Non si campa di solo cinema

Èordinato, luminoso l’appartamento su piazza Vittorio. Ignazio, 34 anni, snello, occhi di ragazzo, genovese trapiantato a Roma, ci vive bene. Quando non lavora o non viaggia, esce di rado: la partita domenicale, gli amici. Legge, vede film, studia. La mondanità? Non gli interessa più di tanto. La passione per il suo mestiere ha un inizio graduale. A diciannove anni – racconta, seduto sul divano – salgo a Milano. La priorità era laurearmi in Scienze politiche, poi una scuola serale al Teatro Cinque, seria, impegnativa. Nel ’93 il primo film Come due coccodrilli di Campiotti. Decido di sospendere l’università e faccio un anno di full immersion londinese ad imparare veramente il teatro, a farmi le ossa. Nel ’98 Bartolucci mi sceglie per Io ballo da sola: su quell’onda, dopo la laurea, parte una carriera che mi porta al cinema, in teatro e in televisione con lavori certo differenti, ma che spesso cercano di lasciare un messaggio. Ad alcuni Ignazio è rimasto affezionato. Ricordo a teatro Sacco e Vanzetti, un pezzo di storia da non dimenticare; al cinema L’ultima lezione di Rosi (1999) sul matematico Federico Caffè, e poi Onde di Francesco Fei, un film che spero uscirà, dove interpreto un ragazzo cieco. Il ruolo più difficile finora per misurarmi con le mie capacità: ho letto libri, visto film, sono stato due settimane con una ragazza cieca… Ma mi piace impegnarmi così: l’attore è uno che si cala ad affrontare altre realtà psicologiche, mentali, fisiche. Che poi, se non sei bravo a saper dove fermarti, ti restano addosso. Mi è capitato due anni fa, dopo aver girato Amor fu, dove ero un ragazzo molto particolare. Per dare verità alla scena, come volevo, ho dovuto toccare i lati oscuri di me stesso, col risultato di stare poi male, tanto da avere quasi un rigetto per il mio mestiere. Fortuna che per Ignazio il cinema non è tutto. Sono convinto che non si possa fare una sola cosa nella vita. Non posso pensare di far cinema e basta. Ad esempio, quando non facevo l’attore, giravo documentari sul campo, tre finora, di cui l’ultimo – che sta per uscire -, di 55 minuti, su una squadra di cal- cio di una baraccopoli a Nairobi, dove ho vissuto per due mesi. Già, perché Ignazio da tempo desiderava fare volontariato. Cercavo qualcosa che mi portasse via da un mondo di sicurezze e comodità – dice accalorandosi -, avevo voglia di crescere, vivere altre realtà che relativizzassero il mio quotidiano. Oggi mi pento di averlo fatto così tardi: fosse successo prima, forse la mia vita sarebbe diversa, perché è stato qualcosa che mi ha aperto un mondo. Certo amo far l’attore, ci ho messo me stesso da dieci anni, ma in Africa ho incontrato qualcosa che mi dà molto di più, un senso nuovo alla mia vita. All’origine c’era la voglia di un documentario su una Ong. Incontro un prete comboniano, padre Kizito: in un attimo capisce tutto di me, e mi manda in una baraccopoli dove manca realmente tutto – era l’aprile 2003 – e a seguire una quadra di calcio che sta per fare un viaggio culturale-sportivo in Italia, su cui girare un documentario. Ci vivo per due mesi con questa gente – un altro pianeta! -, riesco a farmi accettare, poi torno in Italia, proietto la prima parte del documentario ai ragazzi superpagati del Chievo, la squadra con cui gli africani avrebbero dovuto incontrarsi. Arrivano gli amici di Nairobi, li accompagno dovunque in un viaggio in cui speravano anche di venire ingaggiati da qualcuno: ma non succede, per cui tornano a casa ridimensionati, però non scoraggiati. Ora il calcio per loro non è il fine ultimo della vita. Studiano, lavorano per migliorare sé stessi e la società intorno. Adesso, io ci torno più che posso laggiù: è un luogo che mi appartiene ormai, anzi, ne ho parlato a tanti colleghi attori che si sono appassionati…. Entusiasta, Ignazio continua: Oggi vedo il mio lavoro sotto un’altra ottica: mi serve per vivere, e ringrazio il cielo e i registi che mi fanno fare film, perché se questi hanno un messaggio che fa muovere qualcosa nel pubblico – come la fiction su don Pappagallo, il prete delle Fosse Ardeatine, che sto girando – resta un contributo a creare una società migliore. Ma la mia passione è fare questo genere di cose, come a Nairobi: mi sento più realizzato come uomo, posso mettere a disposizione me stesso per migliorare quelle situazioni. Continuo ad amare il mio mestiere – girare film, prendere premi eccetera – ma quest’esperienza mi ha ridimensionato, mi ha aiutato a capire le priorità. Anzi, se un domani avrò dei figli, vorrei portarli lì giovanissimi a fargli capire come funziona la vita. Sulla base di quest’esperienza che lo sta segnando, è ovvio affrontare con Ignazio il tema della sofferenza. Sono fortunato – commenta – a non aver avuto finora dolori stravolgenti, ma è certo che la sofferenza, come la morte, fa parte della completezza dell’essere umano. L’Africa è stata una grande terapia per me rispetto al dolore che possiamo vivere noi occidentali fortunati, anche perché là hanno un grande rapporto con l’Essere supremo che gli dà speranza. Comunque credo – ma m’è riuscito poche volte – che pure nel dolore l’uomo possa trovare uno spazio dove scegliere se sperare o meno, agire o no. Avere momenti di azione per gli altri, o di contemplazione di chi si ama, o spirituali. E a proposito di amore, aggiunge: Mi sto ponendo come obiettivo l’amare senza chiedere nulla: è molto difficile, anche con la mia ragazza, ma, guarda caso, paga. Paga molto il non pretendere, l’accettare l’altro per quello che è, il dare senza aspettare. Lo vedo appunto con lei, una persona che mi stimola a fare di ogni giorno una scoperta, una conquista: insieme. Sarà questo il segreto dell’amore? Io vengo da una cultura laica – conclude -, fatico a credere fino in fondo. Ma sono cresciuto in una famiglia dove c’è l’attenzione per gli altri, per cui sono affascinato dai testimoni, gente come padre Kizito o altri, che i valori in cui credono li tramutano in fatti. Queste persone coerenti io cerco e seguo, perché è quello che vorrei fare anch’io, dare il mio contributo per una società migliore.

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