Liberare le perle dal fango

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“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole…” che mi fa pensare a L’aquilone del Pascoli, capace di trascinare negli spazi degli ideali i bambini e di intenerire il cuore degli adulti distratti dal “troppo” fare, avere… Non so per quale alchimia, anche oggi il Natale suscita speranza e riesce a parlare di cielo. I nostri bambini, benché sepolti dai regali appariscenti e dalla nostra affettività possessiva, si lasciano volentieri raggiungere dai richiami alti dello spirito. Anzi appaiono quasi sordi alle sollecitazioni del buon senso e degli inflazionati “si deve!”, “bisogna!”, per essere più disponibili alle ragioni dell’interiorità. Cominciava il catechismo, all’inizio dell’autunno, ed un senso di sconforto ci ha presi costatando il dilagante malcostume che porta i bambini a prendersi in giro in modo sguaiato, degradando il livello della comunicazione. Ci siamo detti: “L’irrequietezza è forse il loro modo di reagire al non senso; è segno di insicurezza: non sanno cosa dire o cosa fare…”. Un invito, ricco di speranza, di Chiara Lubich: “Liberare le perle dal fango!”, l’abbiamo proposto anche ai bambini. Ma attenzione: “Non toccate il fango per non spargerlo sui vestiti, non si riesce più a liberarsene! “; e si è cercato di valorizzare il bello di ciascuno. Sorprendente la risposta: sono entrati nel gioco degli adulti come se quella fosse l’attesa più sentita. A novembre una domanda: “Cosa possiamo fare a Natale per coinvolgere tutti nel nostro gioco?” Un breve ripensamento, un richiamo all’esperienza dell’anno precedente, quando, con un po’ di dolore, avevamo costatato: “Natale è una festa di compleanno, senza il festeggiato! “…, qualche consultazione, e poi le proposte: “Mettiamo Gesù in una conchiglia, lo doniamo a tutti dicendo: “anche tu sei una perla””. E perché il messaggio fosse più leggibile, i bambini hanno corredato ogni conchiglia di una piccola pergamena che riportava una loro esperienza, o preghiera, o testo poetico, riguardante il motto: “Liberare le perle dal fango!”. Ne hanno scritte oltre cinquecento, quanti erano i doni preparati per chiunque fosse venuto in chiesa a Natale. Ogni sabato, nel tempo dedicato alla preparazione delle conchiglie, i bambini erano avvolti da un silenzio liturgico: non si trattava infatti di preparare oggetti, ma di richiamare “il Festeggiato” alla sua festa, di darlo a tutti. Tanto impegno non poteva passare inosservato. I giovani si sono sentiti interpellati e hanno iniziato una ricerca attenta sulla conchiglia e sulla perla, i loro significati nel mito, nell’arte, nella letteratura. La gioia, mista a stupore, ha coinvolto pure gli adulti. “Allora i nostri ragazzi sono capaci di cogliere nell’inconscio artistico le più alte intuizioni dello spirito – si dicevano pieni di meraviglia -; non è poi così difficile parlar di Dio ai bambini… forse basta lasciare che essi parlino a noi di lui!”. Il frutto di tale ricerca è poi confluito in una “striscia” che corredava, assieme alla pergamena, ogni conchiglia, perché giungesse a ciascuno il senso dell’evento. E quella notte è giunta. Una semplice tunica di carta bianca cinta ai fianchi, con due alette dorate dignitosamente portate, ha facilitato i bambini nell’emulare gli angeli che annunciavano la Gloria di Dio e la pace per gli uomini. La perla annunciava annunciava questa doppia verità, e l’espressione “Anche tu sei una perla!” costituiva una proposta, forte, a credere che Dio ci ama davvero. Molti hanno testimoniato: “A me è toccata proprio l’esperienza che mi serviva in quel momento!”. Ormai la notte era “santa” veramente: in tale clima entravano le parole del sacerdote, che invitavano i fedeli a mettersi dalla parte degli ultimi, come ha fatto Gesù. Da questo punto, dalla valle del dolore, si può risalire “il colle” e cogliere i movimenti dell’aquilone, il segno della speranza, che: “S’inalza; e ruba il filo dalla mano/ come un fiore che sfugga sullo stelo/ esile, e vada a rifiorir lontano”. Rapiti dall’incanto dei bambini, gli adulti hanno riscoperto il Natale: non un di più di devozione, ma semplicemente un aumentato impegno, ha permesso di portare il messaggio evangelico alla soglia di ogni cuore. “Abbiamo capito – si è sentito ripetere da più parti – che nella nostra terra di Romagna non c’è povertà di ideali; dobbiamo semplicemente fare ciò che ci è più congeniale, riappropriarci della cultura, riprendere il Vangelo e tradurlo nelle situazioni, come facevano i nostri contadini, quando seminavano il grano, con le mani”. A tè che sei perla nella conchiglia di questa communità La conchiglia è simbolo della fecondità e attinge tale virtù dal cielo. È simbolo perciò della generazione e della rigenerazione. L’antico mito racconta che quando la conchiglia viene raggiunta da un raggio di luce genera amore divino. Un granello di sabbia ferisce il corpo della conchiglia. Essa risponde avvolgendo il granello con un liquido splendente che essa secerne da sé. Il piccolo globo che si è così formato, si ingrandisce sempre di più, chiedendo spazio. A questo punto, la conchiglia continua a secernere liquido fino a trovarsi alla fine di un gioco doloroso e nascosto, nel quale ha dato il tutto di sé: la perla. Ogni bimbo come la perla nella conchiglia cerca un grembo per poter nascere e un celeste spazio per rinascere. La perla è paragonata alla perfezione angelica: essa è rara, pura e preziosa. Pura perché è bianca e ritenuta senza difetti anche se nasce dall’acqua fangosa e da una rozza conchiglia. Preziosa perché raffigura il Regno dei Cieli. Per queste sue caratteristiche, la perla, una volta liberata dal fango, non va data all’arbitrio di chi non ne è degno. Si può quindi legare la fecondità della conchiglia a quella di Maria, nel cui grembo avviene l’incarnazione e il concepimento; da lei è nata la perla che è Gesù Bambino: con lui anche tu sei nostro benvenuto! Nota: Questo testo era riprodotto in una striscia di carta poi ripiegata.

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