L’isola in via degli Uccelli

Polacco di origini ebraiche sopravvissuto all’Olocausto, Uri Orlev testimonia nel suo più famoso romanzo per ragazzi l’ "indistruttibilità dello spirito umano" anche in mezzo agli orrori della guerra
Uri Orlev - By Omer21 - אני יצרתי, Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=121116634

Scrivere per i più giovani non è da tutti, e ben lo sanno autori anche affermati, che cercano di evitare questo scoglio oppure osano l’impresa solo ad un certo punto della loro carriera letteraria. In altri, invece, l’approccio a questo mondo è artificioso, e lo si avverte dai toni melensi o cattedratici: note stonate che immediatamente respingono i giovani lettori. Il fatto è che, per farsi apprezzare dal mondo giovanile, occorre aver conservato uno sguardo d’infanzia, aver “salvato” il bambino che è in ognuno di noi dalle incrostazioni del mondo adulto. Più che frutto di uno sforzo personale, lo si direbbe un dono non a tutti concesso.

Uri Orlev, di origine ebraica ma nato nel 1931 a Varsavia durante l’occupazione nazista della Polonia, era uno di questi scrittori “toccati dalla grazia”, che malgrado le vicissitudini della vita aveva conservato la capacità di guardarsi intorno con lo sguardo sereno e fiducioso del bambino che non sa nulla di pericoli, avendo sempre accanto un papà a cui ricorrere. E ciò senza nascondere nulla delle brutture del mondo, dicendo le cose come stanno, affrontando problemi spinosi come l’Olocausto e l’istinto brutale dell’uomo che arriva a calpestare i sacri legami di fratellanza che lo legano ai propri simili.

Orlev ha prodotto romanzi notevoli in tal senso, uno dei quali – L’isola in Via degli Uccelli, riproposto di recente da Salani – è stato anche oggetto, nel 1997, di una pregevole riduzione cinematografica rispettosa dello spirito del libro. La trama. In una Polonia sconvolta dalla guerra e dall’occupazione voluta da Hitler, Alex, piccolo ebreo undicenne, vede prelevare dalle SS suo padre e sua madre scomparire nel nulla. Rimasto solo, scampa alla violenza e crudeltà dei nazisti in un edificio diroccato dell’ormai evacuato ghetto di Varsavia; da questo precario rifugio, un nido inaccessibile tra i tetti, esce soltanto per procurarsi il cibo nelle altre case vuote, alla stregua di Robinson Crusoe che prendeva di che vivere dai relitti sospinti sulla sua isola deserta.

Alex è solo in un mondo ostile; non ha altre risorse che il proprio ingegno per sopravvivere ed affrontare la paura, le lunghe notti invernali, il freddo, la fame. Ma possiede la straordinaria forza vitale dell’infanzia, perciò una visione del mondo che, anche in mezzo alla tragedia circostante, non può fare a mano del gioco. Da una piccola apertura nel suo nascondiglio, può spiare la vita che continua a scorrere fuori, la gente non segregata come lui. «Vede anche i bambini che vanno a scuola ogni mattina – scrive Orlev nell’introduzione – e che, sebbene sembrino vicini, sono altrettanto lontani da lui di quanto lo fossero le più vicine terre abitate dall’isola di Robinson Crusoe. E poi Alex non ha l’uomo che si chiama Venerdì; ha solo un topolino bianco. E un’altra cosa: la speranza, perché sta aspettando suo padre».

Come l’eroe di Defoe, dopo tante peripezie anche Alex uscirà vincente e maturato dalle sue disavventure.

In questo come in altri romanzi (più di trenta, tradotti in quasi quaranta lingue) Orlev ha saputo accostare i giovani lettori alla tragedia della persecuzione anti-ebraica in modo, nonostante tutto, non traumatico. Al contrario – come è stato osservato – «le sue storie infondono ottimismo, mostrano come anche quando tutto sembra crollare, quando si è travolti e schiacciati dal peso della storia, c’è una fiducia che si trasforma in forza e che permette di superare tutte le difficoltà».

Non sorprende che L’isola in via degli Uccelli abbia ricevuto nel 1996 il prestigioso premio Andersen con la seguente motivazione: «Le storie raccontate da Orlev hanno il dono dell’onestà e dell’umorismo, mentre i suoi personaggi imparano ad amare gli altri e ad accettare la propria diversità in un mondo estraneo. La sua scrittura è di alto livello letterario e mai sentimentale. Orlev ha la capacità di dire tantissimo con poche parole. E ci mostra come i bambini possano sopravvivere senza amarezza in tempi duri e terribili».

La vicenda narrata attinge parzialmente al vissuto dell’autore, drammaticamente coinvolto negli eventi della guerra e delle persecuzioni naziste. Suo padre viene catturato dai russi durante l’occupazione della Polonia. Quanto a lui, dal ’39 al ’41 vive nascosto nel ghetto di Varsavia insieme alla madre (uccisa poi dai nazisti) e al fratello, col quale in seguito verrà deportato nel campo di Bergen-Belsen.

Dopo la liberazione nel 1945, Orlev si trasferisce con la famiglia in Israele, dove nel 1976 inizia la sua carriera letteraria. Muore a Gerusalemme nel 2022. Fra le tensioni e i conflitti che tuttora agitano la sua terra d’origine, egli ha continuato a scrivere per infondere nelle nuove generazioni speranza nell’uomo, in un mondo più fraterno e in pace: simile, in questo, ad altri grandi autori israeliani come David Grossman e Amos Oz, che hanno avuto il coraggio di rivolgersi al mondo dell’infanzia per dire ciò che forse gli adulti non vogliono o non sono più capaci di capire.

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