I nemici della democrazia

In Brasile e in Perú, come negli Stati Uniti, pur di arrivare al potere si è giocata la carta della delegittimazione delle elezioni, anche quelle future. Altrove il problema è quello di permettere che sorgano opposizioni. La questione di fondo è: fino a che punto crediamo nella democrazia.
Il presidente del Brasile Bolsonaro

Il trucco comincia ad essere conosciuto. Prima si prepara il terreno denunciando brogli elettorali. Non importa se non si presentano prove. La denuncia è sufficiente, perché siamo in una società nella quale c’è chi crede ciecamente che la Terra è piatta e che qualsiasi foto dallo spazio che dimostra il contrario fa parte di una cospirazione a cui aderisce qualsiasi governo abbia messo in orbita astronauti e satelliti. Nelle reti sociali puoi affermare tutto ed il suo esatto contrario e lo stesso ottenere migliaia di fan e di like. Dunque, se ripeti che il sistema elettorale è fasullo e consente brogli, i tuoi seguaci ci crederanno.

(AP Photo/Alex Brandon)

Lo ha fatto Trump, che ha convinto una parte del partito repubblicano di essere stato derubato della vittoria elettorale, anche se non ha prodotto uno straccio di prova e tutte le sue azioni legali sono naufragate miseramente. Ma ormai il gioco è fatto. Se ci sono brogli, anche chi è preposto a vigilare sulle elezioni fa parte del complotto. Tanto che ora vari Stati sono impegnati a rendere “trasparenti le elezioni” tenendo sotto controllo la possibilità che votino quei settori sociali generalmente contrari ai repubblicani. Uno spirito che di democratico ha molto poco.

Ci ha provato anche Keiko Fujimori in Perú. Ha perso, per la terza volta consecutiva le elezioni presidenziali, ma stavolta ha tenuto col fiato sospeso il Paese intero con una valanga di ricorsi e di appelli che hanno ritardato di quasi due mesi la proclamazione ufficiale del vincitore. Prove? Nessuna. Alla fine i suoi rappresentanti legali non hanno saputo dire di meglio che: “Le prove ci sono, ma è difficile produrle”. Diciamo che un’affermazione del genere in un esame di diritto processuale otterrebbe una sonora bocciatura. Ma, si sa, in politica si è spesso meno rigorosi.

In vista delle elezioni del 2022, anche il brasiliano Jair Bolsonaro sta preparando il terreno. Sebbene il sistema di votazione brasiliano non abbia finora concesso spazi ai brogli e le urne elettroniche funzionino in modo esemplare, il presidente si è impegnato ormai da settimane a ripetere, senza prove, evidenze né argomenti, che il risultato delle elezioni sarà di sicuro falsato da manipolazioni. Sarà che la sua popolarità è in calo e che i risultati sanitari ed economici seguono il criterio caotico che lui ha impresso al suo governo e, dunque, cerca di creare un clima polarizzato. Si voterà per lui o per Lula da Silva, l’altro pre-candidato che raccoglie la maggioranza delle intenzioni di voto, o si voterà per la libertà o per l’inciucio? Dove, ovviamente, la libertà è rappresentata da Bolsonaro.

Per modificare il sistema, però, bisogna riformare la Costituzione, e questo significa tempi lunghi. Bolsonaro ha allora tentato la via parlamentare, ma ha ricevuto una netta sconfitta prima in Commissione, poi alla Camera dei Deputati (dove il margine dei voti contrari era proporzionalmente minore, anche perché tanti legislatori hanno preferito assentarsi). Lui ha cercato di fare pressione con una insolita parata militare che ha fatto riapparire i carri armati per le vie di Brasilia. Un evento al quale i rappresentanti degli altri poteri dello Stato non hanno partecipato.

Siamo di fronte a un paradosso evidente. Quello di visioni antidemocratiche che usano la democrazia per mantenersi nel potere, e se questo è pieno tanto meglio. Cioè, un potere al di sopra della legge. Lo ha sognato Trump, lo ha agognato Fujimori, lo desidera Bolsonaro. Nessuno dei tre ha mostrato la capacità di sapersi muovere in democrazia o di crederci sinceramente.

Non vanno certo meglio le cose a Cuba, in Venezuela e Nicaragua, dove la strategia non è quella di delegittimare il voto, ma di impedire che ci siano alternative. A La Habana si continua con l’imposizione del partito unico e protestare continua ad essere una azione rischiosa. A Caracas si inventano pastoie burocratiche che impediscono all’opposizione di presentarsi, a Managua siamo direttamente agli arresti degli avversari che si candidano alle presidenziali.

Come ha scritto anni fa il filosofo Tzvetan Todorov, la democrazia ha i suoi nemici, ma questi oggi non sono esterni ad essa, come il terrorismo o le dittature, quanto interni. Si occultano nei sistemi democratici e la invocano per giungere al potere, per poi rivelare la loro vera natura autoritaria e decisionista. E non pare che ci siamo molte altre strade da percorrere se non partecipare con responsabilità, perché la democrazia è un bene fragile. Un seme che non solo si pianta per poi lasciarlo crescere, ma del quale occorre aver cura… per secoli.

 

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