Nuove manifestazioni No Pfas: precise richieste a azienda, Regione e ministero

Una cordata di associazioni, tra cui le Mamme No Pfas e Legambiente, hanno inviato tre lettere per chiedere di agire su più livelli nel garantire la bonifica del sito del'ex Miteni e quindi la salute della popolazione. Perché affermare che "nessuno può farcela da solo" non è solo un modo di dire, ma la realtà di fronte a problemi così complessi
Una manifestazione No Pfas, foto Federico Bevilacqua, archivio pfasland

La cosa è passata un po’ sotto silenzio, dato che nell’agone mediatico sono state altre le notizie ad avere maggior rilievo negli ultimi tempi; ma la battaglia della popolazione del vicentino (e non solo) contro la contaminazione da Pfas – non solo della falda acquifera, ma anche dei terreni – dovuta alla Miteni di Trissino – ha avuto degli sviluppi. Il 22 febbraio scorso, infatti, una cordata di organizzazioni della società civile – dalle Mamme No Pfas, a Legambiente, all’Associazione Medici per l’Ambiente, per citarne solo alcune – ha inviato alle aziende coinvolte nella bonifica del sito (in particolare a ICI3 Holding, attuale proprietaria), al Comune di Trissino, alla Regione Veneto e al ministero dell’Ambiente altrettante lettere; in cui vengono delineate precise richieste di intervento sia rispetto al sito stesso (come le tipologie di analisi e di azioni di bonifica da effettuare) sia, più al largo, rispetto alle misure di salute pubblica e di interventi infrastrutturali da intraprendere, in coordinamento tra gli enti coinvolti. Non quindi un generico “fate qualcosa”, ma una precisa “lista della spesa”. Sabato 25 si sono poi tenute quattro manifestazioni – una all’ex sito Miteni, una davanti al municipio di Trissino, una davanti al palazzo della Regione del Veneto a Venezia, e una davanti al ministero dell’Ambiente a Roma – per ribadire queste richieste. Alle manifestazioni molte mamme indossavano magliette con stampata la quantità di Pfas rilevata nel sangue dei figli, spesso nell’ordine di decine di volte la soglia limite.

Due dei destinatari delle lettere hanno in effetti risposto: la Regione Veneto con una nota, in cui ricorda che ad occuparsi della bonifica del sito è ICI3 Holding per quanto la Regione non possa che «continuare ad assicurare il supporto tecnico al comune di Trissino, che ha competenze dirette sull’iter di bonifica, in collaborazione con gli altri Enti competenti»; e il sindaco di Trissino, Davide De Faccio, che ha convocato già prima della manifestazione un incontro in cui ha spiegato le oggettive difficoltà a cui un piccolo comune (6000 abitanti) va incontro nel gestire una situazione che va ben oltre i suoi confini. Silenzio invece, almeno per ora, da ICI3.

Le Mamme no Pfas, dal canto loro, professano realismo: «Capiamo benissimo che siamo di fronte ad un problema di dimensioni tali per cui non è pensabile che sia un solo soggetto a farsene carico – afferma Anna Maria Panarotto, una delle Mamme – e per questo chiediamo di agire in un’ottica di sussidiarietà, come del resto prevede la nostra stessa Costituzione. ICI3 si è assunta l’onere della bonifica, ma temporeggia; a questo punto il compito di tutelare la salute dei cittadini è in prima istanza del Comune, che però è appunto troppo piccolo per fronteggiare da solo l’emergenza; di qui le richieste alla Regione e al ministero di intervenire in maniera concorrente. Perché sono ormai passati dieci anni da quando il problema è emerso, e il sito continua ad inquinare in quanto non bonificato, come le rilevazioni dell’Arpa dimostrano».

Le analisi effettuate in questi anni hanno infatti dimostrato non solo come gli interventi “tampone” – come i filtri al carbone attivo applicati agli acquedotti – siano stati insufficienti; ma anche come ad essere contaminato sia tutto il terreno delle zone su cui la falda insiste, così che anche ipotizzando di bere acqua pulita si rimane comunque esposti agli Pfas. Aggiungiamo poi che ci sono ancora famiglie non allacciate all’acquedotto, che – a meno di non utilizzare solo ed esclusivamente acqua in bottiglia – sono costrette a fare ricorso ad acqua (contaminata) di pozzo: e uno sviluppo in questo senso si è fortunatamente avuto pochi giorni dopo la manifestazione, quando l’azienda Acque del Chiampo Spa ha annunciato la fine dei lavori per permettere l’allacciamento all’acquedotto di 18 famiglie di Lonigo (uno dei comuni della cosiddetta “zona rossa”). Una goccia (letteralmente) nel mare, ma comunque un segnale.

Il problema, ad ogni modo, rimane quello della bonifica del sito, perché fino ad allora gli Pfas continueranno ad inquinare la falda e il terreno: «e oltretutto, con l’attuale siccità, la concentrazione di sostanze si alza, perché diluita in meno acqua – precisa Panarotto –. E, appunto perché siamo in siccità, non possiamo certo permetterci di perdere la falda più grande d’Europa a causa dell’inquinamento. Abbiamo interpellato numerosi esperti, e sappiamo che la bonifica si può fare e anche in tempi rapidi: per questo siamo tornate a manifestare. E ci fa piacere che anche la Cei abbia posto l’attenzione al problema, tenendo il suo convegno nazionale sui temi ambientali proprio a Vicenza e citando anche la nostra esperienza di confronto e non di scontro per affrontare il problema».

Uno dei prossimi passi è seguire l’iter del disegno di legge, attualmente in commissione Ambiente, per portare i limiti di Pfas ammessi negli scarichi industriali vicino allo zero: «La Miteni li faceva, altri li usavano, i depuratori non erano e non sono in grado di trattenerli, e pertanto ci troviamo di fronte ad un inquinamento diffuso – conclude Panarotto –. Per questo è necessario un intervento legislativo di questo tipo».

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