Le avventure d’un pesce fuor d’acqua

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Arrivai a Madrid. Era una serata triste, un po’ uggiosa. Aspettando un amico, mi misi a camminare per le vie intorno all’hotel, così per passare il tempo. Mi sarebbe piaciuto vedere alcuni dipinti, ma il museo del Prado, lì vicino, era già chiuso. Tant’è. M’infilai senza meta precisa in qualche viuzza, e per puro caso mi ritrovai in Calle de Lope de Vega dove si trova il Convento dei Trinitari scalzi, nel quale è sepolto Miguel de Cervantes Saavedra. Una sola semplice lapide, posta sul muro esterno del convento, ricorda quello che è stato uno dei geni più grandi dell’intera storia della letteratura. Di fronte ad essa, non potei fare a meno di pensare alla sua vita. Anzi alle sue due vite. Perché non solo Cervantes visse, ma diede vita ad un personaggio che è ormai parte del bagaglio culturale dell’umanità: il Don Chisciotte. Dostoevskij, che di letteratura se n’intendeva, sapeva quanto è smisurato lo sforzo di rappresentare un uomo buono: Non c’è nulla di più difficile al mondo, specialmente adesso. Tutti gli scrittori, non solo russi ma anche europei, che hanno cercato di rappresentare un uomo positivamente buono, hanno fallito. Gli unici modelli riusciti, secondo lui, sono il Pickwick di Dickens e appunto il Don Chisciotte; anche se, per rendere la bontà, i loro autori ne ha fatto degli eroi ridicoli e derisi, inconsapevoli del proprio valore. Ma iniziamo dal primo e forse più grande romanzo che Cervantes abbia mai scritto: la propria vita. Egli nacque nel 1547, quarto di sette figli di un modesto chirurgo, e trascorse l’infanzia tra Valladolid, Salamanca, Siviglia e Madrid. Cervantes non frequentò molto la scuola e fu sempre un audace autodidatta. Al di là della strada, il luogo a lui più familiare divenne ben presto il carcere. In galera, da bambino, portò cibo al padre, condannato per debiti. Tra le sbarre fu poi rinchiuso sovente lui stesso, accusato di omicidio, per debiti – da esattore poco abile quale era – o da padrone di una casa ritenuta da molti un vero e proprio postribolo. Da giovane fuggì dalla Spagna, facendosi soldato. Fu in Italia e partecipò tra l’altro alla battaglia di Lepanto, durante la quale fu ferito gravemente e perse l’uso della mano sinistra. Partecipò poi ad altre grandi battaglie finché, durante una traversata che lo avrebbe riportato in Spagna, la sua nave fu assalita dai pirati e lui fatto schiavo ad Algeri. Cervantes, durante i cinque anni di schiavitù, provò a fuggire ben quattro volte, ma non ebbe mai successo. Riscattato, tornò in Spagna e si sposò con Catalina; ma due anni dopo si separò dalla moglie. Un matrimonio senza figli, che si suppone sia stato assai infelice. Nuovamente in carcere, ormai verso la cinquantina, cominciò a buttar giù le prime pagine dell’immortale Don Chisciotte. Gli ultimi anni li dedicò totalmente alla letteratura. Morì a 69 anni, né celebre né ricco: non si conoscono funerali solenni dello scrittore. Si dice che sia morto lo stesso giorno, mese ed anno di un altro genio assoluto della letteratura: William Shakespeare. Ed ora la sua seconda vita, forse più conosciuta della sua stessa: quella del personaggio da lui creato nel romanzo Don Chisciotte. In un villaggio della Mancha, Alonso Chisciano, soprannominato il buono, è un signorotto di campagna esaltato dall’assidua lettura dei romanzi cavallereschi, sui quali discute alacremente con i due intellettuali del paese: il parroco e il barbiere. Un giorno, ormai cinquantenne, totalmente stordito da quelle letture, decide di farsi egli stesso cavaliere errante e recarsi in giro per il mondo, assumendo il nobile nome di Don Chisciotte della Mancia. È animato dagli ideali più alti: giustizia, pace, amore per la sua donna, verità e difesa degli oppressi. Prima di cominciare le sue imprese, ribattezza il suo malandato cavallo col nome di Ronzinante e si sceglie come dama un’inconsapevole ragazzona della campagna locale, Aldonza Lorenzo, che egli ribattezza teneramente: Dulcinea del Toboso. Dopo essersi fatto armare cavaliere da un oste, si mette in viaggio. Al suo fianco c’è il celebre scudiero Sancio Panza, un semplice e rozzo contadino, pieno di pratico buon senso, al quale egli ha promesso gloria e ricchezza. Tutti lo sanno: Don Chisciotte finisce in un mare di guai ridicoli. Confonde un’osteria per un