Nel solco del Concilio Vaticano II

Dieci anni fa la rinuncia di papa Benedetto e l’elezione di papa Francesco: pubblichiamo l'inchiesta realizzata per la rivista Città Nuova di febbraio
Papa Francesco saluta la piazza subito dopo la sua elezione.

La ricorrenza del decimo anniversario dell’elezione di papa Francesco coincide, oltre ogni previsione, con il tempo trascorso con il suo predecessore. Era, infatti, l’11 febbraio 2013 quando Benedetto XVI dichiarò di rinunciare, «con piena libertà», all’esercizio del ministero petrino perché pervenuto alla certezza che le sue forze, per l’età avanzata, non erano più adatte per esercitarlo in modo adeguato. Di recente, in occasione dei suoi funerali, gli esperti e i commentatori ingaggiati dai giornali, sul web o dalla tv si sono in gran parte focalizzati su quale fosse il rapporto che c’era o meno tra i due, scivolando talvolta in dietrologie e complotti che poco hanno a che fare con la realtà della Chiesa. C’è, infatti, qualcosa di più intimo che lega gli ultimi due papi ed è l’amore per Cristo e per il suo popolo. Esso non è mai scontato. Le biografie di Joseph Ratzinger e di Jorge Mario Bergoglio sono indubbiamente diverse per contesto geografico e formazione. Appaiono tuttavia riconducibili a un livello più profondo, direi spirituale, all’ultimo Concilio ecumenico. Se si guardasse pacatamente ai loro gesti e si ascoltassero con attenzione le loro parole, ci si renderebbe conto di ritrovarsi a contatto con i papi santi che lo hanno celebrato. Non è un caso che il pontificato di Benedetto XVI sia racchiuso da due celebri discorsi proprio su quel Concilio (22 dicembre 2005 – 14 febbraio 2013). Il giorno dell’elezione di Bergoglio, il segretario di Giovanni XXIII, Loris Capovilla esclamò: «Appena l’ho visto, papa Francesco mi ha subito colpito per quella sua espressione bonaria, con quei gesti semplici, anche quando ha impartito la benedizione; ma soprattutto quando ha iniziato a parlare con quel “fratelli e sorelle, buonasera!”, e ha invitato a recitare, come un prete qualsiasi, il Padre Nostro e l’Ave Maria, e a pregare in silenzio. Gesti, modi di parlare e di pregare tipici di Angelo Roncalli. (…) Tutti l’hanno capito subito. Come tutti capivano papa Giovanni quando si rivolgeva alla luna, invitava a dare ai bambini la carezza del papa e soprattutto quando invocava la pace in terra per tutti gli uomini, senza distinzioni, o rilanciava il dialogo» (LaRep, 15 marzo 2013). Il papa che ha segnato con il suo magistero la formazione di entrambi i futuri papi è stato certamente Montini. Basterebbe leggere questa magnifica espressione: «Nel dialogo si realizza l’unione della verità con la carità, dell’intelligenza con l’amore». A chi potremmo attribuire queste parole? Molti, ritengo, le assocerebbero a Benedetto XVI, se non fossero già state scritte da Paolo VI nella profetica prima enciclica Ecclesiam suam. E cosa dire della continuità dichiarata tra le due esortazioni apostoliche Evangelii nuntiandi di papa Montini ed Evangelii gaudium di papa Francesco?

Ciononostante, non possiamo sottacere anche in Ratzinger e Bergoglio la sofferenza che patì Paolo VI per le polarizzazioni ideologiche che seguirono al Concilio. Esse vertevano essenzialmente su come interpretare le aperture al mondo a cui i documenti conciliari sembravano invitare in nome appunto del “dialogo”. Ancora oggi vi si trovano dolorosamente tracce in alcuni siti antipapali. L’apertura al mondo interrogava principalmente la teologia ed era triplice: apertura alle fonti (per rinnovare i manuali in uso nelle Facoltà); ai fratelli e sorelle di altre confessioni cristiane; al complesso dei problemi concreti che riguardano l’uomo nella sua “integralità”. Solo pochi mesi dopo la conclusione del Concilio, Ratzinger fu coinvolto in Germania nella diatriba su quale fosse stato il vero scopo del Concilio: rottura o prosecuzione sulla linea della tradizione? Ratzinger rispose: «Il Concilio rappresenta senza dubbio una rottura (…) segna il passaggio da un atteggiamento di conservazione a un atteggiamento missionario, e il concetto conciliare contrario a “conservatore” non è “progressista”, ma “missionario”» (Aachen 1966, p. 96). Non è forse questa la “Chiesa in uscita” voluta da papa Francesco alla luce del dettato conciliare? Essa è congiunta anche alla ecclesiologia del “popolo di Dio” offerta con la Costituzione conciliare sulla Chiesa Lumen gentium e riletta dall’episcopato latinoamericano a Medellín del 1968 attraverso l’enciclica sociale Populorum progressio di Paolo VI. Era il tentativo di riprendere il grande sogno svanito della “Chiesa povera per i poveri” espresso già da Giovanni XXIII e ripreso da alcuni cardinali e vescovi presenti al Concilio. È qui evidente che il processo di recezione del Concilio dipende dai contesti sociali in cui avviene. Per Benedetto XVI, il Concilio fu «un momento di straordinaria aspettativa. Grandi cose dovevano accadere. I Concili precedenti erano stati quasi sempre convocati per una questione concreta alla quale dovevano rispondere. Questa volta non c’era un problema particolare da risolvere. Ma proprio per questo aleggiava nell’aria un senso di generale aspettativa: il cristianesimo, che aveva costruito e plasmato il mondo occidentale, sembrava perdere sempre più la sua incisività. Sembrava essere diventato stanco e pareva che il futuro venisse determinato da altri poteri spirituali. La percezione di questa perdita di attualità del cristianesimo e del compito che ne conseguiva era ben riassunta dalla parola “aggiornamento”. «Il cristianesimo deve stare nel presente per potere dare forma al futuro» (2 agosto 2012). Per papa Francesco, che a differenza di Ratzinger e Wojtyła non ha partecipato al Concilio, il Vaticano II «ha presentato la conversione ecclesiale come l’apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo» (Evangelii gaudium 26). Per cogliere la giusta ermeneutica conciliare della riforma nella continuità/discontinuità, Benedetto XVI auspicava «chiarezza nel discernimento degli spiriti». Ed è proprio su questo ultimo richiamo che il suo successore svilupperà l’esercizio della sinodalità con cui si esprime l’unico soggetto del popolo di Dio in cammino. Nel suo celebre discorso di apertura del Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII aveva ribadito che la Chiesa «preferisce far uso della medicina della misericordia piuttosto che della severità» (11 ottobre 1962). È questo il “metodo pastorale” del Concilio che papa Francesco ha fatto suo dal primo giorno. All’inizio del Giubileo straordinario della misericordia, voluto nel cinquantesimo della chiusura del Concilio Vaticano II, il papa disse che «in primo luogo, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in sé stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario. Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio. Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo». Lo si riconosca o meno: tutti siamo chiamati a ripartire dal Concilio Vaticano II per andare oltre. Gli ultimi papi ce lo hanno testimoniato in fedeltà alla verità eterna di Dio e con creatività di gesti e di parole.

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