Nel regno di Axum

Etiopia, regione del Tigray. Siamo sul vasto altipiano che si estende ai piedi dei monti Licanòs e Zohodo. Qui a 2100 metri d’altezza sorge Axum, 30 mila abitanti, la capitale religiosa dei cristiani ortodossi, che superano di poco la metà dell’intera popolazione, per il resto di religione musulmana. Città santa è considerata Axum per via di una reliquia gelosamente custodita presso l’antica cattedrale di Santa Maria di Sion e che a nessuno, nemmeno agli stessi imperatori etiopici, è stato mai concesso di ammirare: si tratterebbe nientemeno dell’Arca dell’Alleanza, che la leggenda – ma per i cristiani d’Etiopia è storia – vuole sia stata trafugata dalla Terra Santa ad opera di Menelik, figlio di Salomone e di Makeda (la sovrana di questo luogo identificata con la famosa regina di Saba) e capostipite della dinastia regnante etiope. Axum offre un gradevole colpo d’occhio con le sue basse costruzioni immerse in una ricca vegetazione formata da eucalipti, mimose, sicomori e fichi d’india, così in contrasto con l’aridità quasi desertica dell’altopiano. È incredibile quante testimonianze di civiltà ed epoche diverse siano concentrate in questo sito tagliato fuori dal resto del mondo dalla sua stessa morfologia e tuttora raggiungibile da Addis Abeba soltanto via aerea, su affollati bimotori, oppure dopo un faticoso tragitto su fuori- strada: dalla reggia della regina di Saba del II secolo a.C. alla tomba di Kaleb del IV secolo d. C., alle celebri stele datate tra il III e il IX secolo d.C., a edifici sacri di grande valore architettonico come la citata Santa Maria di Sion della metà del XVII secolo. Diverse le civiltà che qui si sono avvicendate, ma nessuna è stata più longeva di quella axumita, che ha dominato la parte nord dell’attuale Etiopia e, in certi periodi, anche l’altra sponda del Mar Rosso, corrispondente all’attuale Yemen. Tra l’altro, si tratta di una delle poche civiltà fiorite in terra d’Africa che abbia utilizzato la pietra come materiale di costruzione: ed è per questo che oggi possiamo ammirare i resti monumentali rappresentati da edifici di grandi dimensioni, da tombe illustri e soprattutto da stele uniche nel loro genere, quelle stele di cui Axum è oltremodo ricca (se ne contano oltre un centinaio), tanto che il parco che le ospita viene considerato patrimonio dell’umanità. E con caratteristiche, occorre dire, difficilmente riscontrabili in altri siti archeologici. Qui infatti il visitatore ha, sì, la sorpresa di fare un tuffo in un passato affascinante; ma, al tempo stesso, prende contatto con una realtà viva, sentita come tale dagli abitanti del posto: contadini, per lo più, che arano con le medesime tecniche di duemila anni fa, molto prima che quei monoliti venissero eretti, e il cui tipo di vita non è dissimile da quello dei loro antenati. Drappeggiati in bianchi mantelli, li vedi aggirarsi o sostare in mezzo alle massicce rovine e alle stele intatte o infrante al suolo, apparentemente inconsapevoli di quale civiltà siano figli o delle differenze tra verità storica e leggenda: ciò che con- ta, invece, è il profondo legame con questo luogo considerato sacro e in cui la comunione con le generazioni passate permea l’esistenza quotidiana. Le stesse cerimonie religiose che si svolgono nelle chiese o, in certi periodi, all’aperto sulla spianata delle stele, trasportano in una dimensione atemporale, espressione di un cristianesimo che, rimasto isolato per lunghissimo tempo dalla chiesa universale, ha gelosamente conservato riti antichissimi permeati di profonda spiritualità. Per la precisione, data la sua secolare dipendenza dalla Chiesa copta d’Egitto, quella ortodossa d’Etiopia ha abbracciato la dottrina monofisita che riconosce in Cristo la sola natura divina, dottrina dichiarata eretica dal Concilio di Calcedonia del 451: una scelta che ha condizionato la vita religiosa della nazione ed è rimasta pressoché immutata fino ai giorni nostri. Chi visita il parco delle stele rimane soggiogato dalla grandiosità del sito incorniciato da una natura superba, dai monoliti, solo una decina dei quali rimangono in piedi, più o meno perpendicolari: la maggior parte sono stati abbattuti da qualche terremoto o da altro evento naturale, come indicherebbe l’identico orientamento di quelli giacenti in più pezzi al suolo. Impressionante è la Grande Stele lunga 33 metri, ora ridotta in sei frammenti: il più grande monolito mai scolpito dall’uomo, più alto addirittura