Mentawai tra giungla e oceano

Motoscafo, trekking nella giungla, canoa, passeggiate lungo spiagge tropicali… Non si tratta delle possibilità offerte da un’agenzia turistica per amanti dell’avventura, bensì di elementi del normale percorso necessario per andare a celebrare la messa nei dispersi villaggi di Simatalu, isola di Siberut, nell’arcipelago indonesiano delle Mentawai. Lo scorso dicembre si è pure aggiunta l’ondata dello tsunami. Stavo camminando con altre persone lungo una spiaggia per raggiungere un villaggio quando ci siamo accorti di uno strano andamento della marea, ma niente di più serio. Solo giorni dopo, raggiunto un villaggio dotato di televisione, siamo stati avvertiti della tragedia consumatasi qualche centinaio di chilometri più a nord ad Aceh e nell’isola di Nias. Solo grazie alla posizione un po’ fuori tiro eravamo stati risparmiati dalla rabbia del mare. Isole sperdute Le Mentawai, dove si trova Sikabaluan, la missione in cui lavoro da quattro anni, sono un piccolo arcipelago di quattro isole a poco più di un centinaio di miglia nautiche al largo della città di Padang (Sumatra Occidentale). Ora ci si arriva con nove ore di nave, ma per secoli sono rimaste isolate dal resto del mondo. Soltanto all’inizio del Novecento sono stati stabiliti i primi contatti regolari con l’isola di Sumatra. Questo isolamento ha favorito la conservazione di una cultura neolitica ancora oggi riscontrabile in alcuni villaggi dell’interno della foresta. Ruota, ferro e affini sono acquisizioni di qualche decennio fa da queste parti. Anzi, la ruota in qualche posto non l’hanno ancora vista e non è da escludere che non l’abbiano neppure inventata perché non serve, visto che non esistono strade. L’unica che c’è collega tre villaggi del centro politico della zona. Ma gli altri trenta sono raggiungiungibili solo in barca o a piedi nella giungla. In alcune zone dell’interno è ancora viva la cultura tradizionale in tutti i suoi aspetti, compresi il perizoma e il tatuaggio che copre l’intero corpo degli isolani. Viene praticato in maniera molto dolorosa e per tappe, perché la punta che penetra la pelle produce infezione e conseguenti febbri. Il tatuaggio è considerato come il vestito del mentawaiano e presenta caratteri distintivi a seconda della zona di appartenenza. Ora non lo si pratica quasi più dopo che il governo indonesiano lo ha vietato, ma è ancora visibile sul corpo delle persone di mezza età. Uno degli aspetti fondamentali di questa cultura è il kerei, lo sciamano guaritore. Nelle cerimonie di guarigione questi taumaturgi danzano invitando lo spirito perso dal malato a riunirsi al corpo di questi ristabilendo così la salute. La danza del kerei, protratta per lungo tempo, sfocia nel trance nel momento in cui sopraggiunge lo spirito ritrovato. Siamo all’Equatore. La foresta pluviale, nonostante l’attacco delle compagnie che abbattono legno da esportazione, è ancora florida e ricchissima. Attraversarla è sempre un po’ un’avventura, sia per l’isolamento in cui ci si trova e sia per la difficoltà di camminare nel fango dovuto alle continue piogge. Per evitarlo, l’unico mezzo sono i pali di legno che i mentawaiani sistemano lungo tutto il percorso in modo da camminare sull’asciutto. Inutile dire che sono adatti solo per gli equilibristi, soprattutto quando piove. In tutto questo pantano le scarpe migliori sono… i piedi nudi, almeno per chi ha la pelle sufficientemente dura. Il coraggio dei pionieri Nella parrocchia di Sikabaluan siamo tre missionari saveriani italiani e tre suore indonesiane di una congregazione secolare di origine italiana (Assistenti laiche internazionali). La presenza stabile della chiesa è cominciata trent’anni fa, per cui si può intuire quanto la fede sia ancora mischiata con le credenze tradizionali basate sul rapporto con gli spiriti onnipresenti. In parrocchia abbiamo una scuola elementare con due convitti per ra- gazzi e ragazze (110 quest’anno), una scuola di cucito ed economia famigliare per ragazze e un policlinico. Nel fine settimana siamo sempre impegnati nei vari villaggi per celebrare la messa, mentre periodicamente al centro si tengono dei corsi per la formazione dei responsabili delle comunità. Soltanto due o tre volte l’anno riusciamo a visitare Simatalu (la parte più interna dell’isola) e la costa occidentale: la difficoltà per raggiungere questi villaggi (per percorrere 40 chilometri ci vogliono tre giorni) non ci permette di fare di più. Da quelle parti possiamo ben dire che, se ci sono cristiani, è proprio per grazia di Dio e non tanto per l’opera umana. Andare a Simatalu è sempre un’impresa. La prima volta che vi sono arrivato mi sembrava di entrare in un film. Ci mancava solo che da un momento all’altro uscisse un dinosauro dalla foresta… Mi hanno accolto persone in alta uniforme: perizoma, tatuaggio, coltellaccio, arco e frecce… e la solita sigaretta in bocca. Ho pensato a chi era arrivato qui per la prima volta trent’anni fa. Io almeno avevo già visto qualche foto e sentito qualche storia su Simatalu, ma i pionieri, quelli venuti qui per la prima volta… Ho provato un senso di rispetto misto a gratitudine per quei miei confratelli che hanno mosso i primi passi da queste parti. Cosa fa il vangelo Un giorno stavo tornando in nave a Sikabaluan. Un turista francese, prima