Nel paese dei balocchi

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È un po’ nascosto e fuorimano, ma per chi scende quella scaletta al n. 26a di via Coronelli la sorpresa è garantita. Parlo del primo museo nazionale di giochi e giocattoli del Novecento a gestione pubblica che il municipio di Roma 6 ha creato di recente nello storico quartiere del Pigneto, a ridosso di antichi acquedotti, tra la Casilina e la Prenestina. Lo spazio di 308 metri quadri sembra inadeguato alla quantità dei pezzi esposti (oltre duemila, prodotti fra il 1920 e il 1960), ma quanto a originalità non si discute. Pensate, un museo che muove al sorriso e vi rifà bambini, se adulti; e vi incanta, se giovanissimi, coi suoi giocattoli di altri tempi, quando la latta trionfava e la plastica era ancora di là da venire: tutti prodotti industrialmente, eppure così curati nei loro dettagli da dare l’illusione, a volte, del pezzo unico, artigianale. All’origine di questa raccolta, la vasta collezione lasciata in eredità nel 1979 a Lisa e Franco Palmieri (l’attuale direttore e curatore del museo) dal rispettivo padre e suocero Fritz Billig Hoenigsberg. Quando, in seguito all’avvento del nazismo, questo ebreo di Vienna riparò a New York, riuscì a portare con sé anche i giocattoli che aveva posseduto da bambino e che per lui divennero simbolo di uguaglianza e dialogo fra popoli diversi (“Quando giocano – era solito affermare – tutti i bambini del mondo sono uguali “). Motivato da questa spinta ideale, continuò ad arricchire la sua collezione di esemplari per lo più di marca tedesca (dal 1847 fino al 1930 la Germania non ha avuto rivali al mondo nella produzione dei giocattoli); ma ce ne sono anche di altri paesi europei, e perfino americani e asiatici. Non mancano, s’intende, quelli prodotti in Italia, dove l’industria dei giocattoli prese impulso sotto il fascismo, in regime di autarchia: come una deliziosa autopista fabbricata nel ’39 dalla casa torinese Inge. C’è di tutto: dai giocattoli più semplici come bambole, cavallucci, pinocchi, soldatini, macchinine d’ogni tipo e colore, ai più elaborati come un enorme diorama ferroviario realizzato nel 1937, un pezzo forse unico in Italia. Ma c’è anche un teatrino di 60 posti, dove per gli scolari dai 6 ai 16 anni l’attrice Maura Cavalcanti e il musicista Daniele Hoenigsberg danno vita a drammatizzazioni tratte dalla favolistica popolare; un angolo bar, una vasta biblioteca tematica oltre a cataloghi e affiches, targhe ed oggetti legati al mondo dei giocattoli. È come entrare in un altro mondo, un po’ “paese dei balocchi” un po’ salotto di casa, con quell’arredo di divani, mobili e paralumi anni Quaranta-Cinquanta. Più tardi, uscendo per ritornare alla “realtà”, mi torna in mente l’immagine vista in tv di un piccolo africano in uno dei tanti campi profughi di quel continente. Attorno, squallore e sporcizia. Ma lui non ci badava, tutto preso dal suo gioco: prendere a calci una lattina di Coca Cola che fungeva da palla… Una scena che si ripete anche da noi. È proprio vero: quando giocano, i bambini sono tutti uguali! Email: memoriagiocosa@subbas.net STRUMENTI PER COMUNICARE Prof. Palmieri, perché i giocattoli del passato ci affascinano così tanto? “Perché sono un po’ il “magazzino” della nostra memoria infantile. Con essi proviamo l’emozione del ritorno all’infanzia; ritrovarli vuol dire riconoscersi come eravamo. Non solo, ma proprio perché segnano un periodo della vita di tutti, i giocattoli avvicinano grandi e piccoli, interrompendo le barriere generazionali”. Che cosa può insegnare un museo di questo tipo? “Prima che la fantascienza e i giochi virtuali proponessero un’immagine che ha poco a che fare con la realtà, da sempre i giocattoli hanno ricopiato fedelmente la vita quotidiana proponendosi in una finzione – il gioco, appunto – appagante e liberatoria. Più che appartenere al mondo della fantasia, essi trovano il loro riferimento nella realtà, a cui dunque rimandano. “Per giocare, per animare dei giocattoli, occorre conoscere certe regole e come funzionano; il rispetto di queste regole esprime l’armonia del giocare insieme. Così essi sono un’utile introduzione alla vita vera, dove pure è indispensabile osservare determinate regole per saper rapportarsi con gli altri in seno alla società civile”. Uno spazio ludico, quindi, ma anche formativo… Quali bambini in particolare frequentano questo museo, e come reagiscono davanti a tutto questo ben di dio? “Ah, non credono ai loro occhi, perché non hanno familiarità con questo tipo di giocattoli. Si dimostrano interessatissimi al loro funzionamento e in modo speciale rimangono conquistati dalla perfezione dei particolari. “Quanto al tipo di bambini, nel nostro municipio ce ne sono di diverse estrazioni culturali, religiose ed etniche. Ma davanti ai giocattoli, tutti hanno identiche reazioni. “I giocattoli e il gioco sono strumenti per comunicare e infrangere le barriere del pregiudizio, della timidezza, del sospetto. Col gioco comincia una amicizia e si scopre un interesse comune con altri”.

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