degli obelischi di Thutmosis III e di Hatasu. Si dice che sia caduta nel tentativo stesso di innalzarla. Di durissima sinite, una pietra locale, le stele si differenziano per altezza e tipologia. Ce ne sono di perfettamente lisce e di riccamente decorate con motivi che ricordano certi edifici multipiano. Eleganti e stilizzate, non hanno niente da invidiare agli obelischi egizi, con i quali talvolta vengono confuse. E la differenza è questa: le stele hanno sempre carattere funerario, sono cioè segnacoli di tombe infissi direttamente nel terreno, mentre gli obelischi hanno una funzione cultuale e si innalzano sopra una base apposita. Le prime inoltre hanno una sezione rettangolare, i secondi quadrata. Ai turisti italiani una guida locale non manca mai di indicare una fossa dove da tempo è stato approntato l’alloggio della stele mancante: quella trasportata nel 1938 a Roma e ricomposta davanti all’allora Ministero delle Colonie. Ridendo, la guida spiega che l’operazione venne condotta in maniera così frettolosa che gli italiani dimenticarono un frammento (ora conservato presso l’antica cattedrale) e dovettero, nel restauro, rifare il pezzo. Con i suoi 25 metri è seconda solo alla Grande Stele e rappresenta un palazzo idealizzato decorato da porte e finestre, sul cui coronamento a mezzaluna (o, se vi piace, a testa di scimmia) era fissata un tempo una placca metallica con simboli religiosi. Un giorno che si spera non lontano, sopite le polemiche che ne hanno accompagnato il prolungato soggiorno in Italia, tornata finalmente a casa, la stele mancante di Axum potrà finalmente raccontarci la sua storia. Sì, ricomposta dai frammenti attualmente giacenti in un deposito della capitale dopo lo smontaggio dei mesi scorsi, potrà tornare ad essere quello che rappresenta: testimonianza di una civiltà affascinante, ancora poco nota a gran parte di noi europei. Sembrerebbe che con i drammatici problemi che assillano l’Etiopia dopo l’interminabile guerra fratricida con la vicina Eritrea ci sia altro a cui porre mano prima. Eppure la valorizzazione dell’intera area archeologica di Axum, cui è legato un più vasto progetto di recupero ambientale, potrebbe essere incentivo, per questo travagliato paese, a costruire un futuro di pace partendo da risorse diverse da quelle che hanno scatenato cupidigie e conflitti, risorse che attingono al suo illustre passato. ASCESA E DECLINO DI UNA CIVILTÀ Tutto ha origine nell’area geografica denominata un tempo Abissinia e comprendente le attuali regioni dei Tigray, Gondar, Gojian e Schewr. Nel VI secolo, popolazioni d’origine yemenita si stabiliscono sull’altopiano etiopico, dando inizio ad una civiltà semitica evoluta il cui periodo di massimo splendore va dal 100 d.C. all’800 circa d.C.: è il regno axumita, dal nome della sua capitale Axum, che diventerà il più potente impero compreso tra quello romano e quello persiano. Nel VI secolo le popolazioni etiopiche vengono cristianizzate da due prigionieri siriani, Edeso e Frumenzio, e lo stesso re Ezam si converte: un evento determinante per il futuro del paese. Per secoli questa chiesa manterrà stretti legami con quella copta di Alessandria d’Egitto, e la tradizione che vuole di origine egiziana il suo capo, l’abuna, cesserà solo nel 1959 per decreto di Hailé Selassié. Tra il IV e il VI secolo il regno axumita si espande fino a comprendere i territori degli attuali Sudan e Yemen e dell’Arabia meridionale: ciò che lo mette in contatto e lo fa rivaleggiare con le più importanti culture dell’epoca. Poi il progressivo declino di questa antica civiltà, in seguito all’improvvisa espansione musulmana nell’Africa del nord e in Arabia: protetto infatti dalla sua stessa posizione geografica, il regno etiopico rimane al tempo stesso isolato dal resto del mondo cristiano e con l’accesso anche commerciale al mare precluso. Solo nel X secolo, quando gli abissini si interessano alle sue regioni meridionali, si costata una certa ripresa, mai però fino a raggiungere l’elevato livello socio-culturale precedente. Nell’ambito del sempre acceso conflitto tra cristianesimo e giudaismo, che resiste nelle zone controllate dalla minoranza etnica dei falasha, assistiamo nel 980 al tentativo della regina ebrea Giuditta di restaurare con la violenza il giudaismo nel territorio abissino: una follia di stragi e distruzioni che segna il definitivo declino del regno di Axum e della sua capitale.

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