Migranti che scrivono. In italiano

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Due giovani immigrati che vivono in Italia decidono di fare ritorno nella loro patria, un luogo imprecisato dell’Africa occidentale. Lì ritrovano la moglie dimenticata, un figlio mai conosciuto, i ricordi d’infanzia. Ma anche un mondo di cui non riescono più a decifrare i meccanismi. Sullo sfondo, le vicende politiche di un Paese africano sempre sull’orlo del baratro e, accanto ai protagonisti, un gruppo di giovani amici, disorientati al pari di loro, con l’animo diviso tra la necessità di rimanere mostrandosi forti, la possibilità di guadagnare qualcosa arruolandosi tra i ribelli, e la spinta a fuggire, ad andare via. È questa, a grandi linee, la trama del secondo romanzo di Pap Khouma, Nonno Dio e gli spiriti danzanti, scritto in italiano e pubblicato da Baldini Castoldi Dalai, in cui l’autore descrive la sua Africa e, insieme, la condizione dell’uomo migrante, straniero in casa propria, dopo esserlo stato in quella altrui. Un uomo che si trova a metà del guado, indeciso se andare avanti o tornare indietro. Un’Africa in controluce, raccontata dall’autore con toni appassionati, che lo spingono a toccare con maestria le corde del giallo. Col suo primo romanzo, Io, venditore di elefanti. Una vita per forza tra Parigi, Dakar e Milano, scritto a quattro mani con il giornalista Oreste Pivetta, il senegalese Khouma ha segnato l’avvio, nei primi anni Novanta, di un genere letterario nuovo in Italia, immediatamente definito letteratura migrante. Pap Khouma non è il solo autore che, per esprimersi, ha scelto la lingua di Dante. Esce in quegli anni anche La promessa di Hamadi del senegalese Saidou Moussa Ba e Immigrato del tunisino Salah- Methnani. Grandi case editrici – come la De Agostini, la Garzanti e la Bompiani – scommettono su questi scrittori, sia pure, inizialmente, col sostegno linguistico di giornalisti italiani. Il romanzo di Khouma diventa un caso editoriale: vende 80 mila copie e viene adottato come testo nelle scuole. Sarà in seguito l’arcipelago delle piccole-medie case editrici a dare spazio e continuità a questi autori, che usano (sempre meglio) la nostra lingua, e vincono anche numerosi premi letterari. Basti pensare al poeta albanese Gezim Hajdari, che nel 1997 ha vinto il premio Montale; alla croata Tamara Andrejic, vincitrice del premio Calvino; al premio Piccola editoria di qualità, attribuito nel 2007 alle brasiliane Rosana Crispin Da Costa e Rosete de Sà. E sono solo alcuni esempi. Una casa editrice molto attenta è la Cosmo Iannone, che nella collana Kuma creola dà spazio a questi nuovi scrittori. In lingua bambara, un gruppo etnico sudanese stanziato in Mali, in Senegal e nel Niger, kuma significa parola, mentre creola si può tradurre che si mescola. La collana è diretta da Armando Gnisci, professore di Letteratura comparata alla Sapienza, e profondo conoscitore dell’argomento. Il professor Gnisci, facendo notare come l’editoria italiana abbia sempre svolto un ruolo di normalizzazione rispetto alla lingua standard, provocandone un appiattimento, è sostenitore della possibilità che nell’italiano si operi una mutazione attraverso il nuovo apporto degli scrittori migranti. Allora non c’è da stupirsi che quella casa editrice abbia ospitato racconti originali come Terra mobile del siriano Youssef Wakkas o Cinquecento temporali della brasiliana Christiana de Caldas Brito, che nel 2003 ha vinto il premio Paese delle donne. Nota Gnisci: Christiana gioca con le parole, ne crea di nuove, inserendosi in quel gruppo di scrittori immigrati di seconda generazione, scrittori espressivi, che spremono la lingua e ne fanno venir fuori una parola nuova. Che cosa accomuna questi autori, così diversi per vissuto, stile, argomenti, utilizzo della lingua, provenienza geografica? Sono, le loro, soltanto produzioni interessanti per il valore sociologico, di testimonianza, di analisi del fenomeno migratorio, o hanno un valore letterario in sé? I riconoscimenti che hanno ottenuto parlano chiaro. Lo stesso aggettivo che li caratterizza, migranti, prima di indicare la loro condizione, designa una dimensione dell’animo, un mondo dove i confini nazionali si dilatano per abbracciarne altri. Una prospettiva, questa, che apre quella che a prima vista appare una letteratura minore, ibrida, verso orizzonti impensati. È profondamente significativo, inoltre, che l’incontro tra popoli di provenienze diverse, più o meno faticosamente in atto da qualche decennio sul suolo italiano, stia da un po’ di tempo a questa parte passando attraverso la via della letteratura, che è la via del colloquio più intenso e paritario tra culture. La via dell’ospitalità profonda. La scelta, dunque, della lingua del Paese ospitante si collega più direttamente all’esperienza di essere migranti in Italia. Si tratta, secondo una felice intuizione di Armando Gnisci, di una produzione letteraria che è testimone della necessità dei suoi autori di parlare alla comunità ospitante italiana. È gesto di pace, attuato da chi arriva e si spoglia di ogni difesa, accettando di costruire il dialogo attraverso la grammatica di una lingua non sua. È atto di umiltà, da parte di chi si racconta, si spiega, si mette in gioco; immagine anche di una contemporaneità fitta di influenze, mescolanze, prestiti e, insieme, messaggio di mondialità.

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