Mafia? No, grazie

Ci si chiede come facciano ancora a credere che lottare contro la mafia abbia un senso in una società che tende a esorcizzare il problema o al massimo a raccontarne di volta in volta la cronaca. Eppure i parenti delle vittime il prezzo alla mafia l’hanno pagato di persona non in termini di pizzo ma di vite umane, di efferati delitti che hanno portato loro via mariti, figli, padri, madri, fidanzati. E forse proprio per questo sono fra quelli che non si rassegnano. Ti scatta una molla dentro. Il troppo dolore si trasforma in qualcosa di positivo. È così forte che ti fa alzare la testa per andare avanti. E lottare . Non volevo rassegnarmi, non tanto alla morte di Paolo, quanto a tutto quello che aveva significato la sua vita. Mi sentivo molto piccola, ma allo stesso tempo non volevo darla vinta a chi aveva pensato, usando il pulsante di un telecomando, di cancellare un’esperienza umana e professionale straordinaria. Credo di non avere il diritto di tirarmi indietro. Ancora oggi vivo in via d’Amelio, il luogo della strage. Non sono io che me ne devo andare, devono andarsene loro. Sono due testimonianze di persone la cui vita è stata tragicamente segnata dalla mafia. La prima, Margherita Asta, ancora bambina ha perso in un agguato indirizzato ad un giudice la mamma e due fratelli gemelli di appena sei anni; la seconda, Rita Borsellino, è la sorella di Paolo Borsellino, il magistrato ucciso con un’autobomba a Palermo insieme alla sua scorta. E ancora Viviana Matrangola: Sono la figlia di Renata Fonte, assessore repubblicano assassinata nell’84 sotto casa a Nardò, provincia di Lecce. Ave- va deciso di spendere la propria vita in un appassionato, intenso e instancabile impegno nella vita politica per la tutela e la salvaguardia del patrimonio culturale salentino e del nostro territorio. È stata uccisa perché si opponeva alla speculazione edilizia del parco naturale di Porto selvaggio. È stato il primo delitto politico di mafia nel Salento. Noi figlie e anche i suoi piccoli studenti abbiamo raccolto il suo testimone creando un’associazione che si occupa di tutelare i diritti delle donne e dei minori e di promuovere la cultura della legalità nelle scuole. Questo è per noi trasformare il dolore in impegno. Mio padre Lello era fotografo nel nostro piccolo paese, Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, 8 mila abitanti e 18 sequestri, l’ultimo quello di mio padre – dice Debora Cartisano -. Si era opposto al pizzo. Fino ad allora non c’erano state manifestazioni ma quando lui venne rapito con un gruppo di ragazze organizzammo la prima. Da quel momento il 22 luglio, giorno del suo rapimento, lo abbiamo sempre fatto anche se ci è venuto a mancare il sostegno del paese. Dopo dieci anni dal rapimento abbiamo ricevuto una lettera da uno dei suoi sequestratori che ci diceva: Per favore perdonatemi, io non riesco più a guardare in faccia i miei figli, le spoglie del vostro caro sono nel tal posto. Io voglio pensare che il nostro non tacere sia servito a qualcosa. Forse, non a caso, dopo tutte quelle manifestazioni a Bovalino non ci sono stati più sequestri. Cinque, dieci, trenta, cinquanta, cento, duecento… 639. È questo il numero delle vittime della mafia il cui nome è riecheggiato in piazza del Campidoglio dove il 21 marzo scorso si è celebrata la decima Giornata nazionale della memoria e dell’impegno. Una manifestazione che in questi anni ha girato l’Italia passando per Gela, Nuoro, Corleone, Reggio Calabria, Niscemi ed altre città che di volta in volta l’hanno ospitata. Istituita da Libera, l’associazione di promozione sociale fondata da don Luigi Ciotti cui aderiscono numerose altre associazioni nazionali e locali, intende ricordare ogni anno queste centinaia di morti ammazzati perché la memoria si traduca in impegno. La storia ci ha insegnato che all’indomani di alcune grandi tragedie nel nostro paese, di attentati di tritolo, sono tante le dichiarazioni ufficiali di interventi, di percorsi, di strategie che poi strada facendo perdono forza. Cambia l’agenda politica ma anche il coinvolgimento dei cittadini – dice con una punta di amarezza don Ciotti -. La prima cosa che abbiamo voluto, istituendo una giornata della memoria, è un’attenzione alle famiglie delle vittime. È un dovere che sentiamo rispetto a quei figli, a quelle spose, a quelle madri cui n’drangheta, camorra, stidda, sacra corona unita, cosa nostra… hanno ucciso i propri cari. Che di mafia si parli principalmente per i fatti di cronaca, gli omicidi, gli arresti, le grandi operazioni della magistratura e delle forze dell’ordine è oramai sotto gli occhi