Ma quale utopia?

I ghetti linguistici, gli psichedelici, i confini: tre fronti di discussione, tra ideali ed eutopie.
Dal video "Utopia" di Ariane Loze, presentato al Festival "Fotografia europea" di Reggio Emilia (fonte: ufficio stampa Studio Esseci)

Tutti sogniamo la nostra personale utopia; eppure, si dice anche che il meglio è nemico del bene: avere alti ideali è utile, ma solo se si resta coi piedi per terra… Sono di questa opinione anche Vera Gheno, Vanni Santoni e Cristina Marconi, che a Più libri più liberi del dicembre scorso hanno raccontato l’utopia attraverso tre specifici lenti d’osservazione: la lingua, la psichedelia e la Brexit.

La traduttrice, saggista e linguista Vera Gheno ha aperto le danze affermando il potere della parola; perché sono i nomi che offrono la capacità di plasmare l’universo: lo sapeva già Adamo, a cui è stato affidato il compito di nominare la creazione; così come è scritto nel Corano che l’uomo è superiore agli angeli perché conosce i nomi delle cose. Tuttavia, la studiosa si interroga: cosa succede ai vecchi nomi quando la realtà cambia? Si risponde con le parole del politico e attivista Iacopo Melio: “Chiamare le cose in modo diverso serve a vederle in modo diverso”; una verità tanto più profonda quanto più è scabrosa la diversità che si vuole nominare. Dare un nome offre l’opportunità di abbattere i confini e, al tempo stesso, espone al rischio di creare veri e propri ghetti linguistici; insomma, molto dipende dal significato che assume la diversità: chi soffre può scegliere di definirsi senza essere oggetto del “terrore semantico”? D’altra parte, dare un nome significa anche differenziare; e solo dopo una differenziazione si può parlare di identità.

Il problema è che spesso colui che nomina si erge a giudice del nominato; chi si differenzia è l’Altro, con un altro pronome, un altro genere, un’altra etichetta: sono tutti gli altri che si devono confrontare con chi gode del privilegio dello standard. L’autrice prende a esempio la sovraestensione del genere maschile nella lingua italiana, da cui il femminile sembra essere estratto come la costola nella Genesi. Ma le storture sono in agguato anche dall’altro lato della barricata: il paradiso del linguaggio, che vuole includere tutti e bacchettare chi resta indietro, rischia di creare una nuova forma di segregazione. Si tratta di quello che Franco ‘Bifo’ Berardi chiama “semio-capitalismo”, il capitalismo del segno: “Quando non importa più quello che accade davvero: l’importante sono i segni, per esempio, i segni linguistici” spiega Gheno; e lo fa con un buffo aneddoto tratto dal libro di Davide Piacenza, La correzione del mondo.

Un rifugiato messicano viene accolto da una ONG di un campo profughi nel sud degli Stati Uniti; qui, una volontaria, dopo le domande di routine, chiede all’uomo quali siano i suoi pronomi… restando del tutto sconcertata quando questi risponde di non sapere cosa siano, i pronomi. La reazione della giovane – che prontamente si lancia in difesa dello she/her, he/him, they/them –, anche se in totale buona fede, appare come una forma di prevaricazione, poiché non tiene conto del contesto e delle differenze culturali. “Per esempio, spesso si parla dello schwa: io lo schwa lo uso pochissimo perché rischio di escludere delle categorie; lo uso in alcuni momenti, poco, affinché non incida sulla comprensibilità del testo”, conclude la linguista. In altre parole, se si fallisce nel riconoscere la diversità dell’altro, ecco rispuntare le antiche barriere sotto nuove spoglie; allora, un conto è lasciare le persone libere di definirsi, altra cosa, invece, è far calare dall’alto un linguaggio normativo (quali che siano le sue regole) che cambi tutto per non cambiare nulla. Per dirla con Gheno, lasciamo l’utopico per l’eutopico; per un linguaggio non perfetto, ma perfettibile.

Vanni Santoni raccoglie il testimone della linguista e apre un secondo fronte sull’utopia; altra battaglia, altri eroi, altri antagonisti, ma lo scrittore riparte proprio dalla lingua, perché «gli psichedelici non sono nemmeno droghe, figuriamoci droga». Al di là dell’ironia, il termine ombrello ‘droga’ è un chiaro esempio di terrore semantico: negli Stati Uniti degli anni ’60 diventa la parola magica che rende illegale l’LSD – e galeotti molti hippie –, nonostante la medicina ne riscontri la non tossicità. Al contrario, spiega Santoni, oggi sappiamo che alcuni acidi sono prodotti naturalmente dal nostro organismo e sono implicati nella crescita neuronale: esattamente l’opposto della “droga che brucia il cervello”.

