I libici e il diritto di protestare

Le proteste popolari in Libia hanno attraversato tutto il Paese, esigendo dai politici di professione (come sempre arroccati) tre cose: elezioni, pane ed elettricità. Magari anche un po’ di benzina.
Proteste a Tripoli, Libia. I cittadini chiedono nuove elezioni. AP Photo/Yousef Murad

Giovedì scorso a Ginevra, sotto l’egida dell’Onu, l’ennesimo fallimento dei negoziati fra i delegati del governo di Tripoli e quelli del rivale governo di Tobruk sul tema di trovare una data per le elezioni in Libia, che entrambi i contendenti invocano e giurano di volere. Salvo fare di tutto per evitarle e accusare la parte avversa di non volerle. La contesa è molto complicata, e in pratica va avanti dal 2011, dopo l’uccisione del colonnello Gheddafi.

Solo che venerdì 1 luglio, dopo la preghiera in moschea, è successo qualcosa di nuovo e per certi versi sorprendente, forse non previsto dai politici di professione. In numerose città di tutto il Paese, sia ad ovest (Tripoli, Misurata, Beni Walid) che ad est (Tobruk, al Bayda, Bengasi, Sirte) e all’interno (Zliten, Sebah) gruppi di persone, tra loro molti quelli che indossavano gilet gialli, hanno gridato la loro rabbia contro tutti i politici, chiedendo a gran voce elezioni presidenziali e legislative entro quest’anno, e nell’immediato luce (elettricità) e pane. Paradossalmente anche benzina, a dire il vero.

“Vogliamo la luce” scandivano i manifestanti riferendosi alle interruzioni di corrente per molte ore al giorno (anche 12), e al blocco di numerose installazioni petrolifere, provocato dalle tensioni tra fazioni rivali, che fanno regolarmente crollare le sportazioni di greggio.

Da un lato è paradossale che un Paese come la Libia, le cui riserve accertate di petrolio sono nell’ordine di 48 miliardi di barili, tra le maggiori riserve in Africa, lasci senza luce e benzina (le code ai distributori sono continue) i suoi abitanti. Per il pane, come si sa, la penuria deriva dal conflitto in Ucraina.

Il problema vero è da sempre la rivalità tra tribù (140), fazioni, signorie e milizie tribali (circa 300) e l’ingerenza di varie potenze straniere molto interessate al controllo delle risorse libiche, petrolio e gas, che sono poi le sole risorse economiche del Paese. Naturalmente sia i mercenari siriani filoturchi ad ovest che quelli russi (della Compagnia Wagner) e siriani filorussi ad est sostengono di essere stati chiamati dal “legittimo” governo libico, che sono però due: quello di Abdel Hamid Dbeibah a Tripoli e quello di Fathi Bashagha (sostenuto dal generale Haftar) a Tobruk.

Ma tornando al 1° luglio, a Tobruk un manifestante alla guida di un bulldozer ha sfondato il recinto del Parlamento (che era chiuso a causa della festività) aprendo la strada a migliaia di manifestanti che sono entrati nell’edificio dando fuoco a numerosi arredi e gettando nel rogo anche documenti della Camera. Le forze di sicurezza di fronte all’assalto si sarebbero ritirate. A Tripoli la folla ha minacciato oltre ad alcuni ministeri anche la sede della Noc, la compagnia petrolifera nazionale. Qui gruppi armati fedeli al governo sono intervenuti sparando e disperdendo i manifestanti. A Misurata l’assalto della folla si è concentrata sulla sede distaccata del Ministero delle finanze, mentre a Sirte la gente che è scesa in piazza esibiva le bandiere verdi del tutt’altro che defunto partito gheddafiano che sogna il ritorno alla Jamahirya. Su questo particolare si è poi impuntato il presidente della Camera, il 78enne Agila Saleh, che ha accusato i sostenitori del regime di Gheddafi (oggi guidato dal figlio superstite, Saif al-Islam, scarcerato lo scorso anno) di aver organizzato le manifestazioni per rovesciare l’autorità legislativa, senza precise richieste. In realtà le richieste ci sono state e molto precise: elezioni, pane, luce e benzina. E comunque la componente gheddafiana non sembra quella prevalente nelle numerose manifestazioni organizzate tramite i social in numerose città sia ad est che ad ovest.

Più accettabile il commento del premier di Tripoli, Dbeibah, che ha scritto su Twitter: “Aggiungo la mia voce ai manifestanti in tutto il Paese: tutti gli organi politici devono dimettersi, compreso il governo, e non c’è modo per farlo se non attraverso le elezioni”.

Presa di posizione apprezzata da Stephanie Williams, Cosigliera speciale in Libia del segretario generale dell’Onu, da mesi indaffarata per mediare fra le parti un accordo elettorale che ha molto il sapore di una “mission impossible” al di là delle dichiarazioni di facciata e forse anche della buona fede di qualcuno degli interlocutori. “È assolutamente fondamentale mantenere la calma, che la leadership libica si dimostri responsabile, ed esercitare moderazione da parte di tutti – ha scritto a sua volta Williams su Twitter –, ricordando che “il diritto del popolo a protestare pacificamente dovrebbe essere rispettato e protetto, ma sono del tutto inaccettabili rivolte e atti vandalici come l’assalto alla sede della Camera dei Rappresentanti a Tobruk”.

 


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