L’Europa di Francesco

L’Europa, per papa Francesco una comunità che rispetti la vita e offra speranze di vita, deve essere unita e protagonista nel mondo

Nel corso del suo pontificato, papa Francesco ha spesso richiamato l’Europa, ma più precisamente l’Unione europea (Ue), a ritrovare la propria identità e a recuperare un ruolo guida nella comunità internazionale, avendo essa «di fronte a sé una sfida epocale, dalla quale dipenderà non solo il suo futuro, ma quello del mondo intero».

Egli ha notato che se «da un lato oggi ci troviamo di fronte a un’Europa più ampia e maggiormente influente, dall’altro lato sembra affiancarsi l’immagine di un’Europa un po’ invecchiata e compressa che tende a sentirsi meno protagonista in un contesto che la guarda spesso con distacco, diffidenza e talvolta con sospetto». Infatti, all’anima dell’Europa appartengono «la creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti».

Per il papa, invece, l’Ue è diventata troppo pesante burocraticamente e troppo esile di spirito. Infatti, «l’Europa non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire. Essa è una vita, un modo di concepire l’uomo a partire dalla sua dignità trascendente e inalienabile».

Francesco, sudamericano, sembra essere più europeista di tutti gli europeisti. Egli, che ha ricevuto il Premio Carlo Magno a causa del suo «straordinario servizio all’unificazione europea, illustrando ai popoli del continente […] un pensiero chiaro ed organico», offrendo speranza e incoraggiamento «in un momento di crisi che ha messo in secondo piano tutte le conquiste del processo di integrazione», nel corso della pandemia che ha flagellato l’Europa e il mondo intero, non ha esitato a levare la sua voce verso i leader e i cittadini europei, finanche a dedicare alcuni paragrafi della lettera enciclica “Fratelli tutti” all’Europa.

Inoltre, proprio nel 2020, quando ricorreva anche il cinquantennale dell’avvio delle relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e le allora Comunità europee e dell’ingresso della Santa Sede come Osservatore presso il Consiglio d’Europa, il pontefice ha espresso delle riflessioni sul futuro del continente, che vede come comunità solidale e fraterna, che gli è «particolarmente caro, non solo per le origini familiari, ma anche per il ruolo centrale che esso ha avuto e […] debba avere ancora, seppure con accenti diversi, nella storia dell’umanità».

Sebbene l’attuale progetto europeo discenda dalla volontà di porre fine alle divisioni del passato che hanno caratterizzato il continente, risorto dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie a un concreto spirito di solidarietà, il papa è consapevole della sua «storia millenaria che è una finestra sul futuro più che sul passato», con ideali che risalgono alla ricerca di verità tipica dell’antica Grecia, del «bisogno di giustizia che si è sviluppato dal diritto romano ed è divenuto nel tempo rispetto per ogni essere umano e per i suoi diritti», fino a raggiungere il bisogno di eternità che si è arricchito dall’incontro con la tradizione giudeocristiana e che ha sviluppato un patrimonio di fede, di arte e di cultura.

La «strada della fraternità» è quella che ha «ispirato e animato i Padri fondatori dell’Europa moderna, a partire proprio da Robert Schuman», che «gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi».

Dunque, l’Europa non deve fermarsi al passato ma ritrovare sé stessa e quegli ideali che hanno radici profonde, non per recuperare egemonia geopolitica o delineare soluzioni ai problemi economici e sociali, ma per proporre la sua concezione dell’uomo e della realtà, nonché per esercitare la sua capacità di intraprendenza e la sua solidarietà operosa.

Il papa ricorda la consapevolezza europea riguardo i diritti umani, una consapevolezza che trova fondamento non solo negli avvenimenti della storia, ma soprattutto nel pensiero europeo, contraddistinto da un ricco incontro, le cui numerose fonti lontane provengono «dalla Grecia e da Roma, da substrati celtici, germanici e slavi, e dal cristianesimo che li ha plasmati profondamente».

Questo si declina in un’Europa solidale e generosa, accogliente ed ospitale, «in cui la carità – che è somma virtù cristiana – vinca ogni forma di indifferenza ed egoismo», che ponga al centro la dignità della persona, che tuteli la vita in ogni istante, che favorisca il lavoro, specialmente per i più giovani, come mezzo privilegiato per la crescita personale e per l’edificazione del bene comune, che favorisca l’istruzione e lo sviluppo culturale, che protegga chi è più fragile e debole, che tuteli i diritti ma che rammenti anche i doveri.

Ecco, il pontefice intende l’Europa come una famiglia e una comunità, che valorizzi le peculiarità di ogni persona o popolo, uniti da una storia, un destino e responsabilità comuni, che faccia tesoro delle differenze, «a partire da quella fondamentale tra uomo e donna». Francesco crede in un’Europa «sanamente laica», dove Dio e Cesare sono distinti ma non contrapposti, dove ci sia spazio per la trascendenza, per cui un credente possa professare pubblicamente la propria fede e proporre il proprio punto di vista nella società. Il papa auspica che l’Europa «cresca unita, in questa unità di fratellanza che fa crescere tutti i popoli nell’unità nella diversità» e a santa Caterina da Siena ha affidato la protezione di «tutta l’Europa perché rimanga unita».

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