Medio Oriente, quali accordi tra Usa e Russia?

Dopo oltre sei anni di guerre siriane, con più di mezzo milione di morti e 12 milioni tra sfollati e rifugiati, l'intesa Mosca-Washington segna una nuova svolta nelle intricate vicende mediorientali. Si attendono conferme

Dopo aver scalzato l’ultima resistenza jihadista in Libano, due soldati dell’esercito libanese hanno raggiunto una collina che domina la regione del Jurd di Ras Baalbeck e di Qaa sventolando due bandiere: quella libanese e quella spagnola, in onore delle vittime dell’attentato terrorista delle Ramblas, a Barcellona, rivendicato dallo Stato Islamico pochi giorni prima.

Diverse centinaia di jihadisti, forse un migliaio, che occupavano queste colline da tre anni, hanno deposto le armi accettando di ritirarsi verso Deir Ez Zor. Era l’ultimo bastione in Libano dello Stato Islamico, insediatosi nel 2014 su un’area di circa 200 Kmq in questa zona montagnosa a ridosso del confine siriano, nella parte centro-orientale della Beqaa.

Non era facile stanare e mettere in fuga un’intera enclave di jihadisti decisi a resistere. È stato possibile per un’improbabile, ma efficace alleanza stabilita fra tre soggetti apparentemente incompatibili fra loro: l’Esercito della Repubblica Libanese, le milizie di Hezbollah e l’Esercito Governativo della Siria. E tutto questo con l’avallo del Gis,  il gruppo internazionale di sostegno al Libano (composto da rappresentanti di: Onu, Ue, Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia,  Usa, Russia e Lega Araba). Incredibile!

Lebanese soldiers listen to a briefing from an official during a media trip organized by the Lebanese army on the outskirts of Ras Baalbek, northeast Lebanon, Monday, Aug. 28, 2017. Islamic State militants and their families began to evacuate on Monday from a border area between Lebanon and Syria as part of a negotiated deal to end the group's presence there, Lebanese and Syrian media reported. (AP Photo/Hassan Ammar)

Alleanza improbabile e incompatibile perché l’Armée libanaise è addestrata e armata in gran parte dagli Usa, Hezbollah è alleato di Assad e bollato dal governo americano come terrorista (affermazione come minimo discutibile), e i governativi siriani sono sostenuti e armati dai russi. Un bel rompicapo di schieramenti, anche se in parte comprensibile alla luce degli sviluppi che l’azione diplomatica russo-americana ha avviato negli ultimi mesi nell’intricato scacchiere mediorientale.

Un primo concreto segnale che qualcosa di nuovo si era messo in moto è stato l’annuncio della Cia e della Casa Bianca, a metà luglio scorso, di voler interrompere il programma di finanziamento e addestramento (avviato 4 anni fa) di quei cosiddetti “ribelli siriani” che non rinunciassero immediatamente a combattere contro Assad per concentrarsi solo sulla guerra allo Stato Islamico. Una decisione con tutta probabilità scaturita da una certa convergenza di interessi fra la politica mediorientale del neo presidente americano Trump e di quello russo Putin. In questo modo gli statunitensi hanno smesso di sostenere i gruppi di ribelli più interessati alla Sharia jihadista che alla Siria, liberando più risorse per i curdi, i veri protagonisti, insieme agli sciiti, delle pesanti sconfitte di terra inferte al Daesh, lo Stato Islamico, ormai asserragliato nella Siria orientale.

Giochi di potere che per una volta sembrano avviare una tenue prospettiva di pacificazione e un cammino di normalizzazione (tenue, va ripetuto) nella tormentata regione mediorientale. Meglio tardi e poco, che mai, dopo oltre sei anni di guerre siriane che hanno provocato più di mezzo milione di morti e 12 milioni tra sfollati e rifugiati. Per non parlare di Mosul e del vicino Iraq, in una situazione altrettanto drammatica.

Il gesto dei soldati libanesi, che a Ras Baalbeck sventolano la bandiera spagnola accanto a quella del loro paese, si carica anche di un altro significato: è un segno di solidarietà, ma anche in certo modo un appello agli europei e un invito a collaborare più attivamente per la pace. L’improbabile alleanza tra Esercito libanese, Hezbollah e Governativi siriani sembra fornire anche un’interessante indicazione di metodo: dialogare senza fermarsi di fronte ai pregiudizi e ai veti incrociati, per conseguire obiettivi che vadano nella direzione della sicurezza e del bene comune.

Percorso coraggioso e non poco rischioso. Sembra più fattibile una pace fondata sul dominio di alcuni su tutti gli altri. È di questi giorni, fra l’altro, un’inqualificabile richiesta in sede ONU di alcuni circoli governativi statunitensi, che vorrebbero cambiare le regole d’ingaggio del contingente Unifil, composto in maggioranza da soldati italiani e francesi e che dal 2006 svolge con competente efficacia compiti di peacekeeping al confine libano-israeliano. Secondo la richiesta statunitense, si dovrebbe usare l’Unifil come “gendarme” per bloccare l’afflusso di armamenti e supporto logistico tra l’Iran e le milizie Hezbollah attraverso la Siria.

Una vera follia in grado di scatenare un conflitto peggiore di quello siriano e senza alcuna considerazione per il contributo decisivo che gli sciiti (Iran ed Hezbollah) hanno fornito, con un considerevole numero di vittime tra i loro combattenti, per sradicare lo Stato Islamico che ha sponsorizzato molte fra le iniziative terroristiche messe in atto in Europa negli ultimi anni.

Si attendono conferme. Un’opera di purificazione della memoria, di rispetto per l’autodeterminazione dei popoli e l’impegno di un’attenzione crescente ai diritti umani sono necessari per aprire le porte alla pace duratura.

 

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