di tutti. Ma mancano momenti di approfondimento, di ricerca della verità – riprende il presidente di Libera -. Abbiamo visto come qualche trasmissione che ha provato a leggere in profondità il fenomeno sia stata oggetto di attacchi e strumentalizzazioni… C’è chi ha interesse che la verità non venga conosciuta, perché disturba, inquieta, pone grandi interrogativi. Se ne parla attraverso delle fiction, come quella su padre Puglisi o Paolo Borsellino. Ma a volte si corre anche il rischio di presentare le mafie come un mostro invincibile, una piovra contro la quale non c’è nulla da fare. Oppure di immaginare questi personaggi come degli eroi, distanti da noi, bravissimi, ma soli. E invece c’è bisogno di partecipazione, di sentirci tutti protagonisti. La rassegnazione è una malattia mortale, come l’indifferenza. Qualche giorno prima che venisse ucciso, una giornalista chiese a Paolo Borsellino se aveva paura. Lui, che sapeva che il tritolo era già arrivato, rispose: Sì, ho paura. Importante è avere tutti più coraggio. È molto vasta la visione che don Ciotti ha della mafia. Non facciamone una questione geografica – aggiunge -. Noi parliamo non di mafia ma di mafie, su tutto il territorio nazionale, con problemi che vanno dall’usura al pizzo, dal traffico delle sostanze stupefacenti al lavoro nero, dal traffico degli essere umani allo sfruttamento nel mondo della prostituzione, ai barconi di persone che si affidano ai criminali, al doping. E poi traccia un bilancio di questi primi dieci anni di vita di Libera: Tanta fa- tica ma anche tanta speranza. Sono sorti molti progetti che coinvolgono migliaia di studenti e di insegnanti. E poi un milione di firme raccolte nel ’95-’96 per la legge che oggi consente l’utilizzo sociale dei beni confiscati alla mafia. È nata Libera terra con delle cooperative che danno lavoro vero a dei giovani sui terreni che prima erano dei Riina, dei Provenzano, dei Bagarella. Di mafia parliamo anche con l’on. Massimo Grillo, deputato siciliano dell’Udc. Oggi la mafia si sta mimetizzando nel mondo economico – rileva -, ha una strategia silenziosa che solo una forte reazione culturale potrà contrastare. Il rischio infatti, sia da parte delle istituzioni sia da parte della gente, è quello di abbassare l’attenzione. È chiaro che le stragi hanno svegliato le coscienze, hanno fatto reagire i cittadini, le istituzioni, la politica. Ma non ci si può distrarre. Iniziative come quella della Giornata della memoria e dell’impegno o altre iniziative sulla legalità, servono per scuotere le coscienze. E poi bisognerebbe insistere sulla formazione e su un percorso innovativo di cittadinanza attiva, abbandonare in politica la vecchia logica dell’avversario, del nemico, dello scontro. La lotta alla mafia è un impegno concreto su valori comuni. Cerchiamo anche di capire perché la mafia in Sicilia da qualche anno ha cessato di uccidere. Nel passato ha reagito perché erano messe in discussione alcune posizioni centrali e questo provocava un conflitto interno -spiega l’on. Grillo -. Ma le stragi hanno suscitato una reazione che non era conveniente alla stessa organizzazione criminale. Mimetizzarsi e ottenere comunque dei risultati sotto il profilo del controllo del territorio e degli interessi economici, evita la reazione da parte della collettività. Un motivo per non perdere la speranza senza passare per ingenui comunque c’è. Capire che il governo della città non si può delegare tutto alla politica – conclude -. È un processo culturale che stiamo provando ad avviare in alcune città della Sicilia. L’aspetto più importante è quello del patto etico che può essere una novità interessante per le diverse forze politiche. Rilevante anche il ruolo che diverse associazioni e organizzazioni stanno assumendo nel territorio. E poi, a detta dell’onorevole, la memoria dell’impegno di Falcone, Borsellino e di tanti altri che hanno sacrificato la propria vita costituisce un’importante eredità per tutta la magistratura siciliana che non manca di ottenere notevoli risultati nella lotta contro il crimine organizzato LA MEMORIA RITROVATA Storie delle vittime della mafia raccontate dalle scuole. È il primo libro di testo scolastico sulla mafia ed è stato redatto da docenti e alunni che hanno ricostruito i percorsi umani e professionali di 284 vittime di delitti. Offre diverse chiavi di lettura e di approfondimento, un elenco dei film sulla mafia e dei siti dove trovare ulteriori informazioni, schede su fondazioni, associazioni e centri studi antimafia. Lo si può richiedere all’indirizzo info@matmix.it.

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