Lotta tra un padre e un figlio

A spettacolo terminato si rimane perplessi. Ma già lungo il percorso itinerante che dal Foro Traiano conduce il pubblico all’interno della Curia, l’antico Senato, dentro i Fori Imperiali, gli interrogativi sui significati dell’insolito happening cominciano ad affiorare. Gli stimoli suscitati da questo secondo evento della Fondazione Alda Fendi, a un anno dall’inaugurazione della bellissima galleria d’arte, sono molteplici. La performance ideata da Raffaele Curi riunisce danza, musica, installazioni, video, opere d’arte, mescolando generi, ma troppo concettualmente contaminati e senza un collante. Il senso non è immediato ma si dipana a fatica cercandolo nel titolo dell’evento: La lotta. È quella per la bellezza, non estetica, e contrapposta all’apparire; è la lotta fisica, per la conquista dell’interiorità, della libertà; è la lotta tra un padre e un figlio per rivendicare la responsabilità dei ruoli. Lo spunto di tutto è dato dall’esposizione della tavola del Pollaiolo Ercole e Anteo, fatta giungere dagli Uffizi di Firenze, ed esposta come una reliquia alla vista degli spettatori che iniziano il loro peregrinare nel sotterraneo della Galleria dove ascolteremo la musica di un trio afghano, e assisteremo agli esercizi di lottatori indiani dentro un’arena di sabbia cosparsa di petali. E già in queste esposizioni ravvisiamo altre forme di lotta: come quella politica del sedicenne cantante afghano simbolo di opposizione al regime talebano. E c’è ancora quella dei nani che sconfiggono i giganti. I moderni centauri sono rappresentati da una fila di moto parcheggiate nel piazzale e che, in chiusura, romberanno minacciose per le vie notturne e fra i monumenti imperiali, nella sequenza del film di Fellini Roma, proiettato sulle alte pareti della Curia. Qui l’evento ha il suo culmine nella folgorante coreografia di Francesco Ventriglia che ha per protagonista uno straordinario Roberto Bolle e un dodicenne promettente della scuola di ballo della Scala, Lorenzo Bernardi. La presa di Eracle sul Gigante figlio di Gea proposta nel quadro del Pollaiolo, diventa nel balletto il rapporto/ lotta tra un padre e un figlio, in un legame fatto di affetto, di gioco, di possesso, di rifiuto. Sulle note di Ravel e poi sul rock scatenato di Marilyn Manson, Bolle termina con un assolo struggente esprimendo il senso di colpa che lo attanaglia per non essere stato un buon padre, lasciando però spazio ad un nuovo possibile rapporto. Specchiandosi – guardandosi cioè dentro – e togliendosi la camicia, è come se si sbarazzasse della corazza che lo aveva reso distante e invulnerabile all’amore del figlio. G.D.

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