Non perse mai una battaglia

Grande stratega e sagace politico, Raimondo Montecuccoli dominò la scena europea del Seicento, dalla Guerra dei trent'anni alla sconfitta dei turchi, in vista di Vienna.
Sono tornato nel cuore del Frignano ad arrampicarmi fino al castello di Montecuccolo. Lo rivedevo dopo mezzo secolo con l’emozione di un emigrante che riconosce all’orizzonte il profilo immutato dell’Appennino modenese cui il Cimone innevato offre il proprio autorevole sigillo di garanzia.

 

Più in basso, alle porte di Pavullo, l’ondulato altipiano sonnecchia sotto lo sguardo vigile del castello che lo sovrasta da sopra un aguzzo sperone di roccia. Gli fa corona un piccolo borgo medievale, cui non manca il decoro di una chiesa. È Montecuccolo, nido ghibellino di una famiglia di feudatari, vassalli dei duchi di Modena, cui la storia avrebbe lasciato ben poco spazio se, proprio qui, nel 1609, non fosse nato uno dei più grandi geni militari del tempo: Raimondo Montecuccoli. L’affermazione è ardita, ma i fatti parlano di condottieri che hanno lasciato il segno nella storia, da Gustavo Adolfo di Svezia a Wallenstein, da Turenne a Eugenio di Savoia e, di mezzo a questi, invitto, il Montecuccoli.

Quest’anno, nel quarto centenario della sua nascita, a coronare una storiografia affatto avara, ma di non troppo facile reperimento, ne fa fede l’opera di un dotto francescano, padre Berardo Rossi: Raimondo Montecuccoli, un cittadino dell’Europa del Seicento, uscita per i tipi delle Edizioni Graf di Pontecchio Marconi[1].

 

Raimondo nasce nel castello dal conte Galeotto Montecuccoli nel 1609, ma già all’età di dieci anni, rimasto orfano del padre, entra a far parte della famiglia del cardinale Alessandro d’Este, che lo indirizza alla vita ecclesiastica e, all’ombra del suo protettore, vive nello sfarzo della villa di Tivoli. Ma gli agi non l’attraggono, e neppure il miraggio della cospicua dote assegnatagli. Non gli resta che intraprendere la vita del soldato.

Infuria la Guerra dei trent’anni e il giovane Raimondo si distingue a 19 anni alla presa di Utrecht. Da quel momento parteciperà a quasi tutte le vicende di questa interminabile guerra che vedrà la calata di Gustavo Adolfo, re di Svezia, e le imprese di Wallenstein. Potrà così distinguersi, prima per il suo valore in battaglia, e poi, salendo rapidamente di grado, per le strategie innovative che adotterà.

A trent’anni cade prigioniero degli svedesi che lo rinchiudono per tre anni nel castello di Stettino sul Baltico: prigione dorata che gli consentirà di dedicarsi allo studio. Liberato mediante lo scambio con un generale svedese, viene nominato lui stesso generale e partecipa alla guerra di Castro. Da allora Montecuccoli è presente ovunque si profila un pericolo per l’impero. Ferma gli svedesi in Sassonia; sventa la minaccia di Rákóczy in Ungheria; copre la ritirata degli imperiali da Magdeburgo; libera Brno ed evita il tracollo degli imperiali fino alla firma del trattato di Westfalia (1648), che finalmente chiude la Guerra dei trent’anni.

Inizia a quel punto una nuova fase più diplomatica della vita di Raimondo. Nel 1654 è a Upsala alla corte della giovane regina Cristina di Svezia per sondare le intenzioni politiche di questo singolare personaggio, sulla via della conversione al cattolicesimo.

La missione diplomatica di Montecuccoli continua in Inghilterra dove è rappresentante personale dell’imperatore Ferdinando III presso Oliver Cromwell.

Nel 1657 è di nuovo sul campo di guerra, questa volta in Polonia. Ma intanto una grave minaccia per l’impero e per l’Europa tutta si profila da sud. I turchi si sono rimessi in moto e puntano con decisione su Vienna. È d’uopo indossare di nuovo la pesante corazza, non dopo aver frettolosamente racimolato un’armata composta di varie nazionalità, che a stento, però, raggiunge una metà del contingente di centomila turchi che avanza sotto le insegne del gran vizir Fazil Ahmed Köprülü, cui il sultano Maometto IV ha consegnato personalmente la bandiera del Profeta.

Muovendosi rapidamente, l’armata turca risale la Drava fino alla confluenza con la Mur e da qui raggiunge il fiume Raab dove, fra Körmend e Mogersdorf, non lontano da Graz, lo attende l’armata di Montecuccoli a sbarrare la strada per Vienna. È il primo agosto 1664. Il confronto è impari, ma il generale italiano lo risolve con uno stratagemma: lascia arretrare il proprio centro, induce i turchi ad attraversare il fiume e li avvolge, comparendo minaccioso alle loro spalle. È il panico e la rotta definitiva di Köprülü. Vienna è salva e l’imperatore preferisce non infierire sui vinti, ma sigla una facile pace, rinviando di una ventina di anni lo scontro finale che avverrà sotto le mura della capitale.

Dopo questa battaglia, Montecuccoli comparirà ancora vincitore alla testa degli imperiali sul Reno contro i francesi, in una campagna di cui Napoleone, prigioniero a Sant’Elena, scriverà la storia, ma dedicherà gran parte degli anni che gli restano alla stesura delle sue celebri opere sull’arte militare, la cui edizione nel 1807 sarà illustrata dalla prefazione di Ugo Foscolo.

Viene da chiedersi come mai un siffatto personaggio, del quale queste poche righe non possono certo illustrare adeguatamente la vicenda umana, abbia avuto così poca risonanza nella nostra storiografia, ben più prodiga nei confronti di figure assai meno significative. È presto detto: la fama di Montecuccoli fu riconosciuta dai grandi strateghi e condottieri del suo tempo, fino a Napoleone compreso, che non si stancava di additarne i princìpi ai suoi collaboratori; ma dai padri del nostro Risorgimento fu visto, due secoli dopo, non più come uno dei maggiori capitani e uomini di Stato della storia, ma come un artefice delle fortune di quell’impero asburgico che era da essi considerato come il principale oppressore del nostro Paese.

In realtà, più che all’Italia, si può dire che Montecuccoli guardò all’Europa, sia col suo genio militare (si pensi che non fu mai battuto), sia come statista. Quanto all’Italia, si sa che ne difese la lingua e la cultura; che mandò suo figlio a perfezionarsi a Siena nell’idioma dei padri; e contribuì a che l’italiano fosse tenuto in grande considerazione a corte e nell’esercito. Lui stesso scrisse in italiano tutte le sue opere.




[1] Il volume Raimondo Montecuccoli, un cittadino dell’Europa del Seicento, di ben 605 pagine, ricco di illustrazioni, è corredato di preziose indicazioni bibliografiche, indici dei nomi e cronologici. L’opera è autorevolmente introdotta da Raimondo Nuraghi, presidente onorario della Società italiana di storia militare.

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