Missione europea nel Mar Rosso: scudo e preludio?

Si sta facendo un gran parlare della missione militare (navale e aerea) dell’Unione europea, a guida italiana, denominata Aspis ("scudo", che qualcuno indica come Aspides al plurale), a protezione delle navi mercantili europee che transitano nel Mar Rosso dirette al Canale di Suez e poi in Europa, o viceversa.
Il comandante della base militare italiana di supporto di Gibuti, capitano di vascello Marco Maraglino, 10 febbraio 2024. Gibuti, capitale dell'omonimo Stato del Corno d'Africa, è punto nevralgico per il commercio mondiale, sempre più minacciato non solo dalla pirateria, ma anche dalle rappresaglie dei ribelli yemeniti degli houthi. Foto: ANSA/ DOMENICO PALESSE

Lo scopo dichiarato dell’operazione militare europea nel Mar Rosso, Aspis, sarebbe quello di difendere le navi europee da eventuali attacchi degli Houthi yemeniti, che da ottobre emanano roboanti proclami su un blocco dello stretto di Bab el Mandeb, nei confronti di tutte la navi “israeliane”, che comprendono secondo gli Houthi quelle battenti bandiera o di proprietà israeliana o comunque dirette in Israele. Blocco e attacchi estesi poi dagli Houthi anche a navi mercantili e militari statunitensi e inglesi dopo l’avvio dell’operazione Prosperity Guardian, attuata da Usa e Regno Unito da dicembre 2023, che si propone non solo di difendere le navi commerciali, ma anche e soprattutto di distruggere le basi a terra di Ansar Allah (il nome ufficiale degli Houthi yemeniti): basi di lancio per missili e droni in modo particolare. I fatti successivi sembrano però mostrare che gli attacchi degli Houthi non hanno precise delimitazioni anti-israeliane, nonostante i proclami: recentemente hanno attaccato con missili una nave di proprietà greca, battente bandiera delle isole Marshall, proveniente dal Brasile e diretta addirittura in Iran.

La data di avvio ufficiale dell’operazione Aspis è indicativamente il 19 febbraio, ma le navi militari che vi parteciperanno (italiane, francesi e tedesche) stanno più o meno attrezzandosi e sembra difficile che l’operazione diventi effettiva prima di un mese o due.

Quello che gli Houthi hanno finora ottenuto con i loro proclami e azioni è una riduzione del traffico navale nel Canale di Suez nell’ordine di circa il 40% (a gennaio 2024 le navi transitate nel Canale sono state 1.362 rispetto alle 2.155 nello stesso mese dello scorso anno). La maggior parte di questa riduzione di transiti è però dovuta soprattutto alla scelta delle compagnie di navigazione di deviare le loro navi verso la circumnavigazione dell’Africa, al fine di evitare rischi e prevenire danni. Ovviamente la rotta sudafricana comporta notevoli aumenti di prezzo per i destinatari delle merci trasportate, a causa di maggiori spese, noli e premi assicurativi che la rotta comporta (pare 4 volte i costi precedenti). Con inevitabili ricadute sui prezzi di vendita e sull’inflazione.

La mancata adesione dell’Ue e dei singoli Paesi europei all’Operazione Prosperity Guardian di Usa-Regno Unito è dovuta alle regole d’ingaggio difensive delle navi che l’Ue ha voluto adottare con Aspis (rispondere agli attacchi), evitando azioni belliche dirette contro le basi yemenite degli Houthi.

Lungo le strade di Gibuti non è raro imbattersi nei fili spinati che proteggono i perimetri delle numerose basi militari. A una decina di chilometri dal porto sorge quella italiana, l’avamposto della Difesa per garantire supporto operativo e logistico alle navi che si trovano proprio nell’area di accesso al Mar Rosso. Foto: ANSA/ DOMENICO PALESSE

La premier italiana Giorgia Meloni ha spiegato, in un recente intervento su Rete 4, che la missione dell’Ue nel Mar Rosso «è prevalentemente di politica di difesa. Da lì transita il 15% del commercio mondiale, impedire il passaggio dei prodotti significa un aumento dei prezzi spropositato, non possiamo accettare la minaccia degli Houthi nel Mar Rosso. L’Italia ha sempre sostenuto la difesa della libertà di navigazione, lo facciamo nell’ambito delle nostre normative. Per questa missione europea di difesa non dobbiamo passare in Parlamento, ma quella di iniziativa statunitense avrebbe significato un passaggio parlamentare».

(Vedi su Cittanuova.it: Italia e missione militare in Mar Rosso, quale difesa attiva? – di Maurizio Simoncelli)

Ma l’Ue, e l’Italia con essa, si assumono così anche il rischio di allargare ulteriormente il conflitto mediorientale, senza contare che in queste situazioni un incidente è dietro l’angolo. Perché un’azione di difesa militare senza almeno tentare prima anche una via diplomatica? Certo, gli Houthi non sono uno stato e non sono molto affidabili, ma con gli Houthi hanno trattato efficacemente – come rileva G. Gaiani su analisidifesa.it di gennaio 2024 – sia gli Emirati Arabi che l’Arabia Saudita, negoziando «la fine degli attacchi Houthi con missili e droni sui loro porti, aeroporti e raffinerie… la Ue non può provare a imbastire un dialogo per ottenere il via libera per le navi dirette nei suoi porti?».

Prevedibile comunque la risposta del portavoce degli Houthi, Nasr al-Din Amer, che definisce «pericolosa» per l’Italia la decisione di guidare la missione Ue Aspis, che «conduce allo scontro diretto con il nostro Paese».

La sensazione è che l’operazione Aspis si sia concretizzata abbastanza velocemente anche perché punta oltre la protezione navale nel Mar Rosso. Lo ha detto chiaramente il Ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, in questi giorni: promuovere con Francia e Germania la missione nel Mar Rosso rappresenta «un passo considerevole verso una vera difesa europea».

La faccenda della difesa europea comune, cioè costituire un esercito europeo, è una questione molto delicata. Forse è una scelta obbligata, forse anche necessaria, ma temo molto, e ovviamente non solo io, i risvolti di politica economica legata al business delle armi che questa prospettiva comporta. Non è un mistero che nella top 100 dei produttori mondiali di armi siano ben piazzate, per esempio, società italiane (2), francesi (6) e tedesche (4). E che nella top 10 dei Paesi esportatori mondiali di armi (Sipri 2023) vi siano ben 6 Paesi europei, 4 dell’Ue (Francia, Italia, Spagna e Germania) oltre a Russia e Regno Unito. Gli altri 4 sono: Usa, Cina, Sudcorea e Israele. Il nuovo esercito europeo servirà per azioni di peacekeeping o per allargare il mercato delle armi?

__

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come? Scopri le nostre rivistei corsi di formazione agile e i nostri progetti. Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni: rete@cittanuova.it
_

 

I più letti della settimana

Chiara D’Urbano nella APP di CN

La forte fede degli atei

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons