Montalbano e l’empatia verso i migranti

La questione migratoria irrompe in una puntata delle fiction più amate, spingendo gli ascolti alle stelle. Il commissario interpretato da Zingaretti mette in scena quanto scritto nel 2016 dallo scrittore Andrea Camilleri
Montalbano

E alla fine arriva Montalbano – a modo suo uomo di mare, silenziosamente di pensiero aperto, di sguardo in cammino – a rompere il tabù tra fiction (non solo) italiana e tema dei migranti.

C’era stato, tempo fa, il caso di Tutto il mondo è paese, il racconto televisivo con Beppe Fiorello sul sindaco di Riace: quel Mimmo Lucano che ha trasformato un morente paesino di Calabria in modello di accoglienza e in un dinamico luogo di speranza. Quella fiction non è mai andata in onda: guai giudiziari per il primo cittadino del comune calabrese hanno lasciato inabissare questa produzione e chissà se – e quando – verrà tirata fuori dai fondali.

Per il resto, mentre il cinema (che nonostante la profondità con cui racconta le storie sposta meno voti rispetto alla televisione) ha mano libera quando si parla di migranti, e ogni tanto tira fuori qualche perla sul doloroso tema, la serialità (non solo quella in chiaro) continua a rimanere a bocca chiusa davanti al grande dramma di questi (ormai tanti) anni.

Montalbano, invece, animato dalla penna di Andrea Camilleri e dalle movenze calme (quest’anno ventennali) di Luca Zingaretti, entra nella questione con il primo dei suoi due ultimi episodi: L’altro capo del filo, andato in onda lunedì sera su Rai Uno. Accompagnato da polemiche alla vigilia, da vociferati e più o meno autentici timori, il racconto – che poi Camilleri ha scritto nel 2016 – si apre con gli sbarchi dei migranti sulle coste di Vigata (l’immaginario paesino del noto commissario).

Montalbano impegna i suoi agenti, di notte, per permettere a queste fragili e stremate persone di sbarcare ordinatamente, dimostrando, come sempre senza esplicitare troppo a parole i suoi sentimenti – piuttosto col suo sguardo puntato deciso sui fatti – la sua empatia con questa povera gente. Sotto i suoi occhi verdi e concentrati di attento investigatore, brilla un senso di pietà e di solidarietà verso esseri umani costretti a rischiare la vita per concedersi qualche possibilità di futuro.

"Montalbano" 14ª Serie, foto di Fabrizio Di Giulio
Foto di Fabrizio Di Giulio

Ci sono due o tre momenti tosti, forti, acuti, violenti, nella narrazione: il primo riguarda il cadavere in mare di un migrante che Montalbano vede dalla sua terrazza e che (r)accoglie sulla riva con la sua compagna. Il secondo lo racconta Catarella, l’agente imbranatissimo che sbatte dappertutto e non si capisce bene quel che dica, ma che mette l’anima in ogni cosa che fa: in servizio giù al porto, ha visto una donna partorire, ma per le condizioni in cui versava, poveretta, il suo bambino è nato morto. E Catarella, con la sua buffa e rumorosa innocenza, tutto questo non lo regge, non riesce a sopportarlo. Quindi chiede al superiore di non trovarsi più di fronte a tanta sofferenza.

Il terzo momento riguarda uno stupro avvenuto in mare e denunciato da una giovane donna. Montalbano interroga, ascolta e mette a confronto le testimonianze; alla fine inchioda due scafisti. Poi fa una cosa insolita, per lui, forse completamente nuova, probabilmente mai avvenuta prima: entra in una chiesa. E qui gli tornano alla mente le immagini strazianti di quanto visto e vissuto di recente. Se ne sta lì, il povero Salvo, su una panca, solo, smarrito, provato, e forse gli sarebbero di conforto le parole che il potnefice ha offerto sui migranti nel bel documentario che Wim Wenders ha dedicato a lui: Papa Francesco, un uomo di parola.

«Dobbiamo stare in guardia contro la globalizzazione dell’indifferenza – dice Bergoglio – che ci porta ad abituarci lentamente alla sofferenza altrui come se fosse normale». Già questo darebbe forza al commissario siciliano sobriamente sensibile, lenirebbe la sua angoscia, normalizzarebbe quel dolore sordo. Al pari di una frase come la seguente: «Quando qualche nostro fratello o sorella soffre, tutti noi ne siamo toccati». E ancora: «Abbiamo davanti il problema delle differenze, che ci spaventano perché ci fanno crescere. L’uniformità no, perciò non ci spaventa. Le differenze sono creative, creano una tensione la cui soluzione fa progredire l’umanità. Non dobbiamo rimanere impressionati dai numeri dei migranti, ma pensare loro come persone. Guardare i loro volti, e ascoltare le loro storie”.

Parole come queste producono un salto di qualità della coscienza di tutti e sanno far trionfare il desiderio di bene che abita in ognuno di noi. Compreso il commissario Montalbano, che avverte la vastità della tragedia e intuisce dentro di sé il valore di un pensiero come quello di Francesco. Esce dalla chiesa con una coscienza più matura, probabilmente, segnato dal contatto diretto con questa grande piaga del presente. Ed è un mezzo peccato, allora, che da quel momento debba dedicarsi a un caso di omicidio che col tema dei migranti non c’entri più nulla, quando mancano ancora quasi tre quarti di puntata. Sarebbe stato edificante – non per speculare sul dolore ma per sensibilizzare sulla realtà – che Salvo Montalbano avesse continuato a produrre riflessioni su questa sanguinante verità del nostro tempo. Sempre meglio di niente, in ogni caso, il suo essere entrato nella materia ed averlo fatto mettendo al primo posto l’umanità. Molto, molto meglio del grande silenzio che c’è intorno.

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