Maria Montessori .. E la scuola scoprì il bambino

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Accadde a San Lorenzo, antico quartiere romano a ridosso del Verano, esattamente il 6 gennaio 1907. Una giovane dottoressa, che esercitava nel manicomio di Santa Maria della Pietà, proprio quel giorno inaugurò una scuola, nuova per quei tempi, per bambini dai 3 ai 6 anni. Non volle chiamarla scuola, né, tanto meno, asilo, ma casa. Casa dei bambini. E ancora oggi le scuole montessoriane si riconoscono tutte per l’arredamento a misura dei piccoli che le frequentano. Maria Montessori, appunto, il cui volto dal sorriso appena accennato e dallo sguardo penetrante, incorniciato da una folta chioma di riccioli ribelli raccolti a chignon, ci osservava sino a poco tempo fa dalle banconote da mille lire. Quel volto dai tratti antichi celava in realtà una personalità poliedrica e complessa, a volte contraddittoria. Una mente lucida ed indagatrice, ed insieme una grande passione morale e civile. Il plauso dei grandi del suo tempo – da Ghandi a Marconi, da Freud a Piaget, Tagore, Adenauer… – e la piaga segreta di un’intima tragedia per un figlio avuto senza essere sposata.Uno spirito libero. Per questo non sempre fu capita. Oggi però tutti le riconoscono il merito di aver ideato un sistema pedagogico che in Italia ha avuto alterne vicende, ma che si è diffuso in tutto il mondo. Fu infatti proprio lei la prima donna italiana a laurearsi in medicina, in tempi in cui certe professioni erano precluse alle donne. Si specializzò in psichiatria, ed iniziò il lavoro di ricerca presso il grande manicomio romano dove, tra i malati di mente, si trovavano anche bambini in grave stato di abbandono affettivo, che non ricevevano nessuna cura. La scienza psichiatrica lombrosiana, allora dominante, non dava suggerimenti in merito. La dottoressa Montessori, al contrario, ritenne che si potesse fare qualcosa con quei piccoli malati, e con l’aiuto di materiali adatti da lei inventati ottenne esiti inattesi. Il passaggio poi ai bambini normali fu conseguente: se i risultati raggiunti con i piccoli oligofrenici, valorizzando il loro sia pur ridotto bagaglio mentale, avevano superato ogni aspettativa, altrettanto, e molto di più, si sarebbe potuto ottenere con gli altri. Agli inizi del secolo scorso, San Lorenzo era un poverissimo quartiere popolare, e la Casa fu allestita in via dei Marsi 58 all’interno di un gran caseggiato, tra la gente. Anche questo un segnale di cambiamento. Si trattava di un progetto sociale, oltre che educativo, nell’Italia giolittiana sfavillante di iniziative filantropiche. Fu così che un borgo degradato di Roma, capitale da poco più di un trentennio, divenne ben presto una mecca dell’educazione, visitato da ministri e pedagogisti, e da dame il cui fruscio di rasi e velluti mai s’era udito da quelle parti. Fu lì che, per la prima volta, Maria Montessori vide qualcosa che in realtà è sotto gli occhi di tutti. Lei ebbe occhi per vedere e la genialità per trarne le conseguenze. Il suo modello pedagogico veniva dall’osservazione diretta del bambino, non da consolidate correnti di pensiero. Fu lei, senza dubbio, la prima a mettere in discussione la rigida impostazione pedagogica dei primi del Novecento. E a chi le chiedeva in cosa consistesse il suo metodo, aveva una sola risposta, spiazzante: La vita. La Montessori pubblicò due anni dopo, nel 1909, le osservazioni fatte nella Casa di Roma e in quella aperta l’anno dopo a Milano, sempre in un quartiere popolare. Il libro, dal titolo Il metodo della pedagogia scientifica, fu tradotto in varie lingue. Questo insospettato successo determinò un profondo cambiamento nella vita della studiosa, che iniziò il suo pellegrinaggio scientifico in tante parti del mondo, dove nascevano e si sviluppavano le sue scuole e dove altrettanto grande era l’esigenza di una nuova preparazione degli insegnanti. Maria Montessori visitò ripetutamente gli Stati Uniti, la Spagna e l’Olanda. Nel 1924 fondò