Le nuove tappe dell’ecumenismo

Una serie di appuntamenti e iniziative segna un passaggio importante nel cammino verso l'avvicinamento in seno alla cristianità.

Inverno o primavera? Né l’uno, né l’altra. La metafora delle stagioni mal si presta infatti a sintetizzare in un’immagine lo stato attuale dell’ecumenismo, la varietà dei cammini in corso e le diversità dei progressi ottenuti. Se, comunque, si vuole restare in tema di stagioni, si può almeno dire che in questo inizio d’autunno – tempo della caduta delle foglie – si sono invece svolti appuntamenti e avviate iniziative decisamente interessanti per la verifica dei passi compiuti e per il prosieguo del cammino verso l’unità all’interno della cristianità.

 

A Cipro, a metà ottobre, s’è incontrata la Commissione internazionale mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa.

A fine ottobre ad Augsburg, in Germania, si sono celebrati i dieci anni della firma della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione tra la Federazione luterana mondiale e la Chiesa cattolica. In vista della ricorrenza, il collega della redazione tedesca Joachim Schwind ha intervistato il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Nell’occasione della celebrazione, la presidente dei Focolari s’è recata in Germania, dove ha incontrato i responsabili di movimenti e associazioni di varie Chiese e comunità con cui è iniziato da un decennio un cammino ricco di futuro.

 

Di rilievo, infine, l’iniziativa di Benedetto XVI. Due settimane fa è stata annunciata la pubblicazione di una Costituzione apostolica per gli anglicani che entrano nella Chiesa cattolica. Il passaggio di fedeli da una Chiesa all’altra non è un atto ecumenico. Anzi, è un fatto che può pregiudicare, se non bloccare, il processo in corso. Ed invece è stata redatta una dichiarazione congiunta tra il primate Williams e l’arcivescovo cattolico di Westminster, Nichols, in cui viene precisato che la Costituzione è il frutto del dialogo tra Roma e la Comunione anglicana.

 

Ecco perché ci piace dare risalto a questa serie ravvicinata di fatti in ambito ecumenico. Tanto più che negli ultimi tempi, l’orizzonte dell’ecumenismo non sembra illuminato dal sole dell’ottimismo, mentre si assiste a situazioni inedite.

Le singole Chiese, infatti, sembrano quasi più impegnate a sottolineare le differenze rispetto alle altre. Ma questa più accentuata consapevolezza può costituire la base per un nuovo dialogo. Cresce, di pari passo, la necessità di definire e adottare un’autentica “spiritualità ecumenica”, di cui si parlò già nel 1997 a Graz, in Austria, all’Assemblea ecumenica europea.

Ma la novità più influente è che le questioni teologiche sono passate in secondo ordine rispetto alle problematiche etiche. L’ordinazione di pastori e vescovi omosessuali, la celebrazione di matrimoni tra uomini e tra donne hanno avviato serrati confronti in seno alle varie Chiese (dalla luterana all’anglicana) sino a giungere a frammentazioni al proprio interno.

Proprio sui temi etici, d’altro lato, va registrato un avvicinamento tra Roma e le Chiese sinora refrattarie al dialogo ecumenico, perché vanno scoprendo la loro vicinanza alla morale cattolica. Un alleato in Roma è visto anche dalla Chiesa ortodossa russa, che avverte la necessità di un dialogo crescente a motivo della critica situazione morale in Europa.

 

Una novità meno appariscente ma oltremodo significativa è vista nella qualità del rapporto tra quanti sono impegnati nell’ecumenismo: c’è un clima di fiducia reciproca, di stima e, non raramente, di amicizia, che favorisce ascolto e comprensione e va costituendo una condizione davvero felice per i futuri sviluppi. Il processo comunque rischia di restare in un ambito elitario se non si provvede a contagiare di quell’atmosfera collaborativa tanta parte dei fedeli. Un’operazione di popolo mai riuscita sinora, ma che può adesso trovare attuazione, perché sono all’opera – a detta di autorevoli osservatori – le forze in grado di arrivare a tanto, ovvero i movimenti ecclesiali e le nuove comunità delle varie Chiese.

Paolo Lòriga

 

 

Intervista al cardinal Walter Kasper

 

Problemi ma anche progressi

 

Il 31 ottobre 1999 rappresentanti della Federazione mondiale luterana e della Chiesa cattolica firmarono ad Augsburg, in Germania, la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. Quali frutti in questi dieci anni? In un’intervista esclusiva, risponde il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

 

Quella firma fu un evento storico?

«Nel XVI secolo sulla dottrina della giustificazione si divise il cristianesimo in Occidente. Da dieci anni su quella questione siamo di nuovo uniti. La Dichiarazione fu un avvenimento storico».

 

Quali cambiamenti ha prodotto la Dichiarazione congiunta?

«L’incontro tra cattolici ed evangelici ha da allora una nuova qualità, e ciò si nota. Durante i grandi congressi, cattolici e luterani cercano sempre di mettersi in contatto. Alla Dichiarazione si sono più tardi aggiunti i metodisti, rendendo più ampia la condivisione».

 

Quali difficoltà permangono tra cattolici ed  evangelici?

«Le difficoltà vere sono due. Primo: nella comprensione dell’uomo abbiamo sviluppato sempre più posizioni diverse riguardo alle domande etiche, alla morale. Secondo: dobbiamo ancora arrivare alle conclusioni del documento sull’ecclesiologia. In questi dieci anni abbiamo progredito, ma restano ancora vari problemi da risolvere, tanto che si sente in alcuni una certa insoddisfazione perché non andiamo avanti abbastanza velocemente».

 

Non hanno torto. La Chiesa cattolica ha svolto il suo compito?

«Insieme alla Federazione luterana mondiale è stato elaborato un ampio documento sulla “successione apostolica”, cioè il punto centrale che ci divide. È uno dei grandi passi in avanti. Ma le dirò di più. In questi ultimi due anni al Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani abbiamo esaminato tutti i documenti stilati con anglicani, luterani, riformati e metodisti negli ultimi quarant’anni. Pensavo di sapere tutto in questo campo, e confesso invece che mi sono sorpreso dei progressi compiuti, anche riguardo alla dottrina sulla Chiesa e i sacramenti. Restano ancora problemi, ma tante cose sono già diventate comuni».

 

C’è l’impressione che per Roma il dialogo con l’Ortodossia sia più facile e che, di conseguenza, s’impegni di più?

«Con le Chiese orientali si va avanti in maniera più facile, ma anche lentamente. Tuttavia non siamo noi a scegliere. Il dialogo non si può pianificare. Ogni progresso è un dono dello Spirito.

«Riguardo al dialogo cattolico-evangelico c’è, in questo momento, un po’ di sabbia nell’ingranaggio; ma torneranno momenti migliori. E poi il dialogo con le Chiese orientali potrebbe avere un influsso positivo sul dialogo in Occidente. Anche se questi dialoghi sono diversi, non sono indipendenti l’uno dall’altro. Da parte nostra, comunque non diciamo: adesso dialoghiamo con le Chiese orientali e lasciamo da parte le altre. Prova ne è che in primavera terremo a Roma un simposio con gli evangelici, per capire come andare avanti. Nel 2010 si terranno altri appuntamenti: sarà perciò un anno ecumenico, dal quale ci aspettiamo molto».

a cura di Joachim Schwind

 

Anglicani uniti a Roma?

 

Una lettura anglicana della “Nota informativa” che ha annunciato la Costituzione apostolica.

 

Un buon numero di tradizionalisti anglicani ha accolto con gioia il 20 ottobre scorso la dichiarazione del Vaticano che offre la possibilità di unirsi a Roma «conservando nel contempo elementi dello specifico patrimonio spirituale e liturgico anglicano».

Subito, da tante parti del mondo anglicano, è giunta una valanga di critiche. Ma non sono mancate voci di diverso avviso, tra cui quelle di molti vescovi anglicani, che hanno raccomandato a tutti di vedere l’offerta per quello che è: un risposta precisa alla richiesta di alcuni (come i membri della “Traditional Anglican Communion”), che già da tempo hanno chiesto una specie di unione con Roma. La risposta all’iniziativa della Chiesa cattolica deve venire, allora, dagli interessati: è per loro sufficiente l’offerta della Santa Sede?

In realtà, va detto che non stanno per ricevere tutto quello che vorrebbero. Canonicamente farebbero parte della Chiesa latina e non sarebbero una diocesi territoriale. Gli «ordinariati personali – la struttura suggerita – saranno in qualche modo simili agli ordinariati militari». Quindi dovrebbero sempre consultarsi prima con i vescovi cattolico-romani locali.

Più cruciale, comunque, è il fatto che non sarà possibile conservare tutti gli elementi dell’identità anglicana. Questi vanno da elementi importanti ma secondari – come la questione del clero sposato (per esempio, i nuovi vescovi, scelti tra il clero già anglicano, dovranno essere celibi) – a fattori fondamentali, come il ruolo dei laici nel governo della Chiesa.

Tuttavia è necessario vedere la vicenda in modo costruttivo. Non si sa quanti fedeli, alla fine, vorranno andarsene; ma è certo che gli anglicani che rimangono continueranno a voler loro tutto il bene possibile. Sanno che saranno accolti dalla generosità di una Chiesa che vuole offrire una cultura religiosa che li farà sentire a casa. Ma forse l’aspetto più significativo è questo: se molti elementi del patrimonio spirituale e liturgico delle Chiese anglicane possono permanere in una Chiesa unita a Roma, ciò vuol dire che la Chiesa cattolica riconosce e accetta il valore di questi elementi. Vedere il positivo negli altri è imprescindibile nel lavoro per l’unità.

Callan Slipper

 

 

A Cipro ortodossi e cattolici

 

Cipro fu la prima terra d’Europa in cui un apostolo di Gesù, Paolo di Tarso, pose piede. Lungo i secoli la comunità cristiana dell’isola fiorì grandemente. Fu anche chiamata a giocare il ruolo di ponte tra Oriente e Occidente.

Un luogo simbolicamente ricco e impegnativo, dunque, non a caso scelto per lo svolgimento dell’undicesima sessione di lavoro della Commissione internazionale mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Come noto, il dialogo è ripreso, dopo un periodo d’interruzione, nel dicembre del 2005. Nel settembre del 2007, a Ravenna, si è raggiunto un importante accordo tra le due parti espresso in un documento comune che sottolinea la mutua interdipendenza, nella vita della Chiesa, tra primato e sinodalità: a livello locale, regionale e universale.

Si tratta in pratica dell’affermazione secondo cui la vita della Chiesa, per essere fedele al mandato di Gesù e per svolgere la sua missione di segno e strumento di unità tra gli uomini, ha da realizzarsi e articolarsi nell’esercizio di una vigorosa comunione garantita e promossa da uno specifico ministero di unità: che nella Chiesa locale è svolto dal vescovo, in quella regionale (soprattutto nella tradizione orientale) dal patriarca, e in quella universale dal papa, il vescovo di Roma.

 

A partire da questa importante convergenza si è concordato a Ravenna di compiere con rigore e serenità un cammino che in questa prospettiva prevede tre tappe: l’esame del ruolo del vescovo di Roma nel primo millennio, in cui c’è stata piena comunione, pur con accenti diversi, tra Oriente e Occidente; l’esame dello stesso tema nel secondo millennio, segnato dalla divisione tra le due Chiese e da un autonomo sviluppo della dottrina e della prassi del primato del papa in Occidente; lo sguardo verso il futuro possibile e praticabile di una ritrovata comunione arricchita degli apporti positivi di entrambe le Chiese.

 

Nell’antica città cipriota di Paphos, dal 16 al 23 ottobre, si è affrontata la prima tappa del cammino previsto. Dopo il significativo passo in avanti compiuto a Ravenna, si è dunque cominciato a riprendere in mano con pazienza e apertura reciproca i fatti della storia e le testimonianze dei Padri della Chiesa per leggerli alla luce del Vangelo e della tradizione comune. Il compito è impegnativo e chiede tempo. Anche perché – come si è costatato a Cipro – vi sono delle frange oltranziste che, pur minoritarie e delegittimate dalle rispettive autorità, frappongono degli ostacoli e persino una chiusura preconcetta al prosieguo del dialogo. Nel mondo ortodosso, poi, si è ancora alla ricerca di un equilibrio maturo e condiviso tra il patriarcato ecumenico di Costantinopoli e il patriarcato di Mosca. Che tra l’altro, mentre aveva abbandonato l’incontro di Ravenna per questioni interne all’Ortodossia, ha invece attivamente partecipato a questa sessione.

I lavori, in ogni caso, sono proseguiti di buona lena, sotto la copresidenza autorevole e sapiente del card. Walter Kasper per la Chiesa cattolica e del metropolita Ioannes Zizioulas per quella ortodossa, in un clima sempre più schietto e aperto. Da registrare positivamente, intanto, la calorosa accoglienza e ospitalità offerte dalle comunità ortodossa e cattolica.

 

Un segnale importante emerso a Cipro va colto nella consapevolezza crescente che solo la ricerca e l’esercizio di una robusta spiritualità di comunione, capace d’impregnare i rapporti tra le Chiese a tutti i livelli, possono imprimere l’auspicato colpo d’ala al dialogo ecumenico in vista del raggiungimento – sempre più percepito come urgente e inderogabile per la testimonianza di Gesù al nostro tempo – della piena unità.

Piero Coda

(membro della Commissione internazionale)

 

 

Augsburg, dieci anni dopo

 

Spesso le grandi cose hanno un piccolo inizio. Dieci anni fa, la mattina del 31 ottobre 1999, ebbe luogo ad Augsburg, in Germania, la firma di rappresentanti della Chiesa cattolica e della Federazione mondiale luterana in calce alla Dichiarazione sulla giustificazione. Avevano così termine quasi 500 anni di litigi. «Una pietra miliare» nel cammino ecumenico delle Chiese la definì Giovanni Paolo II.

La sera dello stesso giorno, ad Ottmaring – cittadella ecumenica del Movimento dei focolari nei pressi di Augsburg –, si svolse un convegno molto più modesto, che avrebbe però dato avvio ad un’iniziativa di grandissima portata. Rappresentanti di 15 movimenti e comunità evangelici si incontrarono con Chiara Lubich e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di sant’Egidio, per capire se la comunione già esistente tra movimenti cattolici e quella tra movimenti evangelici non avrebbe potuto trovare anche un cammino congiunto.

 

Dieci anni dopo, proprio quel 31 ottobre, quasi le stesse scene. Ad Augsburg la grande commemorazione dell’evento del ’99, con discorsi teologici ed un servizio ecumenico solenne nel duomo. E la sera, ad Ottmaring, una semplice, quasi intima, commemorazione del cammino ecumenico decennale tra i movimenti. Questa volta alla presenza della nuova presidente dei Focolari, Maria Voce.

Un cammino che, nel frattempo, ha fatto maturare ricchi frutti: non solo le due grandi manifestazioni “Insieme per l’Europa” a Stoccarda nel 2004 e nel 2007, ma  anche varie iniziative in altri continenti. Personalità come il cardinale Walter Kasper oppure l’ex presidente della Federazione mondiale luterana, il vescovo Christian Krause, vi vedono «la prospettiva più promettente per l’ecumenismo» non solo tra cattolici e luterani, ma tra tutte le Chiese.

«Cosa aspettarsi ancora?», si chiede ad Ottmaring un leader luterano. La sua risposta è toccante per i presenti: «Ultimamente è cresciuta in me la convinzione che io vedrò cadere – ancora in vita – il muro tra le nostre Chiese, come è caduto all’improvviso quello di Berlino».

Joachim Schwind

 

 

 

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