Come non cadere nella trappola

Un fenomeno sempre più preoccupante quello del cyber bullismo che colpisce soprattutto gli adolescenti.

Tra i dati emersi dalla ricerca dell’Ipsos sul nostro modo di stare online che abbiamo incominciato ad analizzare c’è un capitolo dedicato alla consapevolezza sulla condivisione in Rete di immagini e video personali da cui emerge che la condivisione di immagini e video di sé stessi o degli altri con riferimenti sessuali o in pose imbarazzanti (il cosidetto “sexiting”) è attività molto diffusa tra i ragazzi. Uno su cinque invia video o immagini intime di sé stesso a coetanei e adulti conosciuti in rete; quattro su dieci inviano o postano immagini intime di loro conoscenti e più di 1 su 3 invia o riceve messaggi con riferimenti espliciti al sesso, mentre uno su cinque invia ad amici propri video o foto intime.

Numeri abbastanza preoccupanti, se pensiamo che proprio un video diventato virale fu, solo pochi mesi fa, la causa della morte di una giovane che non seppe reggere alla vergogna procurata da quelle immagini. E ancor più se pensiamo che l’81% degli adulti e il 73% dei ragazzi intervistati pensa che condividere qualcosa online comprenda un implicito consenso alla sua diffusione.

Cyber-bullismo

Così arrivare al cyber-bullismo è un attimo. Il 7 febbraio si è celebrata in Italia la prima giornata contro il bullismo, occasione per riflettere sugli atteggiamenti aggressivi nei luoghi della nostra quotidianità, Web compreso. Se non fosse per la cassa di risonanza molto più potente e rapida, oltre che l’impressione per l’aggressore che l’intermediazione crei un territorio franco, dove ogni comportamento può essere lecito e non perseguibile, non ci sarebbe nulla di diverso dal bullismo che abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Attraverso una ricerca condotta dall’Università “La Sapienza” di Roma su 1500 ragazzi di scuole secondarie di primo e secondo grado apprendiamo che l’82% dei ragazzi intervistati non considera grave insultare, ridicolizzare o rivolgere frasi aggressive sui social. L’86% ritiene che le conseguenze per la vittima non siano gravi e che, considerato che non si dà luogo a violenza fisica diretta, l’atto aggressivo verbale può essere considerato non grave e irrilevante. 7 su 10 non giudicano grave pubblicare immagini non autorizzate che ritraggono la vittima.

Al centro delle condotte aggressive ci sono l’aspetto fisico, comportamenti di chiusura, di timidezza, elementi di non aggregazione a gruppi forti, l’abbigliamento, la scarsa disinvoltura, la carenza di coraggio, la non propensione verso le trasgressioni, aspetti che riguardano la religione, condotte aderenti alle regole, dipendenza da genitori, il “mostrarsi paurosi”. Ma il cyber-bullismo è, paradossalmente, anche il campo di rivalsa di chi subisce atti aggressivi “fuori” dalla Rete.

Cosa possiamo fare?

Ci troviamo di fronte a fenomeni complessi, e ci si potrebbe chiedere cosa si può fare per difenderci e difendere i nostri figli o i giovani che ci sono affidati come educatori. Chiudere Internet? Proibire ai giovani di stare in Rete? Non servirebbe: l’esperienza digitale non è sempre una perdita di tempo.

Da un mese lavoro in una scuola e nelle chiacchierate con gli studenti su questi temi è emerso come sia necessario un percorso educativo comune, dove il primo grande aiuto dei genitori e degli educatori sia quello di favorire con i ragazzi un dialogo costante sulla loro vita online. I ragazzi non devono aver paura di dire cosa gli capita online per timore di essere giudicati, ma devono sentirsi sostenuti. Può sembrare banale, ma non è scontato. Sostenerli vuol poi dire aiutarli a comprendere la gravità di quanto succede, a loro ed intorno a loro, per individuare i giusti strumenti per disinnescare problematiche che se non prese in tempo rischiano di diventare dei grandi macigni.

La parola d’ordine quindi è affiancare. Ma per fare questo non ci si può esimere dall’abitare l’ambiente digitale in prima persona. Bisogna conoscerne potenzialità e rischi, sapere in quali stanze di questi ambienti i giovani preferiscono stare: solo in questo modo si possono prevenire i pericoli e sapere quale attrezzo tirare fuori dal kit di “pronto soccorso” in caso di necessità. Perché a volte per difendersi bastano piccoli accorgimenti, come suggerire ai ragazzi di utilizzare l’apposita funzione dei social network di segnalazione dei contenuti offensivi, impostare in modo efficace le impostazioni della privacy o, molto più semplicemente, non lasciare incustodito il proprio smartphone e proteggerlo con un codice di sblocco.

Esistono già delle iniziative per aiutare genitori ed educatori in questo, come ad esempio il progetto della Polizia Postale “Giovani ambasciatori contro il bullismo e il cyberbullismo per un web sicuro”, che coinvolgerà 40.405 studenti e più di 80.000 tra docenti e genitori.

Oppure informiamoci se ci sono iniziative promosse nelle scuole, nelle parrocchie, negli oratori, nelle associazioni. Se non ci sono richiediamole, creiamole, coinvolgendo qualche esperto. Ma non possiamo aspettare: diventa sempre più urgente essere capaci di accompagnare in un luogo che non è certo il paradiso terrestre, ma nemmeno un inferno. Ed essere capaci di prendere il meglio da Internet, senza scottarsi, dipende da ognuno di noi.

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