Nata in Istria

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Nomini l’Istria, e il più delle volte il tuo interlocutore risponde: fascismo, comunismo, persecuzioni, foibe, esodo… No, l’Istria non è questo, o almeno: non è solo questo. Per renderle giustizia, per svelarne anzitutto la bellezza negata, la scrittrice Anna Maria Mori, figlia di questa terra tormentata e perduta, ha intrapreso un viaggio nella memoria e nel cuore, mettendoci forza e insieme tenerezza. Nata in Istria – un libro intenso, fatto di odori e sapori, di colori e musiche, di silenzi e voci: quelle dei partiti, dei rimasti e dei defunti, prima di tutto sua madre – viene così a colmare un vuoto, quasi a saziare un’attesa: uscito infatti a gennaio per i tipi della Rizzoli, è giunto già alla terza edizione. Incontro la Mori nella sua casa romana a pochi passi dal parco della Caffarella. Noto subito, fra le altre cose, una vecchia foto dell’Arena di Pola, la sua città natale abbandonata da bambina insieme ad altre migliaia di esuli. Nata in Istria viene dopo Bora, che lei ha scritto insieme a Nelida Milani, anche lei istriana… Bora racconta l’esodo e l’esilio; esilio non solo dei 350 mila costretti nel 1947 a lasciare la propria terra, ma anche di chi come Nelida è rimasto lì, in grande isolamento, vedendosi cambiare intorno tutto, dai nomi delle strade e delle città alla lingua, alla stessa storia che si studia a scuola (una storia rivisitata). È un libro nato dalla condivisione della sofferenza di due donne che tentano di ricomporre una memoria lacerata, cosa purtroppo non facile. Quale la genesi di questo secondo lavoro? Come lo ha elaborato? È un libro maturato a lungo dentro di me. Dopo una vita vissuta mettendo da parte la questione istriana perché volevo affrontarla non solo emotivamente, ma anche con gli strumenti di conoscenza della mia professione, da quindici anni la studio e ancora non sono sicura di non fare degli errori, tanto è intricata. Finalmente, votato alla quasi unanimità dal Parlamento, è arrivato il giorno del ricordo, diventato purtroppo il giorno delle foibe. E ancora una volta questa povera Istria è stata strumentalizzata da destra e da sinistra: due prigioni da cui si deve liberare. Con Nata in Istria ho sentito il dovere morale – e anche il piacere – di far scoprire al resto dell’Italia questa terra al di là dei luoghi comuni. Narrando la sua geografia, l’antropologia, la preistoria e – pur in estrema sintesi – l’avvicendarsi di dominazioni e culture. Senza tacere le mostruosità compiute dal fascismo (ma cose anche peggiori hanno fatto le popolazioni slave contro di noi, con l’alibi inaccettabile che tutti gli italiani erano fascisti). E inoltre le tradizioni culinarie, per raccontare in maniera finalmente pacifica quanto invece lì è stato motivo di scontro: la presenza di turchi, polacchi, russi, francesi, slavi, delle popolazioni autoctone, dell’Austria-Ungheria… Sono tornata in Istria in duetre riprese: d’inverno, perché d’estate con le vacanze in qualche modo si snatura lo sguardo; ho ascoltato le testimonianze di italiani che vivono lì e di esuli a Trieste. Finché dopo una lunga gestazione, in pochi mesi è venuto alla luce il libro. Quali riscontri ha avuto dai lettori istriani? do testimonianze commoventi e drammatiche di questo scontro tra culture in una terra che forse la pace non l’ha conosciuta mai, se non forse sotto l’Impero austroungarico. Il complimento più bello che mi è stato fatto? Aver scritto un libro di pace. Lei ha svolto il suo percorso all’insegna della bellezza della sua terra. Le sembra che chi ha letto il libro abbia colto questo suo intento? Gli istriani credo che me ne siano stati grati.Ho cercato di restituire loro l’Istria, ma anche di dire