ancora di aver messo piede alle Mentawai, appena saputo che ero un prete, mi ha accusato di essere un elemento distruttivo della cultura tradizionale mentawaiana. Forse non sapeva che proprio alcuni miei confratelli saveriani hanno fatto il possibile per trascrivere i miti e le storie di qui, studiare la cosmologia e i costumi, salvaguardare la lingua che si va perdendo e compilare i vari vocabolari e grammatiche per lo studio del mentawaiano. Si può dire infatti che finora quasi tutta la letteratura locale disponibile sia stata trascritta da qualche missionario. Ma forse c’è pure qualcosa di più. È vero che l’annuncio di Cristo cambia una cultura. Tuttavia il vangelo, a differenza di altri influssi culturali, trasforma rispettando. Il cambio culturale, infatti, avviene in modo da mettere il luce e potenziare gli aspetti positivi, facendo invece cadere quelli più negativi che sono presenti anche qui, in barba al troppo idealista mito del buon selvaggio del caro Rousseau. Con alcuni giovani abbiamo iniziato a scambiarci le esperienze che nascono dal mettere in pratica la Parola di Vita. Un giorno Anis, una ragazza di questo gruppetto, aveva capito che il vangelo le chiedeva di amare i poveri. Ma dove trovarli, visto che qui più o meno sono tutti poveri? Le è venuto in mente, allora, di aiutare una anziana che era stata abbandonata dalla famiglia e dalla tribù. Questa cosa succede abbastanza spesso anche ad altri anziani che talvolta non hanno neppure di che nutrirsi. Dopo un po’ di titubanza, Anis ha aperto il suo armadio, ha tirato fuori alcuni vestiti che riteneva superflui ed è andata da questa vecchietta. Quando Anis le ha spiegato che le stava portando un regalo, questa nonna ha detto: Ma allora non è vero che nessuno si occupa di me. Tu mi vuoi bene!. Anis è scoppiata a piangere per la commozione. Evidentemente il vangelo aveva iniziato a far breccia in un cuore, donando luce e gioia inaspettata. Le Mentawai sono una grazia per chi viene a visitarle. Oltre a diversi amici europei, alcuni ragazzi indonesiani sono venuti a Sikabaluan interessati dalla particolarità del posto: per prima Evi, una ragazza musulmana, e poi Achiang, un giovane buddhista, entrambi membri dei Focolari. Quest’ultimo mi aveva chiesto di passare qualche settimana per ritrovare, lui di famiglia ricca, uno stile di vita più semplice, lontano dai computer, Internet, telefonini e televisioni. Accompagnati da un altro amico olandese, siamo andati a Simatalu: un’esperienza totalmente nuova per Achiang. Lui, ragazzo di città e abituato ai comfort, si è dovuto adattare alla vita di foresta, a lavarsi con acqua non proprio pulita, a mangiare quello che c’era. È stata un po’ dura, mi confidava alla fine, ma la cosa più straordinaria è stato vedere che, nonostante la differenza delle nostre religioni, l’unità tra noi era cresciuta. Ed era cresciuto anche il nostro rapporto con Dio. Guai a me se non evangelizzo Un giorno dovevo raggiungere Gorottai, un piccolissimo villaggio formato da poche famiglie, circa quattro ore di marcia nella foresta. Aveva piovuto da poco e il sentiero era molto fangoso. I mentawaiani che mi accompagnavano erano abilissimi a camminare senza scarpe sui pali di legno sistemati per terra in modo da evitare il fango. Avevo già provato un’altra volta a fare come loro, ma dopo due ore senza scarpe i miei piedi erano così doloranti che avevo preferito rimetterle. Questo significava camminare bene sulla terra dura, ma anche cadere spesso quando ero costretto a stare sui pali di legno resi viscidi dalla pioggia. Quando siamo tornati, a causa della pioggia incessante, lungo il percorso in alcuni punti c’era proprio un’inondazione, sicché due volte sono caduto fino al collo nell’acqua che nascondeva un buco. I ragazzi che mi accompagnavano se la ridevano alla grande ogni volta che cascavo. Come minimo avevo avuto successo nel farli divertire… Ma davvero vale la pena fare tanta fatica per celebrare una messa in un posto così isolato? – mi chiedevo -. Ha valore tutto questo?. Poi un pensiero si è fatto strada: Sì, Matteo. Una messa è l’occasione per rendere visibile l’amore di Dio per ogni uomo e questo ha valore, ha un valore grandissimo. Sì, questo viaggio a Gorottai, più che servire agli altri, era servito a me e mi aveva cambiato il cuore. Uno dei motti dei saveriani è fare del mondo una sola famiglia: un sogno affascinante confermato in me da quell’ideale dell’unità che avevo incontrato qualche anno prima di entrare in seminario. Stare alle Mentawai significa contribuire a questo disegno di fraternità che coinvolge le terre più sperdute del mondo. Ma non si può costruire una famiglia se non si è già parte di una. Per questo motivo ringrazio Dio del dono della mia piccola comunità religiosa qui a Sikabaluan e dell’unità a distanza con tanti fratelli mantenuta viva per lettera, attraverso qualche incontro e soprattutto, visto l’isolamento in cui mi trovo, nella fedeltà a Dio dell’attimo presente. La presenza di Gesù tra noi è motore e fine di ogni attività missionaria. Ed ora un consiglio per avventurieri nella foresta, così, tanto per non perdersi: tra le varie cose da mettere nello zaino, non scordatevi l’ultimo numero di Città nuova. Io ce l’ho sempre con me.

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