Le ferite irrisolte dell’”inutile strage”

Dopo un secolo si continua a ripetere la tesi della Grande Guerra come fattore di identità e unità nazionale. Tracce di un dibattito attuale sul primo conflitto mondiale. Intervista al professor Massimo Borghesi
trincea

Il centenario della Grande Guerra pone domande attualissime. Come aveva notato Adriano Olivetti, «l’ingranaggio della società rotto nell’agosto del 1914 non ha mai più funzionato e indietro non si torna. Come possiamo contribuire a costruire quel mondo migliore che anni terribili di desolazione, di tormenti, di disastri, di distruzione e di massacri chiedono all’intelletto e al cuore di tutti?».

In una recente intervista rilasciata ad Avvenire, Ernesto Galli della Loggia ha ripetuto la tesi sull’Italia unificata dal fango delle trincee della prima guerra mondiale. Per approfondire e rilanciare la discussione, che avviene mentre si consuma la tragedia di Gaza nel Vicino Oriente, abbiamo intervistato il professor Massimo Borghesi, professore ordinario di Filosofia morale nella facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Perugia, autore di contributi su nichilismo e superamento della teologia politica che sono al centro del dibattito sulla lettura del tempo contemporaneo.

Come si legge, a suo avviso, l’evento traumatico della Grande Guerra nella storia mondiale e dell’Italia? Sembra uno strano destino questa nostra identità nazionale nata dal macello dell’“inutile strage”…
«La prima guerra mondiale, in cui l’Italia fu coinvolta suo malgrado per il volere di un pugno di uomini, è la porta d’entrata delle tragedie del ‘900. Senza la Grande Guerra non avremmo avuto il comunismo in Russia, il fascismo in Italia e il nazismo in Germania, la seconda guerra mondiale, la divisione post-’45 tra Occidente ed Oriente. Una catastrofe che getta l’Europa e il mondo in una barbarie senza eguali. Galli ragiona ancora nell’ottica “risorgimentale” della destra liberale per la quale il conflitto con l’Austria rappresentò il coronamento dei moti del Risorgimento. È un hegeliano e, da hegeliano, pensa che l’unità dei popoli avvenga attraverso le guerre, che il sangue sparso per la patria cementi l’unità dei popoli. Della Loggia è l’ultimo erede di una tradizione nazionalista che è stata la vera disgrazia dell’Europa tra ‘800 e ‘900».

Quali tratti irrisolti della prima guerra mondiale sono presenti nella società e nel pensiero contemporaneo?
«L’estraneità tra popolo, Stato, nazione. Un’estraneità che ha radici lontane, dovute al modo stesso con cui si è realizzato lo Stato nazionale in Italia. Galli afferma che il fascismo si appropriò della guerra, della sua mitologia, del Risorgimento. Per questo il fallimento del fascismo coincide con quella dello Stato-nazione, nel 1943. In realtà il fascismo non solo si impadronì, ma “continuò” la retorica risorgimentale, quella mazziniana in particolare. Il fascismo non fu un masso erratico, ma il prodotto di una cultura – condivisa, quanto pare, anche  da Galli – per la quale è nella lotta e nel sangue che si “creano” i popoli. Quest’idea è naufragata, per l’Italia, nella seconda guerra mondiale e Galli non sa darsene ragione. Galli critica, non a caso, il pacifismo socialista, nel 1914-‘15. Non ricorda, volutamente, data l’intervista rilasciata all’”Avvenire”, il pacifismo cattolico. Così come glissa sulla condanna dell’“inutile strage” operata, con grande coraggio, da Benedetto XV».

Perché le nazioni di cultura cristiana si rivelarono così deboli nel contrastare una logica autodistruttiva e fratricida?
«In realtà – ed è il motivo di rimprovero di Galli – i cattolici erano ostili alla guerra. L’Austria era l’ultima grande potenza cattolica rimasta in Europa. L’opposizione di Benedetto XV interpretava il sentire comune dei cattolici. Il problema è che questi, che dovranno attendere il 1919 per avere il Partito Popolare di don Luigi Sturzo, non avevano rappresentanza in Parlamento. Politicamente, con il papa prigioniero in San Pietro, non contavano nulla. La decisione per la guerra fu decisa da  Vittorio Emanuelle III, Salandra, e pochi altri, con il Trattato di Londra. Gabriele D’Annunzio provvide poi, con le manifestazioni di piazza pilotate ad arte, ad intimorire il Parlamento inizialmente ostile all’entrata in guerra dell’Italia».

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