio fosse alla misura del tuo sorriso, del tuo affetto, della naturalezza con cui ci hai incontrati, della leggerezza e discrezione dello starci accanto e dell’entrare in empatia con ognuno, qualsiasi fosse la sua appartenenza di fede e di cultura.

Capace di una
felicità condivisa

Noi non comprendiamo il risvolto drammatico della tua ultima salita in montagna. Ma tu sembri smontare ogni nostro ragionamento. Sembri dirci che anche il Dio con cui ti sei incontrato nel monte è diventato piccolo, umile, disarmato, abbandonato, sorridente, amante, ospitale… come hai potuto essere tu…Un Dio che sale e scende dal monte con noi. E sul monte dà la vita.

Forse oggi ci stai dicendo di non pensare e non dire che Dio ti ha voluto con sé, privandoci di un uomo squisito e di un prete capace di amare come hai cercato di essere tu. Forse ci stai suggerendo di cercarlo ancora questo Dio inaspettato in una vita buona, in una umanità che impara a riconciliarsi e ad aiutarsi.

A noi tuoi confratelli nel ministero ci stai indicando che solo in una fraternità più voluta e più cercata potremmo far diventare più raggiante il nostro volto, senza lasciarlo incupire da rassegnazione e paura. Ci stai invitando a diventare capaci di una felicità condivisa che tu hai saputo rappresentare e donare. Sei stato un uomo e un prete felice.

Il tesoro nascosto
in ogni prossimo

Ricordo – e mi colpì – quando rappresentavi i preti di questa nostra diocesi negli incontri a livello di Triveneto e raccontavi della tua esperienza di fraternità e collaborazione tra comunità parrocchiali. Coglievamo in te il coraggio e la libertà con cui guardavi al futuro delle nostre Chiese, un po’ stanche e demotivate.

Ora sono le due parabole di Gesù a donarci il senso più profondo e più bello che tu hai dato alla tua vita e al tuo ministero. omprendiamo che anche tu hai trovato un tesoro nascosto, inaspettato, sorprendente. Hai fatto tutto il possibile per acquistare quel campo dov’era. Ma ci siamo anche noi in quel campo: ci hai acquistati con passione, mettendocela tutta. Tu hai saputo scoprire anche in noi che ti abbiamo conosciuto il “tesoro nascosto” di cui parla Gesù.

Comprendiamo che, alla stregua del mercante della seconda parabola, sei stato alla ricerca e nella fatica di trovare perle di grande valore. Tu ci hai fatto sentire che ognuno di noi porta quel valore, quella preziosità. Hai venduto tutto di te per quello che siamo. Lo hai fatto “pieno di gioia”.

Oggi ci sorprendi ancor più e ci sveli che anche in noi vi è ciò che Gesù ha chiamato “regno dei cieli”.

mons. Renato Marangoni

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