Mattarella, l’imprevisto garante dell’unità della nazione

Il neo presidente della Repubblica in più occasioni ha mostrato di preferire alle parole gridate, quelle creative e ispirate. Spesso ha confidato che il fratello Piersanti è stato l’ispiratore di tante sue scelte. Un commento
Il neopresidente della Repubblica

Alla fine la rettitudine vince. Non è una favola per bambini: è la realtà che oggi dentro le istituzioni abbiamo davanti agli occhi.

Rare sono state le occasioni in cui non sono stati giochi segretamente trasversali che hanno prodotto un’elezione presidenziale: il pensiero corre a quella imprevista di Scalfaro, che venne scelto al posto di ben altro candidato, per effetto della dolorosissima strage di Capaci.

Anche oggi, in un momento di difficile tenuta della nostra convivenza civile, con le riforme a metà del guado, con un governo a maggioranza variabile, con un cittadino su due che ritiene ininfluente il suo voto, con la situazione internazionale che mostra il lato più oscuro della globalizzazione, l’Italia ha saputo alzare la testa. E per la più alta carica dello Stato ha scelto un “imprevisto”, un politico navigato, ma non di carriera, uno studioso esperto di umanità e di legalità, un assoluto garante della Costituzione. Cristiano dichiarato e praticante. Un siciliano chiamato alla politica in una circostanza ben precisa: presiedere la commissione dei probiviri che avrebbe dovuto giudicare la drammatica vicenda scoppiata con lo scandalo P2. Accettò e non abbassò mai la guardia.

Mi ha sempre colpito in lui non il silenzio o l’essere schivo, ma la parola, una parola certamente non gridata, ma creativa, fluente, sempre esplicita sull’ispirazione. E poi il coraggio: mai ha rinunciato ad una chiarezza di posizione, distinguendo bene il momento del dialogo, in cui credeva fino all’ultimo, contro ogni speranza, e il momento della difesa dei valori costituzionali fino alla rottura e alle dimissioni.

La prima volta che l’ho incontrato è stato per una conferenza: eravamo stati invitati alla Cappella universitaria della Sapienza da padre Bachelet. Lo scopo? Spingere i giovani all’impegno comunitario, sociale e politico. Fu molto chiaro nel dichiarare che la difficoltà della politica passava anche “dalle condutture bloccate nei partiti che impediscono i giovani di accedere alla politica attiva”.

L’ultima volta fu alla Corte Costituzionale, accompagnando da lui un gruppo di giovani intenti alla scrittura di un libro di educazione civica: in tre ore di fitto dialogo li affascinò col suo conversare, appropriato, sempre comprensibile, con i frequenti espliciti riferimenti ai valori, umani e costituzionali. Un passaggio di quel giorno mi sembra ci faccia comprendere che uomo è stato eletto, e il modo in cui porterà avanti il suo incarico: “Nelle mie scelte, negli atteggiamenti, nei rapporti, c’è sempre il pensiero di cosa avrebbe fatto mio fratello [Piersanti, ucciso dalla mafia]. E c'è l’impegno particolare sulle cose per cui lui è stato assassinato”.

Non c’è da temere. Senza nessun dubbio, come recita l’art. 87 della Costituzione, rappresenterà degnamente “l'unità” più positiva e appassionata della nazione.

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