l’Opera Montessori, un ente morale senza fini di lucro, per sostenere e portare avanti le sue idee educative. Quando il nazismo ed il fascismo si accorsero della portata del suo metodo, tentarono di ricondurlo nell’ambito dell’ideologia. Maria Montessori fu costretta a dimettersi dall’opera che aveva fondato e si prese in India, dove era stata invitata per una conferenza. Vi rimase assieme al figlio Mario sino alla fine della guerra, prigioniera degli inglesi. Le fu consentito tuttavia di lavorare e di insegnare. E anche in quel lontano continente si sarebbe verificato ancora una volta il miracolo del bambino che cresce e si sviluppa in piena libertà ed autonomia: una realtà che non conosce confini, né differenza di razze. Quando, nel ’47, la Montessori tornò in Italia, l’Assemblea Costituente, rompendo una severa consuetudine, l’accolse con un lungo applauso e con un omaggio unanime. La morte la raggiunse nel 1952 in un piccolo villaggio olandese davanti al Mare del Nord. Anche quegli ultimi anni li aveva spesi in un’opera incessante di ambasciatrice del bambino come maestro di pace, tanto che per questo suo impegno fu candidata per due anni consecutivi, nel ’49 e nel 50, al Nobel. IL BAMBINO MAESTRO? È possibile una scienza della pace? Sembrerebbe un controsenso logico, perché la pace, non essendo una scienza, non dovrebbe essere neppure insegnabile. Non sono dello stesso avviso i montessoriani convinti, che le hanno dedicato il 5-6 gennaio scorso, a cento anni esatti dall’inaugurazione della prima scuola, un grande convegno. Quei giorni, l’Auditorium della Musica di via De Coubertin a Roma registrava il tutto esaurito. Milleduecento i partecipanti, qualificati educatori provenienti da 42 Paesi, e studiosi di fama internazionale che hanno messo sotto il riflettore le grandi linee pedagogiche dischiuse dalla mente creativa di Maria Montessori nelle sue decennali osservazioni e scoperte. Alla dott. Elena Dompè, responsabile della redazione editoriale presso la sede nazionale dell’Opera Montessori, chiediamo di fare un primo bilancio dei lavori svolti. Tema ricorrente – spiega – è stato quello della pace. Anzi, del rapporto inscindibile tra il bambino e la pace, dato che l’atto educativo è, per sua natura, un atto pacifico, e solo nella pace può esprimere i suoi più alti frutti. Già nella culla il bambino manifesta e testimonia il bisogno di pace, nella quale soddisfa gli istinti primordiali della vita. Per uno dei tanti paradossi che caratterizzavano il suo messaggio, fu lei a definire il bambino maestro (non allievo, come sarebbe stato logico) di pace. Cosa intendeva dire? L’educazione è l’arma della pace, ha scritto Maria Montessori, e la pace la condizione della buona educazione. Educare – ha sostenuto ancora la Montessori – è aiutare la vita ad incamminarsi nelle sempre nuove strade dell’esperienza con spirito di gioia, di fratellanza, di desiderio di bene, di responsabilità. Là dove, invece, nella famiglia e nella scuola il bambino sia messo in una condizione di conflitto, o sottoposto alla volontà di un adulto dominatore, o, infine, impedito di esprimersi nella sua natura e nei suoi desideri, egli sarà costretto alla crudele necessità di nascondersi, di difendersi. Questa condizione è per il bambino uno stato di guerra, di sacrificio e di sconfitta, perché il suo istinto non è quello della lotta e dell’opposizione, ma il contrario. 23 mila scuole in tutto il mondo, e 200 in Italia. Migliaia di bambini che sono diventati adulti con questo metodo, e che ora occupano postichiave nella società. Centinaia di insegnanti montessoriani. La pace e l’ecologia, le due grandi tematiche che proprio questa scienziata italiana, all’inizio del secolo scorso, ha messo al centro della sua visione del mondo, portando la pedagogia ad un livello mai osato nel passato. È forse giunto il momento di porre mano al suo sogno: fare del bambino, maestro di pace, un cittadino del mondo.

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