Lo spazio che resta ad una politica di pace

Quali sono le ragioni del movimento per la pace sceso in piazza il 5 marzo contro l’invio delle armi in Ucraina votata dal parlamento italiano e da quello europeo? Il dilemma della scelta nonviolenta in una guerra in atto e dagli esiti imprevedibili. Il ruolo dell’Onu e di un’Europa capace di distinguersi dalla Nato. Video interviste a Alfio Nicotra, copresidente Un Ponte per..., e Sergio Bassoli, coordinatore Rete italiana pace e disarmo
Manifestazione pace 5 marzo 2022 Roma Foto Carlo Cefaloni

Il pacifismo è un concetto vago e contradditorio che copre posizioni molto diverse tra loro. Tagliando corto Gino Strada diceva: «io non sono pacifista, io sono contro la guerra». Il fondatore di Emergency non faceva sconti a nessuno e si comprende perciò perché non abbia ricevuto quel premio Nobel per la pace assegnato invece a Kissinger, Obama o a Abiy Ahmed, attuale presidente dell’Etiopia dove è in corso un orrendo conflitto armato.

Teodoro Moneta, fervente patriota risorgimentale, è l’unico italiano che ha ricevuto il Nobel nel 1907 salvo poi sostenere la guerra coloniale in Libia nel 1911 e il primo conflitto mondiale nel 1915.

AP Photo/Andrew Marienko

Cosa vuol dire essere oggi contro la guerra mentre un conflitto armato è esploso nel cuore dell’Europa? Non quella ristretta nei confini dell’Unione europea ma la vasta area che parte dall’Atlantico per arrivare ai monti Urali, cioè comprendendo parte della Russia, il grande Paese che copre ben 9 fusi orari.

Come già riportato su cittanuova.it, segna un passaggio epocale lo storico discorso con cui Mario Draghi ha esposto al Senato la scelta del suo governo di inviare sistemi d’arma pesante al governo ucraino per difendersi dall’aggressione delle truppe russe sotto il ferreo comando di Vladimir Putin. Una linea atlantista condivisa dalla quasi totalità del Parlamento con pochi voti contrari o astensioni e qualche distinguo nella maggioranza come le perplessità di Matteo Salvini che ha votato comunque a favore della linea dell’esecutivo di larghe intese patrocinato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Secondo alcuni sondaggi, il 75% degli italiani sarebbe contraria a questa scelta di fornire armi ad un Paese in guerra. La percentuale è molto più alta se si pone la domanda sull’eventuale invio di nostre truppe nel conflitto in Ucraina. Ipotesi attualmente del tutto remota perché il coinvolgimento in guerra di Paesi appartenenti alla Nato spalancherebbe le porte all’uso possibile e senza ritorno dell’arma nucleare.

Al corteo contro la guerra in Iraq il 15 febbraio 2003 parteciparono, secondo la questura, 650 mila persone che si ritrovarono in una piazza San Giovanni a Roma collegata con milioni di altri manifestanti in tutto il pianeta. Una gigantesca dimostrazione di opinione pubblica mondiale che non riuscì tuttavia dirottare il corso di una concatenazione di eventi che ci ha portato all’attuale geopolitica del caos.

Che peso politico potranno avere oggi davanti alla guerra divampata in Ucraina i 50 mila manifestanti scesi di nuovo in piazza sabato 5 marzo 2022 rispondendo all’appello di Rete italiana pace e disarmo? Una sigla che esprime una costellazione di associazioni e movimenti di diversa dimensione che arrivano a condividere documenti e proposte dopo un lungo e paziente dialogo.

Le ragioni della manifestazione del 5 marzo sono espresse in un comunicato dove accanto alla ferma condanna dell’azione militare in Ucraina da parte della Federazione russa si chiede che «si arrivi ad una cessazione degli scontri con tutti i mezzi della diplomazia e della pressione internazionale, con principi di neutralità attiva ed evitando qualsiasi pensiero di avventure militari insensate e fermando le forniture di armamenti che non possono certo portare la pace ma solo acuire il conflitto».

La manifestazione ha fatto perno sulla macchina organizzativa e logistica della Cgil, organizzazione sindacale da cui proviene Sergio Bassoli,  coordinatore della rete, e che si è esposta con l’intervento in piazza del suo segretario generale Maurizio Landini. Come era prevedibile invece, la Cisl guidata da Luigi Sbarra non ha aderito alla manifestazione non condividendo la posizione di “neutralità attiva”. Una rottura non condivisa da altri militanti come l’ex segretario Savino Pezzotta che ha rappresentato, invece, quella parte del sindacato più avanzata nelle proposte di politica industriale di conversione produttiva dal militare al civile. Tra i promotori della marcia, invece, sono state in prima fila, assieme a Libera e Pax Christi, le Acli, associazioni cristiane dei lavoratori italiani, con l’intervento di Silvia Maraone dal campo di accoglienza dei profughi in Bosnia. Anche la comunità di Sant’Egidio è intervenuta con la testimonianza di un rappresentante dei “giovani per la pace”.

Tante altre organizzazioni e movimenti della cosiddetta estrema sinistra hanno partecipato al corteo del 5 marzo pur non facendo parte della Rete pace e disarmo e anzi esprimendo critiche verso una piattaforma giudicata troppo morbida nei confronti della Nato.

Sul palco si è poi avuta una serie di numerosi interventi, da Luciana Castellina, fondatrice de Il Manifesto e formatrice di intere generazione dell’Arci, a Mao Valpiana presidente del movimento nonviolento fondato da Aldo Capitini ai rappresentanti di Amnesty international, Emeregency, Un Ponte per.., al presidente dell’Anpi che non schiera l’organizzazione dei partigiani a favore dell’invio di armi in Ucraina. Oltre a testimonianze proveniente da zone di conflitto e il riferimento agli obiettori alla guerra che si espongono in Russia e Ucraina, è intervenuta Beatrice Fihn, portavoce della campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari.

Difficile capire, dalle reazioni dei media, il tipo di messaggio arrivato dalle immagini della manifestazione di Roma ad un’opinione pubblica giustamente preoccupata per la guerra in corso e indignata per la sofferenza della popolazione ucraina sotto attacco.

Ucraina . Truppe Nato nei vicini Paesi baltici (AP Photo/Mindaugas Kulbis)

È facile equiparare il rifiuto di inviare armi ad un Paese sotto attacco ad una omissione di soccorso o ad un’indifferenza verso l’aggredito. È difficile capire il significato della “neutralità attiva” per un Paese schierato da 70 anni con la Nato, un’alleanza militare dell’Occidente che non è stata sciolta dopo la fine del blocco sovietico ma è stata in prima fila in una serie continua di conflitti armati a partire dalla guerra nella ex Jugoslavia.

Molto più semplicemente le varie anime che hanno promosso la manifestazione ritiengono che non si possa uscire da questo stato di guerra dagli esiti imprevedibili continuando ad inviare armi in un’area dove ce ne sono già in grande quantità e senza attivare una forte azione internazionale ripristinando l’azione dell’Onu, unico argine verso l’allargarsi del conflitto.

Come spiega Sergio Basssoli si chiede un intervento dell’assemblea generale dell’Onu con l’intervento di caschi bianchi di interposizione nonviolenta.

In particolare si sottolinea la necessaria distinzione dal ruolo dell’Unione europea da quella della Nato anche per le finalità e le modalità di costruzione di una difesa europea. Una posizione decisamente minoritaria a livello politico dopo che anche i vertici Ue hanno deciso anche loro di sostenere l’invio di armi in Ucraina.

Caccia Jsf35 foto AP

Una posizione che legittima una scelta di riarmo generalizzato come testimonia il sottosegretario alla Difesa, Giorgio Mulè ex direttore di Panorama, secondo il quale i famosi caccia bombardieri F35 sono necessari per difendere gli asili dei bambini,con implicita polemica verso la campagna Sbilanciamoci che in questi anni ha paragonato lo spreco dei soldi per l’acquisto degli arerei da guerra agli investimenti equivalenti in scuole e ospedali.

Come prevedibile poi anche pensatori e teologi liberal si stanno esprimendo a favore dell’invio delle armi, così come è sempre aperto il dibattito tra i giuristi sul significato del ripudio della Costituzione codificato nell’articolo 11 della nostra Costituzione.

Man mano che il conflitto si incrudelisce con stragi e morti di civili diventa inoltre molto difficile anche solo ragionare sulle cause remote del conflitto in Ucraina citando l’espansione della Nato ad Est come ha fatto ad esempio Alessandro Orsini, direttore dell’osservatorio internazionale dell’università Luiss di Confindustria, e con Marc Innaro della Rai

Foto FSC

Siamo entrati in un periodo molto difficile dove sarà sempre più necessario cercare di dare spazio ad un dialogo tra persone che pur compiendo scelte diverse avvertono una forte contraddizione di fronte ad una tragedia avvertita sempre più vicina. La situazione appare ancora surreale ma siamo ormai in guerra.

Come riporta Rete pace e disarmo «due C-130J “Hercules” dell’Aeronautica militare italiana sono partiti nei giorni scorsi dall’aeroporto di Pisa diretti allo scalo polacco di Rzeszow/Jasionka, a un centinaio di chilometri dalla frontiera ucraina. La rete degli spotter ha segnalato inoltre altri voli militari partiti dall’Italia».

Non lontano da Pisa, a Firenze il sindaco Nardella ha convocato per il 12 marzo un collegamento tra le città europee per la pace a pochi giorni dell’incontro dei sindaci e vescovi del Mediterraneo nel segno di Giorgio La Pira. Con quale proposta concreta? È giusto porsi la domanda per capire oggi cosa fare e non banalizzare secondo la profezia di pace di questo politico avversato e incompreso perchè capace di saltare i muri e attraversare le frontiere.

Di seguito la video intervista a Alfio Nicotra, copresidente di Un Ponte per…, ong italiana impegnata dal 1991 nel costruire ponti con la società civile che resiste alla guerra nei luoghi di conflitto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I più letti della settimana

Tonino Bello, la guerra e noi

Perché i focolarini non votano

Diario di un viaggio in Congo

Il voto cattolico interessa

Edicola Digitale Città Nuova - Reader Scarica l'app
Simple Share Buttons