Mass media istruzioni in classe

Da più di 20 anni educatori di tanta parte del mondo cercano di coniugare sempre più efficacemente il rapporto fra comunicazione e educazione. Così, in Francia, sotto il coordinamento del Centre de laison de l’enseignement et des moyes d’information (Clemi), un organismo che migliaia di ragazzi in età scolastica hanno l’opportunità ogni anno durante tutta una settimana di leggere ed analizzare i giornali francesi in classe, incontrare i professionisti della stampa e riflettere sull’informazione. La Semaine de la presse dans l’école è diventata così una tradizione nelle scuole francesi ed un’opportunità eccellente per sviluppare nei ragazzi uno sguardo cosciente al mondo dell’informazione. Già nei paesi latino-americani tanti educatori hanno trovato nelle radios comunitarias un’esperienza utile per sviluppare il senso critico e la responsabilità politica dei cittadini. Centinaia di piccole emittenti radiofoniche, di solito gestite da cooperative degli abitanti dei quartieri poveri delle grandi metropoli oppure da gruppi di contadini, sono diventate luogo di scambio di idee e vere scuole di cittadinanza. La preoccupazione degli educatori in rapporto ai media è maturata nel tempo. Da un atteggiamento prevalentemente protettivo si è passati a sviluppare prospettive più aperte ai valori e ai contributi dei media nei confronti della società. Le due conferenze mondiali per l’educazione ai media, promosse dall’Unesco nel 1982 a Grunwald (Germania) e nel 1990 a Tolosa (Francia), sono servite per ampliare ancora di più lo sguardo alle molte dimensioni dell’approccio educativo al mondo della comunicazione. Tre gli obiettivi della cosiddetta media education: in primo luogo, una sorta di alfabetizzazione mediale, che renda capace l’uomo di “leggere e scrivere” con i nuovi codici portati dai media; poi l’emporwement, ossia l’impegno a rendere la persona più forte e competente per vivere nella società attuale (importante in questo processo è principalmente l’educazione ai valori umani e alle prospettive dell’etica); terzo, di fronte al “potere” dei media, la media education vuole promuovere nell’educando l’esercizio di un “contropotere” critico e democratico, che lo abiliti alla piena cittadinanza nella società globale della comunicazione. In Italia il movimento ha avuto il suo esordio agli inizi degli anni Novanta con un gruppo di educatori che avevano il loro punto di riferi- mento all’Iscos, l’Istituto di scienze di comunicazione sociale (oggi Facoltà di Scienze della comunicazione sociale) presso l’Università Pontificia Salesiana. Da questo gruppo è nato nel 1996 il Med (associazione italiana per l’educazione ai media e alla comunicazione). In poco più di 10 anni la media education ha guadagnato spazio nel nostro paese nelle più svariate realtà: dal gruppo parrocchiale all’associazione di genitori, dai portatori di handicap agli anziani. L’attività delle associazioni ha motivato anche l’interesse delle università italiane, oggi impegnate in alcune aree di ricerca su media ed educazione. Spunta anche una nuova figura professionale: il media educator. Nel 1999, 35 educatori hanno concluso il primo master italiano in media education, promosso dall’Università Cattolica di Milano. La grande sfida per la media education in Italia rimane tuttavia la scuola. Fino ad oggi, le attività di educazione ai media nella scuola italiana sono state frutto più dell’entusiasmo dei singoli insegnanti che il risultato di un progetto educativo organizzato. È indispensabile che l’Italia non rimanga in ritardo rispetto alle altre nazioni sviluppate. A livello europeo, la media education – anche se con diversi modelli ed approcci – è attuata nel mondo scolastico e della ricerca. Per i media educator è fondamentale non lasciare sole le nuove generazioni nel confronto con i mezzi di comunicazione. Un progetto educativo Il professor Roberto Giannatelli, salesiano, è presidente dell’Associazione italiana per l’educazione ai media e alla comunicazione e docente all’Università pontificia salesiana a Roma. Dal 1991 è impegnato nell’animazione dei gruppi di media educator italiani e nei progetti di ricerca- azione realizzati dal Med, associazione che ha contribuito a fondare nel 1996. Professor Giannatelli, ha visto cambiamenti nello scenario italiano in rapporto alla “media education”? “Sì. La prima cosa è stata l’introduzione del termine stesso negli ambienti accademici ed educativi italiani, dove era praticamente sconosciuto. Prima in Italia si parlava d’educazione all’audiovisivo oppure all’immagine, ma questa è soltanto una piccola parte della media education. La fondazione del Med è stata anche un avvenimento importante. Eravamo un gruppo di otto entusiasti. Ad oggi abbiamo formato già un piccolo esercito di circa 400 effettivi tra insegnanti, educatori, docenti universitari e professionisti che costituiscono una rete d’esperienze e collaborazioni collegate con l’estero. Il risultato più significativo è comunque l’interesse delle università italiane. Tanti docenti, come il professor Morcellini de “La Sapienza” di Roma e il professor Rivoltella della Cattolica di Milano, si sono interessati alla media education. Grazie al loro lavoro cominciano a sorgere i primi corsi di laurea e master italiani in quest’area. Fatto questo molto positivo”. Con il Med avete portato in Italia il movimento internazionale della “media education”. Che cosa significa questo fatto? “Penso sia stata un’intuizione volere far tesoro di un’esperienza che in altri paesi era nata vent’anni prima. Abbiamo preso parte ai grandi incontri internazionali nel 1992 a Guelph (Ontario), nel 1995 a La Coruña, a Parigi nel 1997, a São Paulo nel 1998 e a Toronto nel 2000, e portato in Italia i grandi media educator mondiali. Ogni anno alla nostra scuola estiva a Corvara invitiamo un esperto dall’estero. Quest’anno c’era Isabelle Breda dal Clemi di Parigi. Sono già venuti dal Portogallo, dall’Inghilterra e dall’Austria. Questo permette di aprirsi, collaborare, apprendere nuove idee”. E la “media education” nella scuola italiana? Quale prospettiva si apre con la riforma? “La scuola italiana vive adesso un momento molto difficile e delicato. Dalla nostra convenzione nazionale a Bellaria nell’aprile di quest’anno, abbiamo firmato una carta nella quale affermiamo che il governo deve introdurre la media education nella scuola, non in forma generica ma in una forma più precisa, inserendola nei curricula”. In confronto alle altre nazioni europee, l’Italia è in ritardo? “Penso di sì. La media education deve rientrare nel progetto educativo, sia come materia da studiare sia come dimensione che attraversa tutte le materie. Ma io sono fiducioso che questa volta essa troverà un posto nella scuola italiana. Da parte nostra continuiamo in varie città d’Italia a sperimentare in prima e seconda elementare un vero itinerario di media education. Speriamo che il ministero dell’Istruzione tenga in considerazione quest’esperienza “.

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