castello; libera dei galeotti, scambiandoli per vittime innocenti; assalta dei monaci pellegrini, prendendoli per briganti; lotta contro i mulini a vento che gli sembrano temibili giganti, in una lotta che è diventata, nell’immaginario collettivo, simbolo di quello che è inutile fronteggiare. Ritorna, dopo lunghissime e sfortunate avventure, al suo paese; si ravvede della sua vita assurda e rinnega i romanzi cavallereschi che gli hanno offuscato il cervello. Lì, nella sua casa, questo Cavaliere Triste, un po’ per le immani fatiche sopportate, un po’ per lo smacco subìto, si ammala e poco dopo muore. Vivendo quella complicata fase di passaggio tra il Cinquecento e il Sei- cento, Cervantes ha colto la crisi del mondo rinascimentale e cavalleresco e dato voce all’inquietudini della nuova società che si stava formando. Il Don Chisciotte è una parodia del genere cavalleresco, la forma d’espressione più rappresentativa del Rinascimento. Con l’incipiente epoca barocca, gli eccelsi valori del cavaliere senza macchia e senza paura – animato dall’amore per Dio, per la giustizia e per la sua donna ideale – sono superati da una visione della vita più mercantile, più pratica e più cinica. Ma perché il Don Chisciotte affascina ancora? Forse perché quella di Cervantes non è solo la parodia sulle imprese d’un folle, che non s’adegua a vivere in una società in rapido cambiamento. È anche la storia d’un uomo puro, affascinato dalla bellezza. Egli, nell’impatto con la realtà brutta, smarrisce l’orientamento. Nel mondo dominato dall’ipocrisia e dalla menzogna, perde il riferimento e preferisce confondere la realtà con l’immaginario. Quella di Don Chiosciotte è la follia di chi, in seguito a tante delusioni subite e amareggiato da un società insulsa e volgare, si rifugia in un mondo più sopportabile: quello della visione, che regna inscalfita e purissima nella propria mente. E quando, alla fine delle sue avventure, Chisciotte si ravvede e comprende l’inutilità delle sue imprese e la vanità delle sue visioni, si lascia morire. Perché una società che pretende di essere assennata, quando non lo è, non può ospitare chi vuole vivere solo per ideali altissimi. Ovviamente Chisciotte è tutto ridicolo, tutto anacronistico. Non è un modello proponibile né quando vuol fare l’eroe, né quando si pente della sua idiozia. Egli rimane per sempre l’immagine di chi s’appassiona per cose che non interessano a nessuno; di chi freme per emozioni che non emozionano nessuno; di chi si commuove e piange per cose che non commuovono nessun altro. Il mondo che vede Don Chisciotte contrasta con la realtà: vede in Dulcinea una dama, ma una dama non è; prova per lei un amore immortale e invincibile, ma lei neppure se ne accorge; vede uno splendido destriero, quando non cavalca che un malandato ronzino; scatena lotte folli, dove non c’è nulla per cui lottare. Forse per questo, a 400 anni della pubblicazione della prima parte di questo grande romanzo, avvenuta nel 1605 – la seconda parte sarà pubblicata nel 1615 -, il Don Chisciotte entusiasma ancora. Perché, come ha scritto Cesare Segre, l’allampanato cavaliere lento, ma inarrestabile, cavalca nei secoli. E continua a cavalcare. Quattrocento anni non sono riusciti a incrinare la sua acerba bellezza. Perché di Chisciotte, c’è qualcosa in ciascuno di noi. Forse qualcosa di cui ci vergogniamo; che vorremmo cancellare, nascondere a noi stessi e a chi ci conosce. Certi sogni fanciulleschi, che abbiamo messo a tacere con la maturità, e che a volte riaffiorano e ci turbano. Certi comportamenti goffi e impacciati, certe figuracce che a volte facciamo e ci fanno così tanto vergognare. Certi fermenti puerili che a volte ripiombano improvvisamente e scompigliano la vita seria e ordinata che ci siamo costruiti. Certi smacchi inaspettati, che ci ricordano, sconvolgendoci, la più ovvia delle verità: che qui siamo solamente viandanti, instabili, tutti stranieri. In queste cose, sì, un po’ di Don Chisciotte, c’è in tutti noi. In questi brevi istanti della nostra vita ci sentiamo vicino a lui. Proviamo, per quel Cavaliere Triste, una certa tenerezza. Perché egli è patetico, fuori posto nella natura, anacronistico e assurdo in tutto. Per questo, così amabile. Il suo posto, sulla Terra, pare proprio non esserci: in ogni situazione, è sempre un pesce fuor d’acqua.

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