Le competenze delle persone

Cosa sono le competenze e quali sono quelle necessarie oggi e nel futuro? Intervista a Sabrina Bonomi (università E-campus)
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Per promuovere la competitività è importante valorizzare le competenze personali insieme all'intelligenza collettiva (Foto: Pexels)

L’Unione europea, nel 2023, intende promuovere la competitività, la partecipazione e il talento e, per questo, ha lanciato l’Anno europeo delle competenze. Città Nuova ha incontrato Sabrina Bonomi, professore associato di Organizzazione aziendale presso l’Università Telematica E-Campus e co-fondatrice della Scuola di Economia Civile, per discutere quanto sia importante valorizzare le proprie competenze in un’ottica di crescita personale e professionale.

Cosa intendiamo come competenze?

La competenza è saper fare bene un determinato compito. Il concetto di competenza non è esclusivo (si possono avere più competenze contemporaneamente o maturarne diverse nel tempo) ed è indipendente da come si è imparato (conoscenza, formazione, abilità propria, esperienza, addestramento, aggiornamento). Può avere anche il significato di legittimazione a svolgere un determinato compito. La Commissione europea nel 2006 ha definito la competenza come “una combinazione di conoscenze, abilità e atteggiamenti appropriati al contesto”.

Quali sono le competenze necessarie oggi e quelle previste nel futuro?

Per il loro significato intrinseco le competenze cambiano a seconda del contesto di riferimento poiché devono inserirsi in specifiche situazioni e sono condizionate dalla cultura su cui si basano; in un contesto come quello odierno, volatile, incerto, complesso e ambiguo (cosiddetto Vuca, acronimo di Volatility, uncertainty, complexity, ambiguity), acquistano sempre maggior peso le competenze di tipo non tecnico dette anche soft skills o life skills che, nel tempo, in alcuni ambiti stanno diventando prevalenti rispetto a quelle tecniche, ossia le abilità che ogni individuo apprende durante la propria formazione. Da qualche anno tali competenze rivestono un ruolo fondamentale proprio per il valore che generano nell’economia odierna (“economia della conoscenza”) e nell’adattarsi al cambiamento.

Le soft skills, infatti, sono quelle competenze comportamentali che una persona riesce ad applicare nelle varie situazioni per risolvere le sfide che gli si presentano sia nel corso del lavoro, ma anche nella vita quotidiana, e derivano dalle relazioni che ogni persona crea con altri soggetti, i comportamenti che assume, le attitudini che possiede, i tratti caratteriali. Queste abilità e competenze sono trasversali e quindi particolarmente utili per quei ruoli direttivi manageriali che richiedono una visione sistemica, ma anche per le attività che prevedono di sapersi relazionare con gli altri. Per natura non sono fisse, sono una combinazione dinamica di capacità cognitive e metacognitive, interpersonali, intellettuali e pratiche accanto a valori etici, ancora quasi sempre innati ma che si possono anche implementare o sviluppare. Ne sono esempi la cooperazione, l’empatia, la fiducia in sé stessi, la flessibilità, la capacità di risolvere problemi, di darsi delle priorità e così via.

Il World economic forum nel 2020 ha pubblicato un elenco delle 10 soft skill più importanti nel 2025 che sono: pensiero analitico e innovazione, apprendimento attivo, capacità di risolvere problemi complessi, pensiero critico e capacità di analisi, creatività, originalità e spirito di iniziativa, leadership, influenza sociale, uso di tecnologie, monitoraggio e controllo, progettazione e programmazione, resilienza, gestione dello stress, flessibilità, problem solving, ragionamento e ideazione. Alcune di queste sono rimaste invariate negli ultimi 8 anni (ad es. problem solving e pensiero critico), altre invece si sono rese necessarie per affrontare il contesto Vuca in cui siamo e saremo sempre più immersi.

L’apprendimento lungo tutta la vita è anche uno dei principi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. Come rendere realtà nel nostro Paese questo principio?

In Italia ci sono molte possibilità, dalla presenza di numerosi enti di formazione (anche adeguati a chi lavora, come le Università telematiche, ma in generale tutte le formazioni a distanza, webinar, ecc.), alla possibilità di finanziare la formazione continua (per le imprese ma anche per docenti, professionisti, ecc.), agli stimoli all’autoapprendimento. In fondo, l’apprendimento continuo (così dice la normativa) «è qualsiasi attività intrapresa dalle persone in modo formale, non formale, informale, nelle varie fasi della vita, al fine di migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze, in una prospettiva personale, civica, sociale e occupazionale», quindi si può perseguire in una miriade di modalità.

L’impressione che ho io, però, è che in Italia manchi la “cultura della formazione”, che è spesso più vista come una necessità o un obbligo che una reale opportunità per essere non solo adattivi ma produttivi rispetto al cambiamento e per affrontare sempre meglio la complessità e anche le relazioni, che sono oggi particolarmente importanti.

È importante fin da bambini, e quindi nelle scuole ma non solo, sensibilizzare i giovani e gli adulti, in tutti gli ambiti, sull’importanza di continuare a migliorare il proprio livello di competenze, a partire da quelle alfabetiche (il 23% degli studenti non raggiunge la sufficienza), digitali (siamo sotto alla media del resto d’Europa del 10% ca, solo il 36% delle persone riesce ad usare internet in maniera complessa e diversificata) ma non solo, e dell’importanza di farlo per tutta la vita, proponendo testimonianze in ogni ambito, a partire dalle istituzioni e in ogni categoria organizzativa. Per ora mi pare che siamo molto lontani. L’Italia è il paese europeo che investe meno su istruzione e formazione (Eurostat).

In che modo promuovere la competitività, la partecipazione e il talento tra giovani e adulti?

Qui il tema si complica: competere significa “chiedere insieme” e io credo che sia necessario migliorare le nostre abilità cooperative per affrontare le sfide del nostro tempo; anche qui siamo molto lontani. La scuola valuta e premia i risultati individuali, e lo stesso accade nelle aziende e nelle altre organizzazioni. Io non sono per l’omologazione né per l’omogeneizzazione, ma credo che si debba valorizzare oltre al talento individuale anche l’intelligenza collettiva e connettiva poiché oggi non si possono affrontare sfide complesse con risposte semplici. Quindi non da soli. In particolare credo molto nella condivisione e nel trasferimento di conoscenze tra persone diverse, per cultura, genere ed anche età.

Penso che sia necessario affrontare questa sfida tramite più canali e più strumenti. Oltre alla sensibilizzazione, allo sviluppo culturale e di competenze per tutta la vita e al passaggio da un approccio meramente individuale ad uno anche cooperativo, ci sono altre esigenze. Innanzitutto risolvere il serio problema di disallineamento tra competenze e impiego (persone sotto qualificate o sovraqualificate) che abbiamo in Italia; già ricollocare le “persone giuste al posto giusto” credo sia importante per far fiorire al meglio i talenti (personali e professionali), ma anche perché si possa tenere in armonia ciò che si è e ciò che si fa, per rendere così al meglio.

In secondo luogo valorizzare le diversità, creando ad esempio team misti (per età, genere, cultura) per arricchirsi reciprocamente delle conoscenze e competenze dissimili, ma anche delle prospettive divergenti e spesso complementari.

Infine, penso sia importante promuovere la condivisione delle conoscenze. Condividere saperi, abilità, esperienze, contatti non ci impoverisce ma arricchisce gli altri e viceversa. Far proprie le conoscenze che gli altri condividono ci aiuta senza far perdere loro nulla. Credo che il nostro Paese abbia bisogno di ritrovare soprattutto un paradigma del “noi”.

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