Mae Sot chiama e Latina risponde

Nessuno avrebbe mai immaginato che da una merendina rifiutata potesse nascere una così forte esperienza di amicizia tra bimbi italiani e thailandesi
Mae Sot

Con alcuni amici di Bangkok, da tempo cercavamo di portare il nostro aiuto concreto ad alcune famiglie di profughi del Myanmar, che si erano stabilite nel nord della Thailandia, e avevo condiviso questa esperienza con amici italiani, che ci sostenevano a distanza e ai quali mandavo periodicamente aggiornamenti fotografici.

Un giorno mi scrisse un’amica di Latina raccontandomi che un bambino di circa 3 anni della sua sezione di scuola dell’infanzia, ogni giorno si faceva scartare la merenda e sistematicamente la gettava senza neanche assaggiarla. Lei, dopo vari giorni, si era sentita in dovere di dirgli che se quella merenda non era di suo gusto, sarebbe bastato dirlo alla mamma perché ne mandasse un’altra di suo gradimento. Immediato era stato l’intervento di un altro coetaneo: «Certo, perché ci sono i bambini poveri, che non hanno niente da mangiare». Neanche il tempo di capire che un altro, rivolto alla sua insegnante, diceva:«Maestra, “che” sono i bambini poveri?». Come spiegare una cosa così grande a bambini tanto piccoli?

Da lì l’idea di portar loro le foto ricevute da parte mia e il giorno seguente tutti erano rimasti “impressionati” da questa realtà così differente dalla loro. Le domande davanti a quelle foto erano state le più disparate e non sempre la loro insegnante era stata in grado di rispondere adeguatamente, trattandosi di una realtà nuova anche per lei. Da quel giorno, ogni tanto mi arrivavano via email scansioni di disegni fatti da quei bambini per i bambini karen… Un giorno arrivò un disegno rappresentante un tesoro, che avrebbe consentito ai bambini karen di non essere più poveri.

In occasione di un mio viaggio in Italia, fui invitato ad andare a scuola da questi bambini, con i quali abbiamo trascorso quasi due ore in uno scambio intensissimo di domande e risposte, giochi, danze che mettevano a confronto culture tanto diverse. Tutti contenti raccontarono la loro mattinata ai genitori che si sono incuriositi vedendo l’entusiasmo dei propri figli, che avevano un gran desiderio di far qualcosa per questi bambini tanto lontani, ma che ora sentivano più vicini.

Approfittando del fatto che la loro insegnante sarebbe venuta col marito in Thailandia quell’estate, decisero di darle un loro contributo per consentirci di fare una spesa ad hoc durante il viaggio e poter portare direttamente in quelle comunità e in particolare in un orfanotrofio di Mae Sot, nel nord della Thailandia, il sostegno di questi nuovi amici. È stata un’esperienza davvero toccante, arrivare in quei posti, sapendo di essere messaggeri di qualcuno che a 10 mila km di distanza faceva il tifo per noi.

Il ritorno a casa e la ripresa della scuola ha portato all’inevitabile aggiornamento della loro maestra ai bambini, attraverso racconti e fotografie che parlavano da sole. In primavera, quest’anno, tornando in Italia, la tappa a scuola è stata inevitabile. I bambini erano cresciuti, non solo d’età, ma anche numericamente, infatti stavolta erano due le classi che mi rivolgevano domande sempre più impegnative. «Perché Gesù ci ha fatto a noi fortunati e no ai bambini Karen?». Difficile rispondere a questa domanda, a una bambina di 4 anni…Un attimo e poi: «Non lo so, ma so per certo che chi nasce fortunato può aiutare chi nasce sfortunato!». E ancora: «Hanno i giocattoli? Io ne ho tantissimi!». Toccato il tasto dei giochi, davvero importante per quell’età, ho dovuto spiegare che non ne avevano e che magari facevano delle palle con gli stracci oppure con le bottiglie di plastica. Mi sono accorto che l’esempio è stato forte. E poi di nuovo insieme la festa dell’acqua che piace tanto ai bambini. Saluti calorosi, ma il bello è iniziato il giorno dopo, quando ormai ero già lontano da loro.

