Liberiamo la domenica?

Confesercenti lancia l'iniziativa di legge popolare per ripristinare regole condivise sul lavoro domenicale. I vescovi italiani, con monsignor Bregantini, danno pieno sostegno. Cosa è veramente in gioco?
spesa supermercato bambina

Prenderà il via domenica 25 novembre la raccolta di firme a sostegno dell’iniziativa di legge popolare che vuole riconsegnare alle regioni il potere di regolare le aperture domenicali dei negozi. L’iniziativa parte da Confesercenti, associazione che rappresenta oltre 352 mila imprese, anche di tipo industriale oltre quelle tradizionali del commercio e artigianato. Una realtà diffusa e ramificata che coinvolge un milione di lavoratori, ma che ultimamente sconta gli effetti di una crisi che non è riconducibile solo alla congiuntura economica. Nel mirino c’è una piccola norma contenuta nel decreto Salva Italia varato dal governo tecnico a dicembre 2011. Per rilanciare i consumi si è rimosso ogni vincolo all’apertura dei negozi nei giorni festivi e domenicali e sulle 24 ore in quelli feriali.

In effetti, secondo Confersercenti, con questa manovra è stata favorita la grande distribuzione organizzata (gdo), che dispone di maggiori capitali e di lavoratori flessibili, con la conseguenza che nei prossimi cinque anni si prevede la chiusura di 81 mila imprese con la perdita di 202 mila posti di lavoro. Un fenomeno che, date le dimensioni delle singole attività, non genera clamore, anche se si consumano tanti drammi personali ogni volta che cala una saracinesca e si rimuovono le insegne. Alcuni titolari fanno i salti mortali per non buttare sul lastrico i collaboratori, diventati come una piccola famiglia, ma certe volte non riescono neanche a salvare se stessi.

In Europa, come nota Mauro Bussoni, vice direttore generale di Confesercenti, «siamo gli unici a non tutelare il riposo domenicale: in Germania, per esempio, le domeniche di apertura nell’anno sono solo 10, così come in Francia». Ovviamente non si tratta della richiesta di un divieto assoluto ma dell’esigenza di porre regole ed eccezioni.

L’omologazione che disgrega
Si può naturalmente prevedere che questa iniziativa di Confersercenti non riceverà facili consensi. Senza rendersene conto, infatti, il “governo del tempo comune”, dal lavoro al consumo, è stato ceduto, di fatto, alle grandi organizzazioni commerciali. Un giovane cresciuto in questi ultimi anni difficilmente percepisce l’esigenza di individuare momenti e spazi di condivisione nella città. Raramente viene compresa la stessa protesta dei commessi dei negozi che qualche volta emerge contro i ritmi non sostenibili Esistono addirittura, a Roma come a Milano, interi quartieri costruiti come satelliti dei centri di consumo. Figli della stessa “valorizzazione” immobiliare.

Paradossalmente avviene che lo stesso potere che è in grado di cambiare ritmi millenari per ragioni di profitto, riesca a sollevare una battaglia contro ogni regola sull’orario perché considerata “insopportabile” per la libertà individuale. Lo aveva intuito Pier Paolo Pasolini quando osservava che «nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi». «Un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza» che «non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo… ciecamente dimentico di ogni valore umanistico».

La sovranità che libera
Per questi motivi è quanto mai significativo il sostegno all’iniziativa di legge popolare che arriva dal presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, monsignor Giancarlo Bregantini. Da domenica 25 novembre si apriranno i tavoli sul sagrato delle parrocchie per raccogliere firme a favore del progetto di legge che è destinato, secondo le procedure, ad entrare nel dibattito del prossimo Parlamento. La campagna ha un valore laico e certamente non confessionale, tanto è vero che vi aderiscono molti commercianti di religione ebraica e riceve il sostegno istituzionale delle Regioni Toscana, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte. Ma il 25 novembre ha un forte valore simbolico perché è la domenica in cui si festeggia “Cristo Re” ed è stata scelta appositamente per indicare una sovranità che «libera la domenica dallo sfruttamento economico per restituirla alle persone». Chi ha un minimo di memoria storica, per stare ai tempi recenti, non può non ricordare che il riferimento a quella regalità ha segnato la ribellione dei dissidenti cattolici antifascisti in Italia e la rivolta popolare verso le élites massoniche nel Messico degli anni ‘20.

Come afferma Bregantini «non facciamo che parlare di persona e di famiglia, ma se i ritmi di lavoro impediscono alle persone e alle famiglie di stare insieme almeno un giorno alla settimana è segno che il lavoro, da strumento di dignità, si è trasformato in strumento di ricatto».
Un linguaggio che non ha bisogno di traduzioni.

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