Odissea americana

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Perché parlare di Ralph Johnson Bunche (1904-1971), a cent’anni dalla nascita? Cosa ha di così meritevole quest’uomo, sconosciuto alla maggior parte della gente? È una delle rare persone che la pace l’ha costruita in sé e attorno a sé, prima di operare per la pace fuori di sé. Un’odissea americana, la sua. Proveniva da una modesta famiglia, Bunche. Nato a Detroit nel Michigan dal proprietario di un negozio di barbiere e da una musicista dilettante, rimase orfano a dodici anni. Sua nonna Nana era nata in schiavitù, e alla morte dei genitori di Ralph prese lui e le due sorelle e si trasferì a Los Angeles. Fu lì che Ralph iniziò a vendere giornali per la strada, per aiutare la difficile situazione finanziaria familiare. Lavorò poi come fattorino per una diva del cinema, come installatore di moquette e tutta una serie di lavoretti vari. Oltre ad una forte capacità lavorativa e ad un’indole fiera ed orgogliosa, Ralph era dotato di una capacità intellettuale fuori del comune, che si rese evidente già alle elementari, quando vinse un premio di storia ed uno di lingua inglese. Fu un atleta di successo al liceo, dove si diplomò col massimo dei voti: le sue capacità sportive gli valsero una borsa di studio all’Università di California. Concluse gli studi lavorando da bidello, ma si distinse per i suoi talenti giornalistici, oltre che per le sue vittorie come campione di pallacanestro. Finché, nel 1927, si laureò con il massimo dei voti in scienze dei rapporti internazionali. Bunche proseguì gli studi ad Harvard, grazie ad una borsa di studi e finanziamenti procuratigli dalla comunità afroamericana di Los Angeles, e li concluse nel 1934, primo afroamericano a conquistare un dottorato in quella prestigiosa università. Studiò anche a Londra e in Sudafrica, prima di dedicarsi all’insegnamento: diresse il dipartimento di scienze politiche nella Howard University e ad Harvard. Ralph Bunche fu costantemente attivo nel movimento americano per i diritti civili. Gli servì molto la sua esperienza come direttore dell’istituto per i rapporti tra le razze a Swarthmore College, e dagli studi fatti per la pubblicazione del libro Sguardo mondiale sulle razze (1936). Collaborò con il sociologo ed economista svedese Gunnar Myrdal e pubblicò Un dilemma per l’America (1944), un libro che profetizzò mol- ti degli sviluppi dei rapporti razziali negli Usa e quasi gli costò la vita quando scampò ad un attentato in Alabama durante le sue ricerche. Diede il suo aiuto alla marcia di protesta organizzata da Martin Luther King a Montgomery in Alabama nel 1965. Ma Bunche non volle guidare quel movimento, preferendo dare il suo messaggio con chiarezza tramite discorsi e pubblicazioni. Denunciò i pregiudizi razziali come un fenomeno irragionevole non basato su dati scientifici. Segregazione e democrazia sono incompatibili , affermava, nella convinzione che i neri avrebbero dovuto continuare la lotta per i diritti umani ma accettando allo stesso tempo le responsabilità che venivano dal conseguimento di tale libertà. I suoi scritti contribuirono certamente alla sua fama, anche se il suo maggior contributo alla storia americana rimarrà il suo servizio al governo Usa e soprattutto all’Onu. Il suo impegno alle Nazioni Unite non fu premeditato. Il segretario generale dell’Onu, Trygve Lie, lo prese in prestito come responsabile per trattare i problemi delle popolazioni che nel mondo non avevano ancora raggiunto l’indipendenza con governi autonomi. I suoi talenti diplomatici divennero leggendari all’Onu e furono messi all’esame tra il 1947 e il 1949, quando gli venne affidato il compito più delicato della sua carriera: comporre i disaccordi tra arabi ed ebrei in Palestina. Divenne il mediatore capo dei negoziati diplomatici quando il suo predecessore, Folke Bernadotte di Svezia, fu assassinato a Gerusalemme. Le discussioni si erano fatte quasi impossibili, e la tregua voluta dall’Onu fu violata. Fin dall’inizio le delegazioni – sia ebrea che araba – si mostrarono estremamente caute, sospettose e addirittura ostili nei suoi confronti. La maratona diplomatica durò 81 giorni. Alla fine, la forza della personalità di Bunche sciolse l’atmosfera gelida delle discussioni e le due delegazioni firmarono un armistizio. In conclusione, il colonnello Mohammed Ibrahim Seif el-Dine, egiziano, affermò che il Bunche era uno degli uomini più grandi della terra. E Walter Eytan, israeliano, sostenne che gli sforzi del mediatore capo erano stati sovrumani. Bunche, senza darsi arie, diede tutto il merito alle due delegazioni ed ai membri del suo team. Il comitato per l’assegnazione del premio Nobel, però, riconobbe il ruolo cruciale svolto da Bunche, attribuendogli nel 1950 il primo premio Nobel per la pace conferito ad una persona di colore. Ma Bunche non si fermò: fino alla morte, come sottosegretario generale dell’Onu, condusse altri sforzi diplomatici per portare la pace nella zona dello stretto di Suez, in Congo, a Cipro, nel Kashmir e nello Yemen. In riconoscimento del contributo politico, educativo e umanitario offerto agli Stati Uniti d’America, all’Onu e al mondo intero, la biblioteca del Dipartimento di stato Usa è stata dedicata a lui, il 5 maggio 1997. Un’odissea americana, viene definita ormai la sua vita. Ho molti e forti preconcetti, ed uno di essi si rivolge contro l’odio e l’intolleranza. Ho un preconcetto pure contro la bigotteria razziale e religiosa. Ho un preconcetto contro la guerra e per la pace. Ho un preconcetto che mi spinge a credere nella essenziale bontà di ogni essere umano, che mi porta a credere che non c’è problema nei rapporti umani che non si possa risolvere. Ma ho un forte preconcetto in favore delle Nazioni Unite e della sua capacità di mantenere il mondo nella pace. (Da un discorso di Ralph J. Bunche a New York).

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