Una bambina, ripensando a quanto ci eravamo detti a scuola, era tornata a casa e aveva chiesto ai genitori di scegliere insieme tra i suoi giochi quelli che potevano essere mandati a quei bambini tanto lontani. La mattina dopo è arrivata a scuola con entrambi i genitori e con due buste piene di giocattoli e una macchinetta cavalvabile, di quelle che i bambini verso l’anno o due usano prima di imparare ad andare sul triciclo. I genitori, con aria piuttosto meravigliata raccontavano che la figlia aveva detto di dover portare i giochi da mandare a quei bambini, ma in realtà nessuno aveva detto qualcosa in proposito; su questo esempio, qualcun altro ha iniziato a portare qualcosa, scegliendo tra i propri giochi e vestitini quelli che potevano essere utili e graditi a quei bambini meno fortunati. Dopo qualche giorno la maestra mi ha fatto sapere che i bambini insistevano per mandare qualcosa e quindi, dovendo tornare con l’aereo e con i limiti imposti dalle compagnie aeree, sia nei volumi che nei pesi, le suggerii di contattare un'azienda di corrieri per trasporti navali e aerei, raccontando loro tutta la storia dei bambini karen e del grande desiderio dei bambini italiani di far arrivare qualcosa laggiù, possibilmente a costi contenuti. La meraviglia è stata grande quando è stata contattata dagli addetti di una grande compagnia di spedizioni internazionali, che, commossi da questa storia, le davano la loro disponbilità a caricare in un container di una delle loro navi per il trasporto merci, il carico di abiti e giochi usati che i bambini avrebbero portato e la cosa più bella era che il trasporto sarebbe stato completamente gratuito fino a Bangkok.

Sono seguiti giorni di grandi preparativi, scelta, condivisione… Ognuno aveva qualcosa da dire a proposito dell’oggetto che aveva portato. 13 scatoloni erano pronti, chiusi e abbelliti con i disegni che i bambini avevano fatto per l’occasione e che erano stati accuratamente incollati tutt’intorno: questo era il suggerimento per convincere i doganieri a Bangkok di esentare questo carico specialissimo da eventuali tasse. E così è stato: quando questi si sono visti gli scatoloni completamente tappezzati dai bellissimi disegni si sono letteralmente "sciolti". Abbiamo pagato solo i diritti di dogana, pochi euro e tutto si è concluso velocemente.

Un fine settimana, poi, con alcuni amici, siamo andati a Mae Sot, all'orfanotrofio, per l'apertura degli scatoloni: le faccette dei bimbi hanno inziato ad illuminarsi in modo davvero toccante. Naturalmente abbiamo integrato anche con cioccolata, latte e altre buone cose, frutto della condivisione di amici buddhisti, cristiani e musulmani. Una festa, allora, per i bimbi: una festa vedere queste motociclette, camion dei pompieri, piccoli aggeggi che io non saprei come far funzionare: i bimbi karen, in pochi secondi, ne erano già esperti! Miracoli… della giovane età, penso! E con loro abbiamo fatto contenti anche altri bimbi, al campo profughi e in altri, chiamiamoli così, villaggi: sono, in realtà, capanne raggruppate vicino a fabbriche, oppure a campi di riso.

Ognuno ha bisogno d'esser guardato negli occhi: cosa dai è importante, ma sperimento ogni volta che donare e guardare la persona negli occhi è più importante; porgergli la mano, "toccare l'altro": fargli sentire che tu sei lì per lui, anche se per pochi minuti, che hai fatto chilometri, che non parli la sua lingua ma che gli vuoi bene. All'inizio i volti sono sempre molto scuri, espressioni piene di sospetto: poi, quando incontrano il tuo sguardo, piano piano s'illuminano di gioia, di speranza: tutto questo era "scritto" in quegli occhi splendidi e vi assicuro che questa è la vera ricompensa per i chilometri e tutte le fatiche fatte. Non parliamo la stessa lingua e spesso comunichiamo a gesti. Ma gli occhi parlano e dicono: «Grazie, oggi mi hai fatto felice… Tutto questo è un dono gratuito? Quando ritornerai?». «Guarda che ci sono e vivo per te… Non aver paura».

Oggi, guardando le foto dei tre giorni passati a Mae Sot, il mio cuore si riempie di gioia e di speranza. Un mondo nuovo è possibile: un mondo diverso, dove ci si aiuta e ci si vuol bene. Un mondo dove le navi e i container trasporteranno merce da un continente all'altro gratis; dove il cibo non verrà più buttato via mentre qualcuno muore pechè gli manca da mangiare: in quel giorno le merendine voleranno al posto dei razzi e delle bombe; credo nei giocattoli che arriveranno in tutti gli orfanotrofi del mondo gratis. Io un po' di quel mondo l'ho visto, l'ho sperimentato e ci credo e per quel mondo vivo e voglio vivere sempre di più.

I più letti della settimana

Chiara D’Urbano nella APP di CN

La forte fede degli atei

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons