Il momento d’oro delle rinnovabili

Luci e ombre nel cammino per un pianeta più pulito e meno caldo. L’incognita Trump

Non c’è dubbio: è un momento d’oro per le fonti energetiche rinnovabili. Nel 2015, con 1.985 GW di capacità energetica installata, hanno superato per la prima volta il carbone, oltre che il nucleare. Quella del 2015 non è stata una performance sporadica, ma solo la tappa di un cammino del 42%, ovvero di 825 GW, e saranno in grado di fornire il 28% dell’energia elettrica globale. Secondo l’Iea, l’Asia continuerà a essere il motore principale dello sviluppo dell’energia rinnovabile. Alla Cina si sta affiancando l’India. Mentre il nuovo presidente Donald Trump sembra ora voler ribaltare la politica di incentivi di Barack Obama, rilanciando il carbone. Le previsioni più ottimistiche per il futuro a medio termine delle rinnovabili sono dovute, essenzialmente, agli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici, approvati nel dicembre 2015 ed entrati in vigore nel settembre 2016. Ma l’ottimismo diminuisce non poco quando si tratta di prevedere il futuro a lungo termine, da qui ai prossimi 25 anni. In un rapporto, con un tasso dello 0,5% annuo, portando le emissioni totali di carbonio dalle attuali 30 Gt (giga tonnellate) a circa 35 Gt. Ma questo è il punto: lo scenario che prospetta l’Iea è l’esatto contrario di quello necessario a dare corpo agli accordi di Parigi, che prevedono l’impegno internazionale a contenere entro i 2 °C – e, anzi, possibilmente entro gli 1,5 °C – l’aumento della temperatura media del pianeta causata dalle emissioni antropiche di gas serra. Ebbene, World Energy Outlook 2016, l’Iea prevede che nel 2040 le rinnovabili forniranno il 38% dell’energia elettrica mondiale (con un aumento di 15 punti rispetto alla situazione attuale); che la domanda di gas naturale aumenterà del 50% rispetto a quella attuale e supererà quella del carbone; che in giro per il mondo circoleranno 150 milioni di auto elettriche, contro gli 1,3 milioni attuali. Ma anche che la domanda di petrolio raggiungerà i 103,5 milioni di barili al giorno, contro gli attuali 92,5. La combinazione di tutto ciò farà sì che nel corso dei prossimi 25 anni le emissioni di carbonio del settore energetico non diminuiranno, ma aumenteranno per realizzare l’obiettivo indicato a Parigi occorrerebbe che le emissioni di carbonio scendessero, per il 2040, ben al di sotto delle 20 Gt. Dopo tutti questi numeri siamo, dunque, in grado di tirare alcune somme. La prima è che l’incidenza delle energie rinnovabili e carbon free (che non producono emissioni di carbonio) sta certamente aumentando, con un passo tutto sommato deciso dal mercato e da poche norme nazionali, ma che non è ancora (e non lo sarà neppure nel medio termine) sufficiente a realizzare il cambio di paradigma energetico e sostituire le fonti fossili. Insomma, la transizione c’è, ma è troppo lenta. O, se volete, siamo a metà del guado.  E tutto questo senza mettere in conto il (possibile) “ciclone Trump”. Se il nuovo presidente degli Stati Uniti terrà fede alle sue promesse elettorali, non solo non sostituirà le fonti fossili, ma addirittura le promuoverà. Inoltre cercherà di far deragliare il treno della prevenzione dei cambiamenti climatici messo in moto a Parigi. Tuttavia, i numeri dell’Agenzia internazionale dell’energia ci forniscono anche altre indicazioni utili. Cambiare il paradigma energetico è possibile, purché non si lasci decidere tutto al solo mercato. In questo momento è la Cina a guidare la transizione: i due quinti della nuova potenza installata di energia da fonti rinnovabili sono opera del Dragone. Pechino ha in atto progetti tesi sia a diminuire l’incidenza del carbone (che produce anche inquinamento locale), sia a sviluppare l’energia rinnovabile. L’Italia ha invece compiuto solo una parte del percorso. Da un lato Roma ha messo in essere una serie di incentivi che hanno consentito al Paese di recuperare il gap maturato nello sviluppo delle rinnovabili e di portarsi, addirittura, nel gruppo di testa. Ma, poi, non ha realizzato l’altra condizione: stimolare l’innovazione tecnologica delle proprie industrie. Con due conseguenze non propriamente desiderabili: da un lato abbiamo acquistato all’estero quasi tutte le tecnologie per l’eolico e il solare, al costo di svariati miliardi di euro; dall’altro, di fronte alla necessità di far tornare i conti del bilancio dello Stato, abbiamo ridotto gli incentivi deprimendo la domanda. E infatti l’espansione delle rinnovabili nel nostro Paese si è già fermata.

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