agli italiani: voi che identificate l’Istria con le foibe, e poi andate in vacanza in Croazia, per favore cercate di conoscere la storia di questa terra, non usatela solo in maniera consumistica per le sue spiagge stupende o per mangiare gli scampi alla bùsara. L’Istria, questa terra di tutti e di nessuno, è talmente bella e ammaliatrice che non a caso le popolazioni jugoslave l’hanno fortissimamente voluta. Tito ha fatto la guerra con in mente quasi solo questo scopo: una conquista quindi dovuta ad un amore violento, è stato amore anche quello. Per gli esuli, poi, il senso della perdita dà al loro amore un colore particolare. Ma sì, alla perdita si mescolano tantissime cose: soprattutto il sentimento dell’ingiustizia patita, secondo me il più irriducibile in un essere umano. Io, da madre, ho sempre ascoltato con curiosità anche intellettuale i miei figli piangere da piccoli. Ebbene, il pianto del capriccio, del pretendere qualcosa, ha un suono, mentre il pianto do- Ho incontrato la mia gente un po’ dovunque in Italia, raccoglien- vuto all’ingiustizia ha un altro suono: in tal caso i bambini piangono con una furia inaudita. Quanto a noi istriani, all’ingiustizia dell’esilio se ne è aggiunta un’altra: per cinquant’anni siamo stati cancellati dal resto d’Italia. Nessuno ha voluto sapere dell’esistenza in Italia di 109 campi profughi. E per anni, quando io dicevo di essere nata a Pola, la gente non sapeva dove fosse. L’ho anche scritto: l’Istria, per il resto d’Italia che non sia Trieste, non è meno lontana, sconosciuta ed esotica della Patagonia di Chatwin. Le ragioni di ciò? A mio parere ce n’è una di fondo: noi la guerra l’abbiamo persa, e invece col fatto della cobelligeranza, degli alleati, della resistenza, ci siamo raccontati che l’abbiamo vinta. Non è andata così. Tito sedeva al tavolo dei vincitori e abbiamo pagato la sconfitta con quel triangolo di terra, oggi diviso tra Croazia e Slovenia. Per il resto dell’Italia siamo finiti come lo sporco sotto il tappeto. L’Istria sarebbe in certo modo la sua Itaca sempre cercata, ma da cui anche ci si distacca per cercare nuovi approdi? Direi di sì! Un primo titolo pensato per questo libro era appunto Nostos, ritorno; poi però ho preferito quello attuale perché io il ritorno non lo voglio.Mi piace poterci andare, in Istria, ma oramai non è più la mia terra, non mi ci ritrovo. Purtroppo l’esilio forzato è qualcosa che ti segna per sempre, ti porta ad una non appartenenza. Difatti, pur essendo stata accolta in maniera calda da una città come Roma, non la sento mia. Non mi sento a casa da nessuna parte. Questo però potrebbe avere anche un risvolto positivo, nel senso… …di sentirmi cittadina del mondo? In effetti è così. A differenza di molti esuli rimasti imprigionati in questa dimensione, che non pensano ad altro, non vogliono altro e continuano a rivendicare case e beni, io mi sento più libera. Per me invece questa è una storia finita. D’altra parte, citando all’inizio Clarice Lispector e il suo nonostante, lei accenna ad una angoscia creatrice… Non c’è dubbio. Come dice Claudio Magris, ogni vita veramente vissuta nasce da un esilio. Il nonostante della Lispector mi ha dato forza, qualche volta rabbia, diciamo pure una certa anarchia: nel senso che non accetto facilmente le verità preconfezionate, voglio sempre vederci dentro. Ecco, questo forse è anche una forza. Un’ultima domanda: cosa pensano i suoi figli di tutta questa storia? Mentre tanti italiani rimasti in Istria mi dicono: i nostri figli e nipoti non ne vogliono più sapere, non ne possono più, i miei figli, forse proprio perché non glielo ho imposto, curiosamente oggi si sentono istriani. E questa è una grande cosa.

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