Ma c’è di più, poiché gli psichedelici sembrano offrire nuove speranze a chi deve convivere con condizioni croniche invalidanti, come la cefalea a grappolo e la depressione resistente; inoltre, avrebbero un ruolo nella riabilitazione neuromotoria in seguito a ictus e, addirittura, nel trattamento dei disturbi dello spettro autistico. Il primo passo nella ripresa di questo importante filone di ricerca, è bene ribadirlo, sta proprio nella battaglia semantica. Per esempio, c’è una bella differenza fra ‘psichedelico’ e ‘allucinogeno’, ammette il docente della Scuola del libro; dove la psichedelia evoca lo sciogliersi di qualcosa (dal greco, rivelatore dell’anima), l’allucinazione rimarca il vedere ciò che è solo immaginario; e da sempre, si sa, vedere l’invisibile fa correre ai ripari: bisogna salvare i sani/salutisti/puri dai malati/drogati/impuri – ancora una volta un taglio netto che distingue ciò che è normale da ciò che non lo è.

D’altra parte, è curioso che la psichedelia nasca come risposta spirituale a un disagio esistenziale, conquiste mediche a parte. Non a caso, “milioni di fricchettoni”, continua l’autore, si volgono a Oriente – con meditazioni, ritiri, sostanze, guru – per guarire dall’Occidente; come se il senso perduto negli orrori del XX secolo andasse recuperato per vie alternative, all’ombra degli incubi generati da un eccesso di Illuminismo; e questa ricerca di comunione ha lasciato il segno nell’arte (nei romanzi L’isola di Huxley, Visita a Godenholm di Jünger; nel film Le margheritine di Věra Chytilová) e ha inaugurato una serie di ‘comuni psichedeliche’ dai nomi esotici e le location improbabili – vedi la Lazy Lizard School Of Hedonism: una fabbrica di LSD in un laboratorio dentro un vulcano

Insomma, gli psichedelici nascono come strumento di una rivoluzione che sposta l’utopia all’interno, in una mente un po’ meno celata a sé stessa; al contempo, però, sul piano collettivo e in un setting controllato, permettono di socializzare questo temporaneo stato di liberazione; un retaggio della civiltà che arriva da lontano, ricorda lo scrittore: l’esempio classico è quello dei nativi americani che, grazie ai funghi, entravano in contatto con le divinità. Ma i greci? Ebbene, le testimonianze storiche sui misteri eleusini parlano di una bevanda iniziatica a base di latte e segale; e siccome esiste un fungo parassita della segale, l’ergot, che contiene acido lisergico, non si può che concludere con Santoni che «l’antica Grecia è stata un’utopia psichedelica».

Non tutti, però, credono che abolire i confini sia poi così utopico; al contrario, c’è chi si ostina a costruire nuovi recinti: è l’esempio della Brexit, che la giornalista e autrice Cristina Marconi associa all’ideale di isola-paradiso da cui era partita Vera Gheno. Ma com’è possibile che la fantasia di una retro-utopia, del sovranista «si stava meglio quando si stava peggio», abbia illuso un popolo la cui storia è abitata da una così tenace anima colonialista? Take back control è lo slogan che ha convinto che il problema dei migranti clandestini si sarebbe risolto con un biglietto di sola andata per il proprio Paese… per settecentoquarantamila persone l’anno, certo. Ma in tempi di crisi è facile che il pensiero magico streghi un Paese; ecco perché, confessa Marconi, forse le utopie «sono belle finché sono mobili: se si realizzano diventano qualcosa di un po’ fascista».

Dopotutto, se sopravvive la favola di un radioso avvenire, l’unico retaggio dell’utopia non può che essere l’esclusione; allora viene da chiedersi se valga la pena accettare questo debito ereditario così poco sostenibile – con il sacrificio di molti a vantaggio di pochi – e anacronistico, in un mondo sempre più popoloso e globalizzato; in altre parole, possiamo ancora credere a un’utopia? Magari no, anzi: meglio guardarsi dalla segregazione, dalla rigidità e da ogni forma di prevaricazione normativa, anche quando sono dettate dalle migliori intenzioni; perché, come scriveva Carl Gustav Jung, «gli ideali non sono altro che guide e mai mete». Allora tutti insieme: abbasso le utopie e viva le eutopie!

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come? Scopri le nostre rivistei corsi di formazione agile e i nostri progetti. Insieme possiamo fare la differenza! Per informazioni: rete@cittanuova.it

I più letti della settimana

Chiara D’Urbano nella APP di CN

La forte fede degli atei

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons