La maestra Silvia Lubich

Il primo pane del sapere spezzato per i suoi piccoli. L’Opera Serafica. La condivisione dello studio, degli affetti e della vita. Continuiamo la pubblicazione degli articoli sulla vita di Chiara Lubich apparsi sulla rivista Città Nuova nel 2019: terza puntata.
Silvia Lubich con alcuni allievi dell'istituto Opera Serafica di Cognola (Trento), 1940

«Amavo tanto i bambini, perché già vedevo Gesù in loro, perché Lui ha detto: “Qualunque cosa hai fatto al minimo dei miei fratelli”. […] Il pomeriggio dicevo: “Adesso bisogna dormire mezz’oretta, mettetevi sul banco con la testa ricurva”. Passavo e avevo dentro un bisogno quasi di benedirli, […] come una madre. Ecco: e c’era un silenzio; questa pratica di far scuola a Castello in Val di Sole, ma poi anche a Livo, […] m’ha allenata ad amare». Così il 5 giugno 2001 Chiara Lubich esprimeva la disposizione con cui aveva svolto, tra i 19 e i 23 anni, l’attività di insegnante.

Primi anni '40: da sinistra, Liliana, Silvia, papà Luigi e Carla
Primi anni ’40: da sinistra, Liliana, Silvia, papà Luigi e Carla

Dopo l’anno scolastico 1938-1939 trascorso a Castello di Ossana, e due mesi di supplenza a Varollo di Livo l’anno successivo, il 16 ottobre 1940 la “maestra Silvia” – come la chiamano i suoi alunni – prende servizio presso l’Opera Serafica di Cognola, non distante da Trento. L’Opera, sostenuta dai padri cappuccini e dal Terz’Ordine, ospita 80 tra bambini e ragazzi orfani. A Cognola Silvia trova come collega Piera Folgheraiter, con la quale ha frequentato a Trento la Gioventù femminile. Piera si occupa di asilo e prima elementare, Silvia di terza, quarta e corso di avviamento. Si trattengono in istituto anche di notte.

Capita sovente che Piera si rivolga a Silvia per un consiglio sull’attività didattica. Un giorno, ad esempio, Piera vorrebbe aiutare l’apprendimento dei suoi piccoli alunni con un alfabetiere, ma non ne trova; spontaneamente Silvia disegna dei cartelloni con le lettere dell’alfabeto e i numeri fino a 10, bellissimi, che i bimbi guardano incantati. Silvia segue anche gli allievi dell’avviamento che, con l’aiuto di artigiani, sono preparati al mestiere di falegname, calzolaio, legatore di libri, oppure ricevono un’educazione musicale.

La maestra Silvia comunica ai ragazzi un profumo di famiglia, fa sentire loro una parola materna, come una carezza. Mite e forte a un tempo, condivide la giornata con i suoi alunni. Al mattino presto si partecipa alla Messa; lei, all’ultimo banco, segue e prega raccolta. Le ore di lezione trascorrono serene, la maestra non parla forte, ma con voce chiara e misurata, adatta alle persone che ha di fronte. Gli alunni seguono attenti, senza distrarsi. Esige impegno nello studio, ma quando chiama per l’interrogazione, domanda anche di esprimere la propria opinione sull’argomento, creando un’occasione di crescita nel rispetto della personalità. Quando i compiti scritti vengono restituiti corretti, non si trovano mortificanti segni rossi, piuttosto leggere sottolineature, come per incoraggiare a far meglio, la prossima volta. All’ora di ricreazione, chi lo desidera si siede vicino alla maestra e ascolta la lettura di un libro simpatico e divertente.

Di notte, nel suo letto in un angolo del dormitorio, Silvia legge alla luce di una piccola lampada, mentre lo stanzone è al buio per evitare i bombardamenti. Silvia racconta la vita dei martiri, i ragazzi ascoltano, prima di addormentarsi. Nella bella stagione si fanno passeggiate, giocando tutti insieme. A volte li conduce a casa sua, in via Gocciadoro, da mamma Luigia e papà Luigi. Una condivisione di affetti che si fissa nel loro vissuto e non verrà dimenticata. Tra quei giovani volti, Contardo e Bernardo entreranno in seminario e poi nell’Ordine dei frati francescani cappuccini.

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Due pensieri

Cognola, novembre 1940

Otto bambini: vivaci ed irrequieti come l’argento vivo. […] Occhietti che dicono tutto il vuoto di un’incosciente ignoranza in attesa di essere scolpita dai primi necessari elementi base del grande edificio della cultura, che la scuola e la vita porteranno. Sono novella nella scuola. Novella come loro. Titubante come loro. Mi avvicino e mi credo conscia della responsabilità di dare il primo gusto della scuola ad animucce che non hanno mai assaggiato il sapere. Barcollo ai primi passi… per fortuna nessuno si accorge: sono troppo nuovi in questa nuova vita; ho solo una cosa che mi consola: mi sono preparata giorno per giorno. Ho lavorato su me stessa cercando di farmi piccola coi piccoli. […] Assieme; per la prima volta loro, per la prima volta io, con tutto l’entusiasmo di gustare le gioie le delusioni le correzioni che la novità nasconde.

Cognola, aprile 1941

Quanta gioia per una mamma il pensiero d’aver dato la vita corporale ai suoi piccoli; quanta gioia in una maestra il pensiero d’aver spezzato il primo pane del sapere a questi piccoli e averli convenientemente nutriti delle prime molecole necessarie. […] È vero, non tutti scrivono e leggono bene. Ma in tutti qualcosa s’è fatto. Qualche tenero fusto è cresciuto dritto, qualche altro di sghimbescio, qualcuno è sostenuto da punteruoli. Ma tutti sono nati e sono cresciuti. Sia ringraziata la Somma Sapienza. […] Vorrei dir loro che, ancora mentre la fiaccola della fede non tremula sotto il soffio infingardo dell’impurità e dell’egoismo, affaccino tutta la loro animuccia aperta al grande amore di Dio che è diffuso col suo profumo in tutte le cose, vorrei portarli alla contemplazione dell’Eterno! Perché son miei. Perché sono io che devo edificare in quelle anime. Sono io che ho la pazza responsabilità di quei cuori! Quando penso di far toccar loro il Cielo con uno sguardo, oh! grido a chi agganciarmi. E la mamma dal Cielo, che sempre ha fatto sentire la sua protezione potente nei miseri, sui piccoli, sui poveri, sarà Lei ad aiutarmi. I miei piccoli La amano. Li ho visti io colle manine giunte in soavi preghiere.

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