L’ultima notte di Amore, ritratto di una persona onesta

Esce "L’ultima notte di amore" di Andrea Di Stefano. Un trhiller urbano interpretato da Pierfrancesco Favino
L'ultima notte di Amore Favino
Pierfrancesco Favino alla prima del film "L'ultima notte di Amore", di Andrea Di Stefano (Foto Sara Sonnessa/LaPresse)

I trhiller li sanno girare anche gli italiani. Il film diretto con equilibrio da Di Stefano, L’ultima notte di Amore, è un cupo notturno in una Milano violenta. Quella dei traffici illegali tra esponenti della ’ndrangheta calabro-milanese e i cinesi.

La notte prima della pensione, dopo una onorata carriera nella Polizia di Stato, – non ha mai sparato un colpo – Franco Amore (Favino) viene chiamato a vedere la strage in cui è stato coinvolto – e ucciso – il collega e amico di sempre, Dino. Lo choc è grande, la tensione altissima. Franco sa tutto: entrambi sono coinvolti in un commercio organizzato dai cugini con i cinesi, legale, sembra. Ma non è così: sparatorie, morti. L’uomo è combattuto: denunciarsi alla polizia e finire in carcere, denunciare i cugini che lo minacciano – lui e la famiglia – e i cinesi? È Viviana (Linda Caridi), la moglie dolce e forte, che in quella notte decisiva gli sta accanto, lo consiglia, vive la tensione con lui, gli fa ritrovare la forza di essere quello di sempre: un uomo coraggioso e mite, leale, pronto alla verità, per quanto scomoda.

Non è sempre facile trovare una interpretazione tanto sensibile e profondamente umana – si direbbe per certi versi esperienziale e personale – come quella di Favino, per cui pare il film sia stato concepito, che giganteggia nella sua incertezza, mitezza, disperazione e forza dall’inizio alla fine. L’onestà e l’amore guidano la vicenda di un uomo non aggressivo, sottostimato e invece pieno di dignità. Una lezione e un omaggio per gli onesti di oggi.

 Ma anche per chi scivola gradatamente dentro il male, rappresentato non solo dai cugini e dai cinesi loschi ma da quella autostrada notturna di una Milano non perbene che diventa un girone infernale della morte. Ma poi ne esce. La regia di L’ultima notte di Amore è rapida, procede per sottrazione, per dialoghi precisi e la fotografia notturna è un esempio di “parola notturna” drammatica, efficacissima: poesia della morte e della vita, del “peccato” e del riscatto grazie all’amore. Presentato al 73° Festival di Berlino, un noir da vedere.

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